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		<title>Cupola d&#8217;acqua dolce sull&#8217;Artico minaccia il clima: potrebbe fermare la corrente del Golfo</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 08:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
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		<description><![CDATA[I dati dei satelliti disegnano uno scenario simile a quello del film «The Day After Tomorrow» ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_12967" class="wp-caption aligncenter" style="width: 521px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/The-day-after-tomorrow.jpg"><img class=" wp-image-12967  " title="The day after tomorrow" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/The-day-after-tomorrow.jpg" alt="" width="511" height="293" /></a><p class="wp-caption-text">The day after tomorrow</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Giovanni Caprara</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">C’è una grande area dell’Oceano Artico occidentale che si sta gonfiando senza sosta da dieci anni generando serie preoccupazioni per le possibili conseguenze ambientali e climatiche sull’intera Europa. Dal 2002 la sua superficie si è alzata di 15 centimetri e la crescita continua.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Lo hanno scoperto i ricercatori del Centre for Polar Observation and Modelling dell’University College di Londra assieme ai colleghi del National Oceanography Centre britannico combinando i dati raccolti dai satelliti Envisat e Ers-2 dell’Agenzia spaziale europea Esa a partire dal 1995. Il risultato è che si sta creando una sorta di cupola sotto la quale si sono concentrati finora ottomila chilometri cubi di gelida acqua dolce. Il fenomeno è inaspettato e senza spiegazioni precise. Secondo gli scienziati l’accumulo sarebbe determinato dai forti venti artici che avrebbero accelerato una grande circolazione oceanica nota come Beaufort Gyre.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">L’acqua dolce è sempre stata presente in Artico riversata dai fiumi euroasiatici. Ma mai si era misurata in così grande quantità e con una crescita progressiva tanto rilevante. Oltre il 10 per cento di tutta l’acqua dolce dell’Oceano Artico si è concentrato sotto l’immensa cupola. Un cambiamento nella direzione dei venti come è avvenuta anche in passato &#8211; spiegano gli scienziati &#8211; potrebbe causare il deflusso della massa d’acqua accumulata nell’Oceano Atlantico rallentando la corrente del Golfo che garantisce un clima mite all’Europa rispetto ad altre regioni alle stesse latitudini.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">L’effetto, quindi, sarebbe devastante e accadrebbe quanto era stato raccontato nel film del 2004, The Day After Tomorrow di Roland Emmerich. «Di anno in anno ci siamo resi conto di un fenomeno che non trovava sempre spiegazione con i venti -afferma Katharine Gile, prima firmataria dello studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience &#8211; Un’idea è che il ghiaccio marino formi una barriera tra l’atmosfera e l’Oceano. E se il ghiaccio si modifica anche l’effetto del vento può cambiare». Ma si tratta solo di un’ipotesi alla quale gli scienziati lavorano indagando soprattutto il comportamento dei ghiacci dal quale trarre conferme o smentite.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Per questo Envisat, il più grande satellite per l’osservazione della Terra mai costruito e in orbita da dieci anni, si concentrerà ora sul fenomeno. Nel frattempo si scaverà ancora più a fondo nei dati trasmessi in vent’anni da Ers-2 e attivo sino al luglio scorso. Ma decisivi potrebbero essere soprattutto le osservazioni del satellite Cryosat, sempre dell’Esa, specializzato nel rilevamento dei ghiacci. Le elaborazioni sulle variazioni stagionali sono attese entro l’anno.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Fonte: <a href="http://www.corriere.it">www.corriere.it</a></span></p>
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		<title>Tutte le proprietà della cannella</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 20:56:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Medicina dolce]]></category>
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		<description><![CDATA[La cannella possiede delle proprietà, a molti nascoste, che ne possono fare un alleato del nostro benessere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Manuela Marino</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">La cannella, Cinnamomum zeylanicum, è un piccolo albero sempreverde originario dello Sri Lanka dalla cui corteccia o arbusto si ricava la profumata spezia che arricchisce i sapori della nostra cucina. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Quest&#8217;albero vanta una storia millenaria, tanto da essere già utilizzata dagli antichi Egizi nel misterioso processo dell&#8217;imbalsamazione. Ancora oggi, questa spezia ha delle proprietà, a molti nascoste, che ne possono fare un alleato del nostro benessere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Infatti, usata tradizionalmente contro le infreddature e come antibatterico, oggi le viene riconosciuta scientificamente la capacità di abbassare il colesterolo e i trigliceridi nel sangue. E&#8217; anche un ottimo antidoto per la fermentazione addominale grazie alla capacità di favorire la digestione, migliorando la scissione dei grassi e stimolando la produzione della tripsina.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Inoltre, secondo uno studio pubblicato sul Journal of American College of Nutrition, la cannella aiuta a controllare gli zuccheri nel sangue contrastando diabete e iperglicemia. La ricerca condotta negli Stati Uniti su pazienti in una condizione di pre-diabete, ha dimostrato che la spezia somministrata per dodici settimane ha abbassato i livelli ematici di zucchero.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Si può quindi diminuire l&#8217;utilizzo di zucchero nei dolci che prepariamo, proprio aggiungendo della cannella, il cui tipico sapore placa il desiderio di dolce.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">La cannella contribuisce, inoltre, ad alleviare i disturbi dell&#8217;ipertensione ed esercita una funzione antisettica sui disturbi dell&#8217;apparato respiratorio. La medicina Ayurvedica e quella cinese la usano per i problemi mestruali. L&#8217;olio essenziale di cannella ha una forte attività antimicotica e favorisce la circolazione periferica se frizionato sulla pelle.