Tutto ok, è iPhone?
Mentre insieme a mio figlio innaffio due alberelli in un parco pubblico per aiutarli a superare il caldo infernale di quest’estate, che porta con sé il segno del riscaldamento globale, non riesco a fare a meno di osservare una bambina di circa 7 anni. Ha in mano uno smartphone “padellone”. Si muove, corre insieme ad altri bambini, ma a differenza dei suoi compagni di gioco non lascia mai lo smartphone, quasi fosse incollato saldamente alla sua mano. Il braccio piegato a 90 gradi regge lo smartphone all’altezza del viso, alla come fosse uno stand metallico.Di tanto in tanto si distrae dal gioco per guardare lo schermo, come un riflesso condizionato.
Mentre prendo l’acqua alla fontanella, arriva un bambino di circa 5 anni. Riempie una bottiglietta d’acqua, si allontana di qualche metro, si accovaccia e comincia a giocare con bottiglia, acqua e sassolini, sotto lo sguardo un po’ contrariato dei genitori. “Claudio (nome di fantasia), che fai?”, gli urla un adulto.
Guardo entrambi supponendo che nell’immaginario genitoriale sia accettabile giocare e correre con altri bambini guardando compulsivamente lo smartphone, mentre giocare con acqua, terra e sassolini, bagnarsi e sporcarsi non lo sia.
Come genitori, continuiamo a mettere paletti ai nostri bambini per evitare che si facciano male, che si ammalino, perché si nutrano adeguatamente. Ma non siamo in grado di mettere a fuoco i rischi insiti negli strumenti tecnologici e agire di conseguenza, in quanto genitori responsabili.
Capisco quanto sia difficile per un genitore “immigrato digitale” comprendere l’approccio ai device dei figli “nativi digitali”. Secondo l’educatore Marc Prensky, per l’immigrato digitale il linguaggio tecnologico è come una seconda lingua che non conosce perfettamente, mentre una parte di sé resta legata a un passato analogico. I nativi digitali, al contrario, conoscerebbero unicamente il mondo digitale.
Queste due definizioni semplificano troppo il problema, in realtà. È vero, inostri figli sanno far funzionare un dispositivo molto prima di noi, ma non per questo capiscono quali siano gli effetti di quel dispositivo. Il problema vero sta proprio qui: queste definizioni disarmano i genitori nel momento in cui servirebbe più autorità, perché li convince di non avere titolo per intervenire.
CHI COSTRUISCE GLI SCHERMI NON LI DÀ AI PROPRI FIGLI
Può essere utile alla riflessione considerare un fatto singolare. Nella Silicon Valley, il centro internazionale dell’innovazione tecnologica, è ormai un dato culturale: tra coloro che prendono decisioni tecnologiche per il mondo intero è comune l’idea che i propri figli debbano passare il minor tempo possibile davanti a uno schermo.
Steve Jobs, cofondatore di Apple, raccontò a un giornalista del New York Times che i suoi figli non avevano usato l’iPad e che in casa erano piuttosto low-tech.
Steve Chen, cofondatore di YouTube, in un intervento alla Stanford Graduate School of Business, ha detto di non volere che i suoi figli si abituino ai soli contenuti brevi, fino a non riuscire più a guardare nulla che duri più di quindici minuti. Il suo obiettivo, ha spiegato, è che imparino a fare le cose in modo lento e difficile.
Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, è diventato padre nel febbraio 2025. In un’intervista al podcast Mostly Human ha raccontato che la paternità ha cambiato il suo modo di guardare ai device nelle mani dei bambini piccoli: per ora, ha detto, vuole che suo figlio giochi nella terra. Proprio come Claudio con l’acqua e i sassolini, ma con una differenza: i suoi genitori non sembravano entusiasti.
C’è un dettaglio che questi esempi non dicono espressamente, e che vale la pena evidenziare. Chi conosce le logiche alla base dei prodotti hitech dall’interno protegge i propri figli e continua a vendere i dispositivi a tutti gli altri.
COSA SUCCEDE DAVVERO NELLA TESTA DI UN BAMBINO
Quello che ogni genitore, o educatore, dovrebbe chiedersi è cosa succede nella mente di un bambino che gioca all’aperto.
Quando un bambino gioca,il suo corpo produce endorfine, che favoriscono calma e serenità, e serotonina, l’ormone che lo rende più felice e soddisfatto. Al tempo stesso, i livelli di cortisolo si abbassano, riducendo drasticamente lo stress. Il contatto con la natura stimola la creatività e la capacità di risolvere i problemi. Inoltre, il movimento, il tatto e la sperimentazione continua dell’ambiente aumentano le connessioni neurali. Attraverso il gioco all’aperto, infine, il cervello impara a gestire e calcolare i pericoli reali.
Cosa succede, invece, nella mente di un bambino che sta davanti a un dispositivo digitale? L’attenzione si affatica. La velocità con cui si muovono le immagini sullo schermo non dà al cervello il tempo di elaborare le informazioni. Le immagini accattivanti stimolano la produzione di dopamina, il neurotrasmettitore del piacere, iperstimolando il cervello e dando la sensazione che il mondo reale sia noioso.
Gli schermi, inoltre, non favoriscono l’empatia, poiché il cervello dei bambini impara le relazioni sociali guardando i volti reali. Questo, per inciso, accade anche agli adulti. Ecco perché sui social si diventa molto spesso aggressivi.
