La raccolta “referenziata” di una testa di sigaro
Foto: Matteo Della Torre
In un ipermercato pugliese si aggirava per i corridoi il tipico uomo medio italiano, media era anche la sua altezza.
Lanciava tutti i segnali giusti. Sui quarant’anni, testa calva, rasata a zero, occhiali da sole d’ordinanza appoggiati sulla testa, una polo azzurra con il bavero alzato e l’immancabile borsello di pelle che pendeva nel vuoto, retto con una cinghia da polso.
Indossava dei jeans ankle strizza gioielli, con risucchio posteriore, completati da un paio di mocassini blu indossati senza calze.
Camminava con una flemma indisponente. Ginocchia larghe come fosse a cavallo e le punte dei piedi che puntavano a Est e a Ovest a passi alterni.
Ad ogni passo, il suo corpo sembrava dire: “Me ne frego!”, “Me ne frego!, “Me ne frego!”.
Ad un certo punto, lo raggiungeva il figlio, che aveva acquistato una cineseria plasticosa e voleva che il padre la liberasse dalla scatola di carta. Al termine dell’operazione, il padre, rimasto di nuovo da solo nel corridoio dell’iper, aveva un problema da risolvere. Come disfarsi della scatola? Uhmm!
Fosse stato per strada in automobile, avrebbe avuto gioco facile. Giù il finestrino e opplà, con un rapido movimento del polso avrebbe finalizzato un lancio del rifiuto sul ciglio della strada da manuale.
Purtroppo, era in un luogo pubblico affollato e in questa particolare situazione l’italiano medio preferisce vestire la maschera dell’ipocrita, ma sempre senza esagerare.
Allora, si è guardato intorno e ha visto che a pochi passi da lui c’era un cestino per la raccolta differenziata del vetro. Le parole VETRO - GLASS, scritte in caratteri cubitali, indicavano senza ombra di dubbio la destinazione d’uso di quel cestino dei rifiuti.
Il tipo si dirigeva con passo flemmatico verso l’obiettivo e cominciava a comprimere la scatola di carta per farla entrare nell’apertura di un cestino destinato ad accogliere le bottiglie di vetro.
Dopo aver compresso con un certo impegno la scatola di cartone nel cestino sbagliato, veniva raggiunto dalla figlia che aveva appena finito di ciucciare con la cannuccia la granita in un bicchiere di plastica.
Vi chiederete: dove l’amorevole paparino avrà depositato il bicchiere di plastica della figlia? Forse nel cestino a due aperture plastica/carta, che era poco distante da lui? Non sia mai, troppo sforzo.
Un’altra spinta decisa al cartone e anche il bicchiere di plastica con cannuccia di plastica era entrato nel cestino del vetro.
L’uomo che ho incontrato nel corridoio di quell’ipermercato, più che rappresentare solo il prototipo del conservatore italico, in senso politico, è qualcosa di più subdolo e più diffuso. È un retrotopista, come lo definirebbe il sociologo Zygmunt Bauman, ossia un uomo che fa della “retrotopia”, la nostalgia del tempo che fu, un credo. Quest’uomo rimpiange il tempo passato e, nella fattispecie, gli anni in cui c’era un solo cassonetto per i rifiuti indifferenziati, un solo cestino, un solo gesto meccanico da compiere.
Per l’uomo medio che ho incontrato nell’iper il tempo del cassonetto fetido dell’indifferenziata non è affatto tramontato, e città pugliesi come Foggia e Bari, purtroppo, gli danno ancora ragione.