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">I bastoncini di Cannella conservano il loro aroma se riposti in barattoli di vetro ben chiusi e lontani da fonti di calore e dalla luce. Anche la polvere di cannella si conserva allo stesso modo, sebbene perda molto delle sue caratteristiche e del suo aroma. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Ecco alcuni piccoli consigli per sfruttare al meglio le mille proprietà di questa spezia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Per chi soffre di emicranie, si consiglia di massaggiare dell&#8217;olio di cannella sulle tempie per calmare il dolore. Come si prepara in casa:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Olio di cannella</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Pestate 3 o 4 stecche di cannella in un mortaio e immergetele in mezza tazza di olio d&#8217;oliva. Dopo aver lasciato in infusione per circa 10 giorni, filtrate il tutto e conservate in una piccola bottiglia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Per le amanti della perfetta forma fisica ecco un infuso ottimo da consumare la sera:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Infuso drenante</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Aggiungete a un infuso di melissa un pizzico di cannella e un cucchiaino di sciroppo di acero.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Se siete raffreddate e avete problemi a prendere sonno provate il latte alla cannella.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Latte alla Cannella:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Mescolate in un bicchiere di latte caldo una punta di cannella in polvere, una punta di Elettaria cardamonum macinata, zenzero in polvere e chiodi di garofano in polvere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Fonte: <a href="http://www.wellme.it">www.wellme.it</a></span></p>
<div></div>
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		<title>2030: 3 miliardi di persone condannate alla povertà</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 20:23:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’Onu: per evitare un simile scenario ci vuole una nuova politica globale. Quale? Cerchiamo di capirlo risorsa per risorsa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Francesco Musolino</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’<strong>Onu</strong> ha lanciato l’<strong>allarme</strong>: se non si darà vita in tempi rapidi ad una <strong>nuova politica economica</strong> <strong>globale</strong>, nel 2030 ben 3 miliardi di persone saranno condannate alla povertà. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In un rapporto destinato, speriamo, a non cadere nel vuoto, le Nazioni Unite hanno messo nero su bianco previsioni spaventose che ribadiscono come l’attuale modello di sviluppo globale non sia più tollerabile. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Ma quali sono i rischi concreti?</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"><strong>Cibo</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">La quota dei sette miliardi è stata già sfondata e tenendo conto sia della longevità acquisita che del tasso di natalità, le Nazioni Unite stimano che nel 2040 saranno 9 miliardi gli abitanti del pianeta Terra. Per tale motivo, già nel 2030, sarà necessario aumentare la produzione alimentare addirittura del 50%. È vero che il numero di persone che vivono in assoluta povertà è sceso al 27% (era al 46% nel 1990), il miglioramento degli stili di vita e le richieste dei consumatori, determinano uno sfruttamento indiscriminato delle risorse alimentari, pur non esente da sprechi. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"><strong>Carburante</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">I carboni fossili non sono infiniti e il progressivo aumento del prezzo dei barili di greggio lo chiarisce quotidianamente. Al di là dei giochi di potere dei paesi produttori, è ovvio che tutte le risorse energetiche dovranno essere supplite prima che sia troppo tardi. Una volta esaurito il petrolio saremo finalmente pronti per le macchine elettriche e ad idrogeno o si continuerà ad attendere ancora? Inoltre, vista l’endemica necessità di cibo, sarà probabilmente impensabile ricorrere a pratiche che comporteranno un forte sfruttamento del territorio come il bioetanolo (ovvero l’utilizzo per fini non alimentari della canna da zucchero), attualmente molto diffuso soprattutto in alcune aree sudamericane </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"><strong>Energia</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Il consumo energetico stimato è destinato a salire del 45% per il 2030. Una percentuale talmente alta da lasciare stupefatti eppure proprio l’energia dovrebbe essere il punto più facilmente risolvibile. L’Europa dovrebbe, già dal 2016, fare a meno del nucleare grazie al sole tunisino ma sarà necessario incentivare al massimo l’utilizzo delle risorse alternative, massimizzando anche geotermico ed eolico, oggi ancora ai margini dell’applicazione su larga scala. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"><strong>Acqua</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Le stime ONU valutano per il 2030 un consumo di acqua maggiorato del 30%. Un passo piccolo ma concreto consisterebbe nell’orientare il consumo domestico sui depuratori e i sistemi di filtraggio ma indubbiamente, sia l’acqua che gli ecosistemi marini dovrebbero essere gestiti in modo assai più efficiente per garantire un loro“sfruttamento etico”, ponendo termine tanto alle speculazioni che agli sprechi. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"><strong>Finanza e rating</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Sarebbe auspicabile – ma certamente poco popolare – introdurre a livello mondiale, una tassazione e una stretta regolamentazione tanto delle emissioni che dei carburanti fossili, per costringere le nazioni a modificare sia le politiche energetiche che le priorità di crescita e sviluppo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Di conseguenza gli istituti bancari dovrebbero essere riformati in modo da garantire incentivi a lungo termine solo per gli investimenti a favore dello sviluppo sostenibile, disincentivando le iniziative nocive per l’ambiente e le risorse non rinnovabili. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"><strong>…Adesso? Adesso!</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’obiezione più ovvia riguarda il fatto che si sta attualmente affrontando, con fatica, una recessione mondiale e dunque potrebbe non esserci spazio per una presa di coscienza. La replica giunge da <strong>Connie Hedeegard</strong>, commissario UE per il clima: “Oggi manca una ferma volontà politica –ma l’attuale crisi economica, offre lo spunto per riforme importanti affinché nel prossimo vertice di <strong>Rio+20</strong> (20-22 giugno, ndr), si possa tracciare una rotta per un modello di crescita sostenibile per il 21° secolo”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.wired.it">www.wired.it</a></span></p>
