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	<title>uomoplanetario.org &#187; Ecologia</title>
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		<title>Nell’Italia della crisi fioriscono agricoltori e orti fai da te</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 11:17:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agricoltura biologica]]></category>
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		<description><![CDATA[“Una zappa ci salverà”. Il boom degli orti urbani.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Alessandro Graziadei</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Nelle sue uscite pubbliche lo scrittore e alpinista Mauro Corona non smette mai di ricordarlo: “<strong>una zappa ci salverà</strong>”. E forse mai come adesso la crisi, la voglia di cibo sano e il ritorno alla natura e alle relazioni non mediate dalla Rete gli danno ragione e fanno registrare il record di 1,1 milioni di metri quadri di terreno di proprietà comunale destinati stabilmente o occasionalmente da circa 21 milioni di italiani alla coltivazione di <strong>orti pubblici</strong> o adibiti al giardinaggio ricreativo. È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti sulla base del rapporto Istat sul Verde Urbano nel 2011 presentato in occasione di “Cibi d’Italia” il meeting organizzato dalla Fondazione Campagna Amica al Castello Sforzesco di Milano all’inizio di maggio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Il vero e proprio boom degli <strong>orti urbani</strong>, che anche la trasmissione di Radio2 Caterpillar sta tentando di mappare con l’iniziativa “<strong>OrtoXmille</strong>”, non ha scopo di lucro e come ha ricordato la Coldiretti “<strong>gli orti sono assegnati in comodato ai cittadini richiedenti e forniscono prodotti destinati al consumo familiare e, oltre a rappresentare un aiuto per le famiglie in difficoltà, concorrono a preservare spesso aree verdi interstiziali tra le aree edificate per lo più incolte e destinate all’abbandono e al degrado</strong>”. Secondo il censimento effettuato dall’Istat quasi la metà, “<strong>circa il 44 per cento delle amministrazioni comunali dei capoluoghi di provincia ha previsto orti urbani tra le modalità di gestione delle aree del verde</strong> &#8211; ha spiegato la Coldiretti &#8211; con forti polarizzazioni regionali: il 72 per cento delle città del Nord-ovest, poco meno del 60 per cento e del 41 per cento rispettivamente nel Nord-est e nel Centro, con concentrazioni geografiche in Emilia-Romagna e Toscana, ma ben rappresentate anche in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e nel Lazio. Nel Mezzogiorno, infine, risultano presenti solo a Napoli, Andria, Barletta e Palermo”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In generale per l’analisi dell’Istat possiamo dire che ogni abitante dispone in media di 30,3 mq di verde urbano, con valori più contenuti al Centro (23 mq per abitante) e al Nord-ovest (24,3 mq), mentre nelle città del Nord-est il valore medio è quasi doppio rispetto a quelle del Centro e del Nord-ovest (45,4 mq per abitante) e anche nel Mezzogiorno è comparativamente elevato (37,1 mq tra le città del Sud e 26,7 mq nelle Isole). Nel 15% circa dei capoluoghi poi “la disponibilità di verde urbano è pari o superiore ai 50 mq per abitante, mentre nel 17,7% non si raggiunge la soglia dei 9 mq pro capite, soprattutto nelle Isole e al Sud”. Nel complesso circa un quinto delle città italiane presenta valori superiori alla media sia per densità che per disponibilità del verde urbano, tra queste Sondrio, Trento, Potenza e Matera, mentre valori notevolmente più bassi per entrambi gli indicatori caratterizzano la metà dei capoluoghi del Belpaese, quasi il 70% tra quelli del Sud.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Anche se non omogeneo, si tratta di un vero e proprio “patrimonio verde” che fotografa una tendenza in costante crescita. Così nell’Italia della crisi fioriscono agricoltori e orti fai da te come in una riedizione in chiave moderna degli orti di guerra nati al centro delle grandi città americane ed europee (famosi sono i victory gardens degli Stati Uniti e del Regno Unito che nel 1945 sopperivano al 10 per cento della richiesta di cibo) e italiane per garantire approvvigionamenti alimentari, qui nell’osservanza dell’imperativo del Duce, “non un lembo di terreno incolto”. Sono negli annali della storia le immagini del foro Romano e di piazza Venezia trasformati in campi di grano e la mietitura svolta in piazza Castello nel cuore di Torino, come forse lo diventeranno il verde pubblico e privato urbano contemporaneo, con giardini e balconi delle abitazioni trasformati in orti per la produzione “fai da te” di lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci da raccogliere