C’è poi la questione del sonno. Gli schermi usati la sera rendono più difficile addormentarsi, e un sonno disturbato si traduce in fatica emotiva il giorno dopo. A lungo si è attribuito l’effetto alla luce blu; oggi si tende a ritenere che pesino di più il contenuto attivante e l’ora in cui lo si guarda. Per un genitore, il risultato pratico non cambia.
È pur vero che alcune app e alcuni giochi migliorano la memoria e la coordinazione oculo-manuale, e che l’uso di device migliora competenze linguistiche e digitali.
Dove pende, dunque, l’ago della bilancia?
DIPENDE DALL’ETÀ, E DIPENDE DAL TEMPO
Dipende. Anzitutto dall’età.
Sotto i due anni i device portano solo svantaggi. Il bambino ha bisogno di sperimentare il mondo fisicamente, ha bisogno di tridimensionalità. La bidimensionalità degli schermi non va bene.
I vantaggi, a seconda dei contenuti, si delineano intorno ai 6 anni, con la possibilità — a patto che si tratti di contenuti non passivi — di rendere un device utile allo sviluppo cognitivo di un bambino.
Accanto alla variabile età va considerata la variabile tempo.
La Società Italiana di Pediatria, che ha aggiornato le proprie raccomandazioni nel novembre 2025, suggerisce di non dare nessun tipo di dispositivo o schermo a bambini di età inferiore ai 2 anni; tra i 2 e i 5 anni meno di un’ora al giorno, con la supervisione di un adulto; dai 5 anni meno di due ore al giorno di esposizione supervisionata; nessuno smartphone personale e nessun accesso libero alla Rete e ai social prima dei 13 anni.
“TUTTO OK, È IPHONE”
Ad agosto, su un ponte di via Melchiorre Gioia a Milano, è comparso un maxi-cartellone di Apple. Un bambino di età inferiore ai due anni, sorridente, con in mano un iPhone imbrattato di cibo. Lo slogan diceva: “Tutto ok, è iPhone”. L’immagine fa parte di una campagna internazionale dedicata alla resistenza del dispositivo. Altre foto della stessa serie mostrano il telefono sotto la pioggia o in bocca a un cane. Ma quella fotografia, isolata su un muro, veicola un altro messaggio: la normalizzazione di un uso precoce degli schermi e del device con funzione di baby-sitting.
L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha segnalato il caso ad Agcom, Agcm e Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria. Il Codacons ha presentato un esposto in Procura e nel giro di pochi giorni il manifesto è stato sostituito. Al posto del bambino, uno smartphone caduto nella sabbia.
UN DIVARIO CHE NON È PIÙ QUELLO DI VENT’ANNI FA
Il cuore del problema è che siamo di fronte a un digital divide di secondo livello.
Circa vent’anni fa il divario digitale era tra chi aveva accesso alla Rete e chi no. Oggi è un altro e passa dal tempo e dalle risorse degli adulti. Le famiglie economicamente e culturalmente più solide riescono a garantire ai propri figli i limiti opportuni, offrendo loro alternative attraenti e vigilando sui contenuti ai quali dare accesso.
Per le famiglie più fragili spesso lo schermo diventa il baby-sitter più economico che esista e il più disponibile.
Ed è qui che ritorna la riflessione su Silicon Valley. Chi progetta questi strumenti li tiene lontani dai propri figli e li vende a chi ha meno mezzi per difendersene.
Il problema vero, al di là di ogni tentazione luddista, è che al di sopra dei 2 anni lo schermo smette di essere dannoso solo quando c’è la presenza vigile di un adulto. I bambini non possono essere lasciati soli su TikTok e YouTube. Hanno bisogno che un adulto li aiuti a decodificare quello che arriva loro attraverso gli schermi: immagini crude o violente, cyberbullismo, modelli culturali inaccettabili, fake news.
Sta a noi adulti prenderne consapevolezza e agire di conseguenza.
E ALLORA, CONCRETAMENTE
Il divieto fine a se stesso va evitato. È una strategia perdente. Spieghiamo piuttosto, uscendo dalla solita logica binaria del bianco e nero, cosa non funziona e cosa invece sì. Ma spiegare non basta, se non si traduce in gesti.
Ne indico quattro, alla portata di chiunque.
1. Mettersi d’accordo tra genitori. Un divieto solitario non è sostenibile. Nessun bambino accetta di essere l’unico della classe senza telefono. In Italia esiste una rete, Patti Digitali, che aiuta i genitori di una stessa classe o di uno stesso quartiere a stabilire insieme l’età del primo smartphone.
2. Regole di luogo, non di tempo. Contare il tempo può essere sfiancante. Potrebbe essere più pratico e funzionale stabilire un divieto di luoghi. Niente schermi a tavola, niente schermi in camera da letto, niente schermi 1 ora prima di dormire.
3. Guardare insieme. Il bambino ha bisogno di un adulto che lo aiuti a decodificare la realtà. L’adulto deve stare accanto al bambino. Non sorvegliare da lontano, ma guardare insieme, commentare, nominare quello che si vede.
4. Autoregolarsi come adulti. Nessuna regola sopravvive a se un adulto che non si offre come modello, con il suo esempio. Educare all’uso appropriato di un device richiede che gli adulti abbiano fatto prima i conti con il proprio rapporto con lo schermo.
Torno con la mente al parco. La bambina che correva col telefono in mano e Claudio accovacciato tra l’acqua e i sassolini non stavano facendo solo due giochi diversi. Stavano imparando due modi diversi di stare al mondo. Solo uno dei due, quella sera, è stato richiamato all’ordine. Quello che faceva con sommo piacere il “lavoro” del bambino.