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		<title>&#8220;Mamma, ho paura della natura&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 08:27:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sensazioni di sradicamento dal mondo, difficoltà di concentrazione, stress, ansia, depressione. Sono i sintomi del Nature Deficit Disorder, ovvero "Sindrome da deficit di Natura", una patologia che colpisce bambini e adolescenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Andrea Boretti</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">I bambini e la natura, due perfetti sconosciuti. Sensazioni di sradicamento dal mondo, difficoltà di concentrazione, stress, ansia, depressione. No, non è l&#8217;elenco delle malattie di un impiegato medio, ma i sintomi del Nature Deficit Disorder, ovvero &#8220;Sindrome da deficit di Natura&#8221;, una patologia che colpisce bambini e adolescenti teorizzata dal ricercatore americano Richard Louv nel suo libro <strong>Last Child in the Wood</strong>. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Nella nostra società afferma Louv &#8211; che ha passato dieci anni in giro per gli Stati Uniti parlando con genitori e bambini &#8211; i genitori proteggono i figli in maniera eccessiva con il risultato che il raggio di allontanamento medio di un bambino americano dalla sua casa è nove volte inferiore a 30 anni fa. I genitori, spesso istigati in maniera eccessiva dai media, hanno paura dell&#8217;estraneo, il bambino si chiude in casa o rimane nei paraggi, rinuncia ad esplorare non solo la natura, ma anche l&#8217;ambiente urbano in cui vive. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Succede così che bambini spaventati dalla vita all&#8217;aperto preferiscono addirittura i videogame ai parchi divertimenti. Calcola Louv che un bambino americano medio passa ben 44 ore alla settimana davanti ad un media digitale (tv, computer, console, ecc.).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Ma la rinuncia ad una vita all&#8217;aperto è solo la prima delle cause del Nature deficit disorder; tra queste c&#8217;è la progressiva erosione degli spazi verdi non solo nelle aree urbane ma anche in quelle extra-urbane e dove questi ancora esistono non sono accessibili, sono aree ristette, protette, riservate. La natura, non va solo protetta, va vissuta, ma questo è oggigiorno forse ancora più difficile. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Succede così che oltre alle patologie elencate sopra, i bambini abbiano paura e non conoscano &#8211; se non per interposto media &#8211; animali e piante. Vi ricordate la storia del bambino che si stupisce che i polli abbiano solo due zampe e non sei come se ne trovano nelle confezioni al supermercato? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Tutto questo, dice Louv, è realtà. Tutto questo succede nonostante diverse ricerche &#8211; tra cui in particolare una dell&#8217;Università dell&#8217;Illinois &#8211; dimostrino che anche la minima esposizione dei bambini affetti da disturbi dell&#8217;attenzione ad un ambiente naturale riduce i sintomi della malattia stessa. Stesso discorso vale per gli animali che Peter Kahn e Stephen Kellert nel loro libro <strong>Children and nature: psychological, sociocultural, and evolutionary investigations</strong> definiscono molto importanti soprattutto durante infanzia e adolescenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Il rischio più a lungo termine, dice poi Louv, è che bambini cresciuti con una legame così sottile, quasi inesistente con natura e animali, crescano oltre che con mille problemi anche disinteressati al mondo che li circonda. Il problema quindi non è solo dei singoli, ma dell&#8217;intero pianeta che in un futuro potrebbe pagare il prezzo di questo disinteresse crescente. Sebbene i sintomi si manifestino soprattutto nei bambini, è probabile, che la sindrome da deficit di natura sia oggi una malattia che, in senso lato, affligge tutto il mondo occidentale o gran parte di esso, in cui la routine casa/macchina/ufficio/palestra/casa è ormai diventata la normalità e gli spazi di ricreazione sono guidati, circoscritti e protetti (sport/palestra/cinema/locale). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Se in questo ciclo non c&#8217;è tempo per natura e animali o anche solo per stare un poco all&#8217;aria aperta, a chi servono i parchi? A chi servono le aree verdi in città, i prati non coltivati, le aree non edificabili? A nessuno, e infatti sono sempre meno&#8230;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Nel suo libro Louv parla di malattie, parla di natura come medicina &#8211; forse prima dell&#8217;anima che del corpo &#8211; ma sogna anche un futuro dove uomo e ambiente vivano ancora una volta in sintonia. Louv le chiama &#8220;Zoopolis&#8221;, le città del futuro come le immagina lui; città dove non ci sarà differenza tra elementi urbani e natura, città dove bambini e adulti conoscono, preservano e si prendono cura degli ecosistemi crescendo così più felici e spensierati. Certo, è solo un sogno, ma ci sono altre alternative?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Fonte: <a href="http://www.informasalus.it">www.informasalus.it</a></span></p>
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		<title>Che città stiamo costruendo?</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 02:02:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno dei provvedimenti, non più eludibili da una amministrazione comunale saggia e al passo con i tempi, per risanare le dinamiche negative della mobilità cittadina e migliorare la qualità della vita urbana, è un Piano strategico municipale per tutelare ed incentivare il traffico pedociclabile e la mobilità dolce. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="watch-description-text">
<p id="eow-description" style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Matteo Della Torre</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">A San Ferdinando di Puglia i livelli irrazionali di traffico motorizzato e le sue dinamiche sono, proporzionalmente al numero di abitanti, molto simili a quelli delle grandi città italiane. L&#8217;inquinamento atmosferico nel nostro paese è dovuto per il 75% al traffico automobilistico.</span><br />