all’occorrenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">“<strong>Con la crisi fare l’orto è diventato una tendenza assai diffusa</strong> &#8211; ha sostenuto la Coldiretti &#8211; che ha raccolto molti appassionati che possono oggi scegliere tra le tante possibilità agricole a seconda dello spazio disponibile. A volte basta solo un balcone e poche decine di euro. Per la Coldiretti nel caso di orto su un balcone di medie dimensioni si può ipotizzare un costo che oscilla fra i 40 e i 50 euro per 2 contenitori da 80 centimetri di lunghezza, con la giusta quantità di terra e 6 piantine orticole più diverse essenze aromatiche, dove la maggior parte del costo è rappresentato proprio dai vasi che certamente non si buttano via a fine stagione, ma possono essere riutilizzati per più anni. Le singole piantine orticole possono costare fra i 25 e i 30 centesimi per confezioni multiple. “<strong>Il segreto del piccolo orto sul balcone sta nell’ottimizzare gli spazi all’interno degli stessi vasi</strong> &#8211; ha aggiunto la Coldiretti &#8211; alternando piante più alte come pomodorini, peperoni e melanzane, con alla base composizioni di prezzemolo, basilico ed erbette. L’ideale è <strong>attrezzare un lato del balcone con le orticole e l’altro con le aromatiche come timo, salvia e menta</strong>”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Se invece si ha a disposizione un piccolo appezzamento di terreno, in appena 10 metri quadrati si possono coltivare: 4 piante di pomodori, 4 piante di melanzane, 2 piante di zucchine, 8 piante di insalata e 4 piante di peperoni per una produzione media di oltre 25 chili di verdura. “Oltre a quello sul balcone o al tradizionale a terra, a causa degli spazi sempre più ristretti nelle città &#8211; ha concluso la Coldiretti &#8211; stanno nascendo sempre nuove tipologie di orti: da quelli a parete che si appendono all’esterno e nei quali trovano spazio fragoline, peperoncini, insalatine ed erbe aromatiche o quelli pocket costituiti da mini vasi in materiale riciclabile che possono essere sistemati senza problemi anche a bordo finestra sui davanzali più stretti”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Ma chi sono gli “hobby farmers”? Nel dettaglio l’identikit dell’<strong>agricoltore cittadino</strong> lo ha stilato la Confederazione italiana agricoltori ed è un ritratto molto preciso: ”<strong>Ha in media 45 anni, una buona istruzione, sensibilità ambientale</strong> e una buona dose di tempo libero. È diplomato nel 55 per cento dei casi e molto spesso ha una laurea (30 per cento). In genere si avvicina all’agricoltura mosso prevalentemente da input culturali. Solitamente è un insegnante (20 per cento) o un impiegato (13 per cento), meno frequentemente un operaio (10 per cento) e un imprenditore (3 per cento)”. Se è vero che è un hobby che piace anche ai giovani, gli studenti rappresentano il 5 per cento, sono soprattutto i pensionati, circa il 40 per cento, che si avvicinano al lavoro della terra innanzitutto per risparmiare in tempi di crisi economica, oltre che per una maggiore familiarità con le tradizioni contadine.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">E allora indipendentemente dai dati e dai profili statistici viva l’autoproduzione cittadina che fa bene alla salute e allo spirito, massimo esempio dell’agricoltura di prossimità e della filiera corta. Ma non si tratta soltanto di un fatto di risparmio e salute, l&#8217;orto è oggi anche e soprattutto l’occasione per ricavarsi un’isola appassionatamente analogica nella frenesia digitale dei nostri tempi, fatta di centinaia di amici virtuali e di poche decine di amici reali. Di questi ultimi si sente sempre un gran bisogno anche dietro ad una zappa, con buona probabilità quella che ci “salverà”, in questi tempi di crisi economiche e relazionali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.unimondo.org">www.unimondo.org</a></span></p>
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		<title>Non pescate i pesci che non mangiate</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 07:29:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[in mare]]></category>
