Suicidio a rate
Per due giorni, sono stato costretto a chiudere le finestre di casa mia perché l’aria era irrespirabile. L’odore acre, denso e inconfondibile di plastica bruciata aveva saturato l’aria a San Ferdinando di Puglia.
Come al solito, era scoppiato un incendio nel canale di scolo della complanare Est della SS 16-bis, gonfio di rifiuti come un panino imbottito.
Plastica, gomma, imballaggi agricoli, contenitori di pesticidi abbandonati e rifiuti di ogni genere accumulati per mesi dall’azione metodica di nostri esimi concittadini, sotto l’azione del fuoco avevano trasformato la loro struttura da solida a gassosa, in un mix altamente tossico che stava venendo a visitare i nostri polmoni.
A fronte di questa opera insensata della follia paesana, il popolo di San Ferdinando di Puglia come ha reagito? Ovviamente, come al solito. Pochi “eroi” social hanno compiuto lo sforzo sfibrante di sollevare il dito per mettere un like al mio post su Facebook che denunciava il rogo, con intento auto-assolutorio. Tutto qui.
Davanti alla chiamata alla responsabilità, la massa perplessa ha scelto la comoda mollezza dell’apatia.
Dopo 12 anni di campagna “San Ferdinando di Puglia Terra dei roghi” possiamo concludere che, ormai, non siamo di fronte a una comunità che non sa. Siamo di fronte a cittadini che sanno e che hanno scelto scientemente l’indolenza e l’inazione: una scelta che si è rivelate addirittura più forte del più fondamentale e atavico degli istinti umani, quello di autoconservazione. Lo stesso vale per i loro rappresentanti politici di fronte a un crimine ambientale facilmente prevedibile e prevenibile. È quello che si consuma da un ventennio nel canale di scolo della complanare Est della SS 16-bis, all’altezza della ex-discarica abusiva. Eppure hanno scelto di non agire.
Le conseguenze di questa scelta sono letali, non nell’immediato, ma con la lentezza silenziosa di un cocktail di veleni (diossine, furani, IPA) che si accumula nei tessuti dei nostri corpi, anno dopo anno.
Chiamatelo masochismo collettivo. Io lo chiamo con il suo nome più preciso: suicidio a rate.
Non mi illudo che questo articolo cambi qualcosa, che vi sollevi dall’indolenza e dal menefreghismo in cui sono sprofondati i miei concittadini. Ma l’ho scritto ugualmente, perché la documentazione di un crimine è un atto morale che ha valore in sé. E perché un giorno, quando qualcuno vorrà capire come si muore lentamente in una città che ha scelto di non reagire, troverà queste parole.