<span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Pur avendo un clima mite e una morfologia ideale per essere una città amica della bicicletta a San Ferdinando i cittadini che usano la bicicletta sono rari come le api in chiesa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">A che punto stanno le misure a favore della ciclabilità urbana? Ovviamente a Zero. E&#8217; arrivato il momento in cui politica, associazionismo e società civile del nostro paese comincino ad interrogarsi sul tipo di città che stiamo costruendo. Una città avvelenata e sopraffatta dall&#8217;invadenza delle automobili o una città che riscopre una dimensione più umana?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Per fronteggiare la cancrena del traffico motorizzato, il Comune può mettere in campo una strategia di promozione della mobilità dolce (pedociclabile) alternativa all&#8217;uso dell&#8217;automobile ispirandosi agli esempi virtuosi che ci vengono dalle città del Nord Europa.</span></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Il Piano &#8211; seguendo gli esempi di città amiche della bicicletta come Ferrara Amsterdam, Copenhagen, Trondheim, Bolzano, Mestre &#8211; propone un cambio di paradigma della mobilità urbana: trasferire su bicicletta il traffico motorizzato per percorrenze cittadine sotto i 3 km, che costituisce il 50% del traffico in auto dei sanferdinandesi (mentre il 35% è inferiore ai 4 km), attraverso la realizzazione di infrastrutture adeguate (piste ciclabili, moderazione del traffico, cicloparcheggi) e indurre, attraverso una puntuale opera educativa, gli automobilisti ad optare per l&#8217;utilizzo quotidiano della bicicletta.</span></p>
<div></div>
</div>
</div>
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		<title>Ai tumori piace lo zucchero</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 12:55:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le cellule malate ne se sono golosissime e ne hanno bisogno per moltiplicarsi. Lo sostiene uno studio approfondito di 'Science'.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Agnese Codignola</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Le <strong>cellule malate</strong> ne sono <strong>golosissime</strong> e ne hanno bisogno per moltiplicarsi. Lo sostiene uno studio approfondito di &#8216;<strong>Science</strong>&#8216;. Che apre nuove prospettive sul rapporto tra cancro e alimentazione(03 febbraio 2012)E se a causare il cancro fosse, tra l&#8217;altro, la cattiva alimentazione? Mediata da complessi meccanismi biologici, è vero, ma pur sempre alimentazione? Che ci fosse una corrispondenza tra obesità e sovrappeso e certi tumori, gli epidemiologi lo avevano già notato. Ma fino a oggi si trattava di una &#8220;coincidenza&#8221;, di una di quelle correlazioni stabilite osservando gruppi di persone che già basta a lanciare l&#8217;allarme, ma non è la pistola fumante. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Oggi, invece, il quadro sembra comporsi. E le prove biologiche sono tali che la bibbia della scienza americana, &#8220;Science&#8221;, le ha consacrate in un articolo di rassegna del primo numero del nuovo anno. La faccenda non è semplice ma, vista la posta in gioco, vale la pena di seguirla passo passo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">All&#8217;origine di molti tumori, dunque, potrebbero esserci delle alterazioni metaboliche, cioè trasformazioni locali che rendono i tessuti un terreno fertile per la crescita incondizionata delle cellule malate. Mutamenti causati in primo luogo da una scorretta alimentazione. Ciò che mangiamo avrebbe dunque un&#8217;importanza ancora più cruciale del previsto e un ruolo che si esplicherebbe in maniera diversa, più complessa, rispetto a quanto supposto fino a poco tempo fa. Al centro c&#8217;è un ormone non certo nuovo, ma oggi guardato con occhi diversi: l&#8217;insulina, finora considerata solo per ciò che accade quando scarseggia, come nel diabete, o per la sua funzione di regolatrice degli zuccheri nel sangue. Al contrario, nuovi dati, anche molto diversi tra loro, assegnano ormai a questa sostanza funzioni alquanto più articolate, in molti casi favorevoli allo sviluppo dei tumori. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">La prima constatazione che ha portato a concentrare l&#8217;attenzione sull&#8217;insulina è stata, come si diceva, di tipo epidemiologico: le persone obese (che spesso hanno elevati livelli di insulina), così come quelle che soffrono di diabete, hanno un rischio considerevolmente superiore alla media di sviluppare un cancro e di morirne rispetto a quanto si verifica nei malati normopeso.  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">La seconda osservazione è stata sperimentale: le cellule tumorali, per crescere in provetta, hanno bisogno di molto zucchero, di molta insulina e di ormoni simili a essa (come l&#8217;insulin-like growth factor 1 o Igf1) ed esprimono sulla loro superficie molte proteine fatte apposta per captare insulina e Igf1, di norma quasi assenti. Da decenni questi due indizi agitavano i sonni di molti ricercatori, che non riuscivano ad attribuire loro una spiegazione razionale, ma negli anni successivi altri tasselli sono andati nella stessa direzione fino a comporre, almeno nelle sue linee essenziali, un quadro che ha una sua logica e che aiuta a spiegare anche altri effetti finora oscuri, come il fatto che chi si sottopone a severe restrizioni caloriche (che causano un crollo dell&#8217;insulina) ha un rischio inferiore di avere un cancro. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In sintesi, le cellule per diventare tumorali farebbero ricorso a circuiti metabolici specifici e diversi da quelli usati dalle cellule sane per incamerare molto zucchero e, grazie all&#8217;insulina e all&#8217;Igf1, per utilizzarli non solo come fonte di energia, ma anche come materiale per produrre tumori. Se questa è la situazione, è del tutto evidente che ciò che mangiamo è davvero fondamentale, nello sviluppo e nella crescita di molti tumori. