Home»Nonviolenza»Educazione»SULLA VITUPERATA DAD

Mariella Dipaola

Parliamo di scuola secondaria di secondo grado. Non voglio addentrarmi in disamine sulla socialità a scuola, che, tranne eccezioni, era già fortemente limitata in classe. Quando si socializza a scuola? Al cambio dell’ora? Nei dieci minuti della ricreazione? Perché per il resto del tempo incombe sugli studenti la lezione frontale: io docente parlo e tu alunna/o ascolti. Diciamocelo chiaramente: finché la lezione frontale campeggerà nell’universo scuola la socialità sarà un miraggio. Ma parliamo di DAD. Perché non ha funzionato? La risposta ha a che vedere con i ritardi cronici dell’Italia sul piano della digitalizzazione, con tutto il suo cascame di problematiche. In più, quello che dobbiamo dirci con ancora più lucidità è che persino tra gli iGen, la generazione nata nell’era digitale (per approfondire invito a leggere questo interessantissimo articolo bit.ly/generazione_iGen di Gabriella Falcicchio) c’era chi non sapeva fino a pochi mesi fa cosa fosse una email o un programma di scrittura. Gli adolescenti conoscono solo whatsApp, Snapchat, Instagram e TikTok. Sconvolgente sentir dire mio figlio che in DAD, durante il lockdown, c’era chi chiedeva cosa fosse un’email!La mia supposizione è che la DAD non piaccia, perché costringe a doversi mettere in discussione, ad orchestrare nuovi mondi educativi e didattici. Insegnare a distanza non è come insegnare in presenza, tenere l’attenzione da uno schermo richiede competenze nuove. In tutta onestà, io questa premura per la socialità dei ragazzi, sulla quale si insiste in questi giorni, non me la spiego, perché in classe finora, nella stragrande maggioranza dei casi, si è chiesto agli studenti di stare fermi e zitti come i famigerati vasi vuoti. Ovviamente esistono le eccezioni. Laddove le competenze digitali, o almeno la voglia di acquisirle mettendosi in gioco, esistono si possono splalancare nuove, interessanti prospettive. Ed è accaduto in alcuni casi che si siano realmente intraviste nuove dimensioni, le quali, in attesa di un ritorno alla scuola in presenza, alla normalità insomma, potrebbero essere coltivate. Anche alle esperienze negative bisogna cercare di dare un senso. Se speriamo di uscire come prima da questo gigantesco incubo distopico in cui come umanità ci siamo cacciati non abbiamo capito nulla di come si vive da persone mature. Da casa mia, rubando stralci di conversazioni dalle videolezioni di mio figlio o dai suoi racconti, ho percepito tanta resilienza e tanta cooperazione. Abbiamo tutti i mezzi tecnologici per amplificare le nostre capacità comunicative o, come in questo particolare frangente, per sostituire temporaneamente, ma ragionevolmente, le relazioni in presenza con quelle a distanza. Personalmente ho visto emergere nuove dinamiche relazionali, talvolta ruoli umilmente, teneramente e coraggiosamente ribaltati da alcuni docenti in gamba che chiedevano ai ragazzi come si fa una condivisione schermo o come modificare un file su Google Meet. Penso alle teorie sul docente che diventa un facilitatore di conoscenze e che apprende con i suoi alunni e vedo cose belle anche in questo momento così drammatico. E penso che la DAD potrebbe essere una grande occasione, un catalizzatore di cambiamenti da conservare e riorchestrare quando potremo tornare a guardarci negli occhi, si spera come persone che sanno lasciarsi forgiare dalle difficoltà. Speranze, appunto! Mentre in troppi si blatera… si borbotta come gli infanti capricciosi che puntano i piedi, ma non sanno fare i conti col principio di realtà. Nella scuola in presenza, per svariati motivi, alcuni nobili, altri un po’ meno, tutti speriamo. Ma ora come si fa a scegliere tra diritto all’istruzione e diritto alla salute? E non mi si venga a dire che la scuola è sicura al 100%, perché anche tenendo le finestre spalancate per 5 ore, e non accade, se il virus c’è prende la via delle finestre solo al 70%, perché i mezzi pubblici sono sovraffollati, perché i ragazzi vanno ovunque dopo la scuola e, nella stragrande maggioranza dei casi, non rispettano le regole anti-Covid. Non ragionare sistemicamente non è ragionevole e se vogliamo essere costruttivi dobbiamo prenderne atto.

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