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Come spiega Cristiano Simone, ricercatore dell&#8217;Università di Bari e dell&#8217;Istituto Mario Negri di Santa Maria Imbaro, autore di studi molto importanti in materia finanziati anche dall&#8217;Airc (Associazione italiana ricerca sul cancro) con gli introiti delle Giornate delle Arance (vedi scheda qui sopra): &#8220;Oggi abbiamo un&#8217;idea molto più articolata dell&#8217;influenza dell&#8217;alimentazione sul rischio-cancro, e sappiamo appunto che l&#8217;insulina è cruciale. Studiandone le funzioni, abbiamo scoperto che al centro di molte reazioni che legano l&#8217;insulina all&#8217;innesco della proliferazione neoplastica c&#8217;è una proteina chiamata P38 alfa, e che è possibile intervenire su di essa ottenendo effetti a volte molto significativi&#8221;.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In provetta e nei modelli animali, se si blocca questa proteina, sottolinea Simone, si arresta la crescita delle cellule malate e anzi, se ne induce la morte. Inoltre, esperimenti su animali hanno già mostrato che farmaci specifici potenziano l&#8217;effetto tanto della chemioterapia quanto dei farmaci biologici. Non solo, aggiunge Simone: &#8220;Con questi farmaci sono in corso sperimentazioni cliniche su persone colpite da mieloma e da alcune malattie infiammatorie croniche, e i primi risultati sono incoraggianti, anche perché hanno mostrato che non sono tossici. Sarà quindi molto interessante vedere che cosa succede nei pazienti, alla fine di questi studi&#8221;.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In attesa che sul mercato si affacci dunque una nuova classe di antitumorali che prendono di mira l&#8217;insulina e i suoi complicati circuiti, un dato è comunque certo, dal momento che l&#8217;ormone è regolato direttamente da ciò che mangiamo: l&#8217;azione dei nutrienti non si limita a danneggiare alcuni pezzi di Dna o a proteggerne altri, ma si esplica in modo assai più complicato e indiretto. &#8220;Per questo&#8221;, commenta ancora Simone: &#8220;E&#8217; così importante che l&#8217;organismo sia mantenuto in una condizione stabile nella quale l&#8217;insulina svolge le sue funzioni ma non è in eccesso e non scatena quindi gli eventi che possono portare al cancro&#8221;. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In altre parole, per avere un effetto protettivo è indispensabile abituarsi fino da piccoli a mangiare molte fibre (verdura e frutta), poca carne, pochi grassi, pochi zuccheri, molti alimenti integrali e oli ricchi di grassi insaturi, perché tutto ciò che noi mangiamo influenza lo stato generale di salute dell&#8217;organismo e i comportamenti delle singole cellule: se queste trovano un terreno fertile per la crescita, ricco di insulina e con proteine come la P38 alfa in piena attività, lo fanno, mentre se l&#8217;ambiente è in qualche modo ostile diventa molto più complicato dare il via alla cancerogenesi e, soprattutto, portarla avanti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: L’Espresso -<a href="http://espresso.repubblica.it/"> http://espresso.repubblica.it/</a></span></p>
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		<title>Come gli svedesi e i norvegesi hanno schiacciato il potere dell’1 per cento</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:05:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se molti di noi stanno lavorando per assicurare che il movimento Occupy abbia un impatto durevole, vale la pena considerare altri paesi in cui masse di persone sono riuscite a instaurare in modo non violento un alto grado di democrazia e di giustizia economica. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">George Lakey</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Se molti di noi stanno lavorando per assicurare che il movimento Occupy abbia un impatto durevole, vale la pena considerare altri paesi in cui masse di persone sono riuscite a instaurare in modo non violento un alto grado di democrazia e di giustizia economica. La Svezia e la Norvegia, ad esempio, hanno visto un drastico cambiamento di potere negli anni ’30 dopo una prolungata lotta non violenta. Hanno “licenziato” l’elite dell’1 per cento della popolazione che determinava la direzione della società e hanno creato la base per qualcosa di diverso. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">I due stati avevano una storia di orrenda povertà. Quando l’1 per cento era al potere, centinaia di migliaia di persone emigravano per evitare la fame. Sotto la leadership della classe operaia, invece, entrambi i paesi hanno costruito economie robuste e di successo che hanno quasi eliminato la povertà, ampliato l’accesso all’istruzione universitaria gratuita, abolito i quartieri poveri, fornito un eccellente servizio sanitario accessibile a tutti e creato un sistema di pieno impiego. Contrariamente ai norvegesi, gli svedesi non hanno trovato il petrolio, ma questo non ha loro impedito di costruire quello che il più recente World Factbook della CIA definisce “un invidiabile standard di vita”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Nessuno di questi paesi è un’utopia, come sapranno i lettori dei libri “crime” di Stieg Larsson, Kurt Wallender e Jo Nesbro. Gli autori critici di sinistra come loro cercano di spingere la Svezia e la Norvegia verso società ancor più giuste. Tuttavia, da attivista americano che ha visitato la Norvegia da studente per la prima volta nel 1959 imparandone parte della lingua e della cultura, i risultati che ho visto mi hanno stupito. Ricordo, per esempio, di essere andato in bicicletta per ore attraverso una piccola città industriale, cercando invano delle abitazioni sotto standard. A volte resistendo alla prova di ciò che vedevano i miei occhi, ho inventato storie che “giustificassero” le differenze che vedevo: “piccolo stato”, “omogeneo”, “un consenso di valore”. Ho infine rinunciato a imporre i miei schemi a questi stati, imparando la vera ragione: le loro storie.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Poi ho cominciato ad apprendere che gli svedesi e i norvegesi hanno pagato un prezzo per il loro tenore di vita attraverso la lotta non violenta. C’è stato un periodo in cui i lavoratori scandinavi non si aspettavano che l’arena elettorale potesse portare ai cambiamenti in cui credevano. Compresero che, con l’1 per cento al potere, la “democrazia” elettorale era diretta contro di loro, quindi serviva un’azione diretta non violenta per esercitare il potere di cambiamento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">In entrambi gli stati le truppe furono schierate per difendere l’1 per cento; morirono delle persone. Il premiato regista svedese Bo Widerberg ha raccontato vividamente la storia della Svezia nel film Adalen 31, che narra dei lavoratori uccisi nel 1931 e dell’inizio di uno sciopero generale in tutta la nazione. (Sull’argomento, lette anche un articolo di Max Rennebohm nel Global Nonviolent Action Database).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">I norvegesi hanno avuto vita più dura nell’organizzare un movimento popolare coeso, perché la scarsa popolazione della Norvegia – circa tre milioni di persone– era sparsa su un territorio grande quanto la Gran Bretagna. Le persone erano separate da fiordi e montagne, e parlavano dialetti regionali nelle valli isolate. Nel diciannovesimo secolo la Norvegia era sotto il governo della Danimarca, poi sotto quello della Svezia; nel contesto europeo i norvegesi erano i “provincialotti di campagna”, gente di poca importanza. La Norvegia non è diventata indipendente fino al 1905.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Quando i lavoratori dettero vita ai sindacati all’inizio del ‘900, si rivolsero in gran parte al Marxismo, organizzandosi per la rivoluzione oltre che per risultati immediati. Gioirono per il rovesciamento del regime dello zar di Russia, e il Partito Laburista Norvegese si affiliò all’Internazionale Comunista organizzata da Lenin. Ma i laburisti non ci rimasero a lungo. Una ragione per cui la maggior parte dei norvegesi divergeva dalla strategia leninista era l’approccio alla violenza: i norvegesi volevano vincere la loro rivoluzione con una lotta collettiva non violenta, oltre ad instaurare cooperative e a utilizzare l’arena elettorale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Negli anni ’20 l’intensità degli scioperi aumentò. La città di Hammerfest formò una comune nel 1921, guidata da consigli di lavoratori; intervenne l’esercito per annientarla. La risposta dei lavoratori si spostò verso uno sciopero generale nazionale. I datori di lavoro, con il sostegno dello stato, combatterono lo sciopero, ma i lavoratori intrapresero nuovamente lo sciopero degli operai metallurgici del 1923-24.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">L’1 per cento norvegese decise di non fare affidamento solo sull’esercito; nel 1926 formò un movimento sociale chiamato la Lega Patriottica che reclutò principalmente gli appartenenti al ceto medio. A partire dagli anni ’30, la Lega contava nientemeno che centomila persone per la protezione armata degli oppositori agli scioperi, e si parla di un paese di appena tre milioni di persone!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Il Partito Laburista, nel frattempo, aprì le iscrizioni a tutti, sia che fossero o meno in un posto di lavoro sindacalizzato. I marxisti del ceto medio e alcuni riformisti si iscrissero al partito. Molti lavoratori delle fattorie rurali si associarono al Partito Laburista, come pure alcuni piccoli proprietari terrieri. La dirigenza laburista comprese che, in una lotta protratta, erano necessarie una costante solidarietà e un’organizzazione per una campagna non violenta. Nel mezzo di una crescente polarizzazione, i lavoratori norvegesi lanciarono un’altra ondata di scioperi e boicottaggi nel 1928.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">La depressione toccò il fondo nel 1931. C’erano più persone disoccupate che qualsiasi altro stato nordico. Contrariamente agli Stati Uniti, il movimento sindacale norvegese mantenne come soci le persone che avevano perso il lavoro, anche se non potevano pagare le quote. Tale decisione portò come risultato a mobilitazioni di massa. Quando la federazione dei datori di lavoro chiuse gli operai fuori dalle fabbriche per cercare di costringerli a una riduzione degli stipendi, i lavoratori risposero con massicce dimostrazioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Molte persone scoprirono allora che i propri mutui erano a repentaglio (suona familiare?) La crisi proseguì mentre gli agricoltori non erano più in grado di continuare a ripagare i propri debiti. Quando la turbolenza colpì il settore rurale, si riunirono gruppi non violenti per scongiurare lo sfratto delle famiglie dalle loro fattorie. Il Partito Agrario, che comprendeva i grandi agricoltori ed era stato precedentemente un alleato del Partito Conservatore, iniziò a distanziarsi dall’1 per cento; qualcuno poté intravedere che l’abilità dei pochi di governare i molti era in dubbio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Nel 1935 la Norvegia era sull’orlo del crollo. Il governo guidato dai Conservatori perdeva legittimità di giorno in giorno; l’1 per cento diventava sempre più disperato mentre cresceva l’attivismo tra lavoratori e agricoltori. Un completo rovesciamento sarebbe potuto avvenire in un paio d’anni appena, pensarono i lavoratori radicali. Tuttavia, la miseria degli indigenti divenne quotidianamente più urgente e il Partito Laburista sentì crescere la pressione da parte dei suoi membri per alleviarne le sofferenze, cosa che poteva fare solamente se avesse preso le redini del governo in un accordo di compromesso con la controparte.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">E così fece. Con una trattativa che consentì ai proprietari di conservare il diritto di possedere e gestire le proprie ditte, la sinistra nel 1935 salì al governo in coalizione col Partito Agrario. Ampliarono l’economia e avviarono progetti di spesa pubblica per favorire una politica del pieno impiego che era diventata la pietra di volta della politica economica norvegese. Il successo del Partito Laburista e il protratto attivismo dei lavoratori permisero regolari incursioni contro i privilegi dell’1 per cento, fino al punto che la maggioranza delle proprietà delle grandi aziende fu rilevata nell’interesse pubblico. (C’è un articolo anche su questo argomento nel Global Nonviolent Action Database).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">L’1 per cento perse pertanto il potere storico di dominio sull’economia e sulla società. Solo tre decenni più tardi i Conservatori poterono tornare in un governo di coalizione, avendo accettato le nuove regole del gioco, una quota elevata della proprietà pubblica dei mezzi di produzione, una tassazione estremamente progressista, una forte regolamentazione dell’economia per il bene comune e la letterale abolizione della povertà. Quando i Conservatori tentarono alla fine un flirt con le politiche neoliberiste, l’economia generò una bolla, dirigendosi verso il disastro. (Suona familiare?)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">I Laburisti sono quindi entrati in campo, hanno preso le tre banche più grandi, licenziato i top manager, lasciato gli azionisti senza un centesimo e si sono rifiutati di salvare alcuna delle banche più piccole. Il purificato settore finanziario norvegese non è stato uno di quelli che hanno vacillato nella crisi del 2008; attentamente regolato e in gran parte nazionalizzato, il settore era solido.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Sebbene i norvegesi non ve lo diranno la prima volta che li incontrerete, rimane il fatto che l’alto livello di libertà e di prosperità ampiamente condivisa della loro società è iniziato quando i lavoratori e gli agricoltori, insieme agli alleati della classe borghese, hanno intrapreso una lotta non violenta che ha dato potere alla gente di governare per il bene comune.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Micaela Marri</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Fonte: <a href="http://www.comedonchisciotte.org">www.comedonchisciotte.org</a></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La musica del cuore</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 08:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Davvero John Lennon o chi per lui, potrebbe essere meglio di una pastiglia per rilassare i nervi e distendere lo stress.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_12910" class="wp-caption aligncenter" style="width: 522px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/Pianoforte.jpg"><img class="size-full wp-image-12910" title="Pianoforte" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/Pianoforte.jpg" alt="" width="512" height="341" /></a><p class="wp-caption-text">Pianoforte</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Michela Speciani</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Musica: strumento potente. La storia di ciascuno con il ritmo comincia nella pancia della mamma dove il battito cardiaco della madre scandisce il tempo e le emozioni o gli stati: il battito della mamma accelera per esempio, come quello di ciascuno, sotto stimolazione del sistema ortosimpatico, quello adibito alla risposta nei momenti di paura, pericolo o attenzione necessaria. Lo stesso ritmo rallenterà sotto stimolazione prevalente del sistema parasimpatico, dominante nei momenti di assoluta serenità. Tramite il ritmo musicale il futuro bambino impara a interpretare l’esterno e a calibrare le proprie emozioni e reazioni tramite quelle della madre. Un ritmo lento inibirà ad esempio nel feto la secrezione di ACTH (ormone dello stress) e stimolerà la produzione di onde cerebrali alfa (quelle della fase che precede il sonno) e il rilassamento muscolare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Non solo: il ventre materno per conformazione tende a inibire il passaggio di toni acuti o alti che raggiungono il feto solo in momenti particolari, quando di elevata intensità e vengono percepiti quindi come segnale di allerta. I toni più bassi sono quelli che giungono meglio all’interno della pancia fino all’apparato uditivo del piccolo che quindi li percepirebbe come normalità tranquilla.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Ecco che ritmo e tonalità competono nel creare un segnale preciso sin da prima della nascita. È probabilmente ciò che sembra rendere la terapia musicale associata, più efficace della sola tradizionale nel recupero e nella rieducazione di persone che soffrano di grave o media demenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Il ruolo dei testi nella stimolazione emotiva sembra importante, ma solo quando si tratti di parole tristi. Le aree cerebrali stimolate dalla sola musica di canzoni “tristi” sembrano essere le stesse stimolate dalle canzoni “felici” comprese di testo. Le emozioni evidenziate sarebbero inoltre simili. Canzoni tristi con testo risultano efficaci nel produrre emozioni correlate nel soggetto, mentre il testo di canzoni felici risulta inibitorio sul risultato emotivo finale. La sola musica delle canzoni “felici” risulta infatti decisamente più efficace della musica abbinata a testo nel produrre emozioni significativamente positive nel sottoposto allo studio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">La musica ha quindi un ruolo intrinsecamente importante nella gestione e nella risposta emotiva del singolo. Rappresentando essa sola un segnale di induzione di allerta o di stimolo all’avere un sentimento sereno. Il ruolo delle parole rappresenterebbe allora un di più spesso fuorviante (oltre l’eventuale bellezza poetica del testo) rispetto al risultato ottenibile col solo strumentale o vocale. C’è un di più che è rappresentato dall’esperienza sulla quale si sono formate le mappe neuronali e cerebrali di ciascuno prima e dopo la nascita. È il valore aggiunto della musica che stimola un ricordo sia questo il ritmo del cuore materno, il primo ballo con la fidanzatina del liceo, il primo concerto con gli amici o altro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">La musica è uno strumento di facile reperibilità ed utilizzazione, nettamente efficace nel produrre cambiamenti emotivi o influenzare il tono umorale durante la giornata o nella vita del singolo. Questo è quanto deve aver spinto Galina Mindlin, Don Durousseau e Joseph Cardillo a stilare “Le playlist che ti cambiano la vita”. L’iniziativa è lodevole negli intenti ed efficace divulgativamente, restando forse un pochino meglio gestibile dal punto di vista pratico e dell’efficacia personale: il parametro che influenza le loro scelte risulta in prima battuta essere infatti quello del solo ritmo. L’idea resta tuttavia interessante, così che potrebbe avere la sua efficacia il fatto che ciascuno impari a creare le proprie playlist con attenzione rispetto alla propria personale risposta. Tali saranno strumenti efficacemente utilizzabili nella vita di tutti i giorni: per riprendersi e recuperare la grinta a seguito di una percepita sconfitta, per svegliarsi in maniera efficace, per correre col sorriso, per sentirsi più attivi o improvvisamente stare meglio. In questo senso, davvero John Lennon o chi per lui, potrebbe essere meglio di una pastiglia per rilassare i nervi e distendere lo stress.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Fonte: <a href="http://www.eurosalus.com">www.eurosalus.com</a></span></p>
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		<title>Mobilità insostenibile: due giorni di neve ci paralizzano</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:57:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Mobilità dolce]]></category>
		<category><![CDATA[fabbriche]]></category>
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		<description><![CDATA[Mobilità insostenibile: due giorni di neve ci paralizzano. Perché? Perché non riusciamo più a fare a meno di milioni di auto e tir. E' un non equilibrio che implode.
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Mobilità insostenibile: due giorni di neve ci paralizzano. Gli unici collegamenti da un luogo ad un altro che ormai popolano il nostro immaginario sono le strade asfaltate su cui circolano milioni di automobili e tir. Un non equilibrio, che non regge, che ci uccide per lo smog, che ammazza il territorio, che ha cementificato ogni angolo di questo paese.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Le fabbriche funzionano solo se i lavoratori riescono a raggiungerle e questo avviene in auto per la quasi totalità, perchè molti sono pendolari. I negozi hanno merce da vendere solo se i tir riescono ad arrivare dai luoghi lontani dove le merci si coltivano o si producono; e se i tir e le auto si fermano, tutto si blocca, le fabbriche non funzionano e gli scaffali dei negozi sono vuoti. E se i negozi chiudono, i dipendenti stanno a casa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Le scuole? La quasi totalità dei bambini e dei ragazzi arriva in auto o in corriera, e se le strade sono scivolose e impraticabili per il ghiaccio, i bambini non vanno a scuola. Sono state chiuse le scuole dei paesini; le medie raccolgono utenze da più Comuni; le superiori sono poche e hanno un bacino di utenza grande quanto un quarto di provincia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">La nostra dimensione globale, che ci ha strappato tutto ciò che avevamo vicino, implode alla prima neve. Mobilità insostenibile, ma non solo: società insostenibile. E avete notato come in tv, ora che la crisi ci stanga senza pietà, si comincia a sostituire la parola &#8220;recessione&#8221; con la parola &#8220;decrescita&#8221;? Come mai? Potrebbe essere che si vuole dare alla parola decrescita un connotato negativo, per mettere le mani avanti, per alimentare un ennesimo equivoco che torna utile allo status quo? Ma c&#8217;è ancora qualcuno che pensa di poter continuare così?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Fonte: <a href="http://www.aamterranuova.it">www.aamterranuova.it</a></span></p>
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		<title>A sette anni dalla nascita, il Jardin partagé de l’Aqueduc di Parigi è un grande successo</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:08:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agricoltura biologica]]></category>
		<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[coltivare]]></category>
		<category><![CDATA[condivisi]]></category>
		<category><![CDATA[giardini]]></category>
		<category><![CDATA[Jardin partagé de l'Aqueduc]]></category>
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		<category><![CDATA[Parigi]]></category>
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		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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		<category><![CDATA[Zappata]]></category>

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		<description><![CDATA[Mamme, papà e ragazzini (in tutto 296 persone) impegnati in un esperimento di vita condivisa all'insegna della sostenibilità e della cultura al verde nel mezzo di una grande metropoli.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Martina Castigliani</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Mamme, papà e ragazzini (in tutto 296 persone) impegnati in un esperimento di vita condivisa all&#8217;insegna della sostenibilità e della cultura al verde nel mezzo di una grande metropoli. &#8220;Fare giardinaggio è una scusa &#8211; ha detto un &#8216;coltivatore&#8217; &#8211; in realtà è un esercizio di cura della collettività&#8221;Il Jardin partagé de l&#8217;Aqueduc di Parigi Una terra con 296 coltivatori, mani di mamme, papà, anziani e ragazzini, che insieme si prendono cura del giardino partecipato più grande di Parigi. Il “Jardin partagé de l’Aqueduc” è un esperimento di vita condivisa all’insegna della sostenibilità e della cultura al verde nel mezzo di una grande metropoli. Nato nel 2005, quell’esperimento ora può definirsi un successo che fa scuola a tante altre realtà e non solo francesi. “Fare giardinaggio è una scusa – ha affermato uno dei membri dell’associazione – diciamo che ci troviamo qui a curare le nostre piante, ma in realtà è un esercizio di cura della collettività. Impariamo a stare insieme, tornando alle nostre origini, quelle della terra”. Collettivamente, è così che funziona il “Jardin de l’Aqueduc” di Parigi, come i tanti giardini condivisi che continuano a nascere in città. Aree abbandonate della metropoli, che associazioni di cittadini decidono di prendersi in carico, organizzandone la coltivazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Condividere un giardino è nata come una pratica spontanea e naturale, ma dal 2001, il sindaco socialista Bertrand Delanoe ha voluto regolare questi spazi collettivi, con la carta “Charte main verte“, la quale riconosce ufficialmente tali realtà. Il “Jardin de l’Aqueduc”, con i suoi 1000 metri quadri è uno degli esempi più grandi. 109 le famiglie associate, le quali entrano a far parte del gruppo versando una quota di circa 15 euro annui. A ogni gruppo familiare sono affidati due metri quadri di giardino, che deve impegnarsi a coltivare. In più, vi sono aree comuni dove la scelta dei semi da piantare e la cura delle piante vengono gestite a livello collettivo. E tra pomodori, piselli, patate e fiori, si svolgono scene di vita quotidiana che permettono alle persone di incontrarsi e lavorare per uno spazio pubblico. “Lo trovo un posto meraviglioso – ha continuato uno degli abitanti del “Jardin de l’Aqueduc – perché consente il dialogo tra generazioni e classi sociali: quando si lavora la terra non esiste etichetta o distinzione, siamo solo vicini di casa che curano il loro giardino”. E il successo si vede dalla lista d’attesa: al “Jardin de l’Aqueduc” circa 50 famiglie aspettano di ricevere il loro fazzoletto di terra da coltivare e a volte qualcuno è costretto ad attendere per anni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">L’idea nasce nel XIX secolo con i jardins ouvriers ou familiaux, piccoli appezzamenti di terra destinati agli operai e alle loro famiglie perché potessero migliorare le loro condizioni di vita e garantirsi una sorta di autosussistenza alimentare. Negli anni successivi, sono poi New York e Montreal con i community gardens a elaborare l’idea della condivisione. Nel 2011 invece, giardino condiviso significa portare un po’ di ossigeno nel centro di una metropoli e di farlo a Parigi, dove i 2,2 milioni di abitanti rischiano di soffocare ogni spazio verde. Ed è così che il “Jardin de l’Aqueduc” è nato sui binari dismessi di una parte della RER, la metropolitana che porta in periferia e che sorge in uno dei quartieri a sud del centro. Una cinquantina in totale i giardini condivisi e presenti in varie parti della città. E se a mancare è lo spazio, i parigini puntano a ricoprire i tetti delle case. Il giardino condiviso di rue des Haies, ad esempio, si trova sopra il tetto di una palestra ed è costituito da 800 metri coltivati e gestiti dall’associazione “La Fayette Accueil“, che lavora con emarginati sociali. Il futuro per il verde della metropoli, sembra infatti essere sui tetti: il comune ha da poco dichiarato di voler passare entro il 2020 da 3,5 a 7 ettari di tetti coltivati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Il successo parigino sta contagiando altre realtà e non solo in Francia. L’Italia ad esempio, da nord a sud sta cominciando a sviluppare idee di condivisione verde, cercando di creare una cultura comunitaria all’insegna della sostenibilità. A Roma, “Zappata Romana” è il progetto di Studio Uap (Urban Architecture Project) che dal 2010 ha censito oltre 90 tra orti e giardini condivisi della capitale, creando una vera e propria mappa virtuale. E anche Parma, Venezia, Torino cominciano ad organizzarsi in tal senso. Oltre confine invece, uno degli esempi più conosciuti è quello americano con il sito <a href="http://www.sharedearth.com">www.sharedearth.com</a>, che unisce coltivatori in cerca di una terra e cittadini in cerca di giardinieri. Chi offre la terra chiede in cambio un po’ degli ortaggi coltivati ed il gioco è fatto. L’obiettivo anche in questo caso, avere città più verdi e riuscire a creare una comunità che sappia prendersene cura.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Fonte:<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it"> www.ilfattoquotidiano.it</a></span></p>
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