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		<description><![CDATA[«Su 100 chili di pescato, al mercato ne arrivano 20. Gli altri finiscono in mare». Un mare di sprechi.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17736" class="wp-caption aligncenter" style="width: 502px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/Overfishing_-A-Global-Catastrophe_-Overfishing-awareness-scores.jpg"><img class="size-full wp-image-17736" alt="Overfishing" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/Overfishing_-A-Global-Catastrophe_-Overfishing-awareness-scores.jpg" width="492" height="328" /></a><p class="wp-caption-text">Overfishing</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Michela Marchi</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"><strong>«Su 100 chili di pescato, al mercato ne arrivano 20. Gli altri finiscono in mare»</strong>. Un mare di sprechi, la conferenza che apre il ciclo dei Laboratori dell’acqua di Slow Fish (ospitato a Genova dal 9 al 12 maggio), affronta un fenomeno diffuso, ma ancora poco noto all’infuori della cerchia degli addetti ai lavori: <strong>il grande spreco generato dai rigetti in mare, lo “scarto” di organismi marini</strong> – in gran parte edibili – che dopo la cernita del prodotto commerciale viene buttato via. Introduce e modera la conferenza Silvio Greco, responsabile ambiente di Slow Food Italia: «Il nostro Mediterraneo soffre una pressione di pesca esagerata e l’overfishing (termine ormai internazionale per indicare la sovrapesca) non fa che costituisce una perdita pesante non solo dal punto di vista biologico, ma anche economico».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Primo ospite della conferenza è Ángel León chef di Cadice che ha fatto dell’anti spreco la filosofia del suo ristorante: «Sono figlio di pescatori e conosco il mare “sopra e sotto”. Circa quindici anni fa ho iniziato un percorso di ricerca che mi ha portato a poter proporre nel mio ristorante ben 17 tipi di plancton ognuno con la sua sfumatura di mare». Sì, avete letto bene, plancton. Ángel ha portato all’estremo la sua intenzione di poter servire il mare tanto che «Nel mio ristorante servo solo pesce, preparo anche il “formaggio” e le “verdure” con il pesce e non mi fermo alle specie alla moda. Sono convinto che gli chef e la gastronomia abbiano un ruolo fondamentale nell’educazione del gusto. Il mio progetto non ha avuto subito successo, ma ora devo dirvi che le soddisfazioni non mi mancano» tra cui una bella stella Michelin. In menù ha 26 piatti per ricostruire tutta la filiera trofica e in cucina si avvicendano 25 persone per servirne 20. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Se quello di Ángel è un bellissimo esempio di come si possa recuperare il pescato “negletto”, Marino Vacchi dell’Università di Genova ci dà qualche dato su fenomeno: «Il problema maggiore è che in Italia la ricerca non è più andata avanti. I nostri Governi non la ritengono utile e ci ritroviamo a lavorare con dati storici, addirittura del 2000» quando la Fao aveva registrato l’ammontare dello scarto in 27 milioni di tonnellate all’anno. Le conseguenze? «L’impoverimento delle popolazioni ittiche, con una perdita in termini di biodiversità che causa un vero sconquasso agli ecosistemi marini e un drastico cambiamento della catena alimentare che a sua volta determina l’aumento di specie con alimentazione opportunistica, come nel caso del merluzzo nel Grand Banks statunitense». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">I sistemi per rimediare ci sarebbero: «<strong>Basta potenziare la pesca selettiva usando attrezzi che consentano di ridurre i rigetti</strong>». Una testimonianza confermata dall’intervento di Adnan Ayaz dell’Università di Canakkale Onseikiz Mart (Turchia): «<strong>Il mio consiglio è uno solo: non pescate pesci che non mangiate</strong>. Abbiamo stimato che <strong>se non si prenderanno le misure necessarie gli stock collasseranno entro il 2050</strong>». Anche per il professore Ayaz il consiglio è dunque lo stesso: «Stabilire quote di pescato e soprattutto potenziare la pesca selettiva e l’utilizzo di reti e attrezzi che la consente». Un esempio di queste tecniche di pesca arriva da Camogli, dove i pescatori della tonnarella, antichissimo metodo di pesca oggi Presìdio Slow Food, sono una presenza forte e importante nel territorio. Ci ha raccontato la loro storia la biologa marina Nadia Repetto: «Tonnarella e non tonnara perché si tratta di un sistema di pesca simile ma più semplice e piccolo rispetto alla tonnara. Inoltre, le tonnare sono fatte per restare in mare solo poche settimane mentre la tonnarella a Camogli viene calata in mare per circa 6 mesi, da aprile a settembre». Con questo sistema si pesca soprattutto il pesce azzurro, le specie pelagiche, i pesci di passaggio insomma: «E se viene cattuato qualche pesce che il mercato non accoglie, si aprono le gabbie e si libera in mare». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">E noi? Cosa possiamo fare? «<strong>Rinunciare a comprare pesce sotto taglia, anche come segnale, come buona pratica da adottare. E come atto simbolico, non acquistiamo giovanili</strong>», conclude Greco. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.slowfood.it">www.slowfood.it</a></span></p>
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		<title>Davanti alle piste ciclabili i negozi guadagnano il 49% in più</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 07:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Mobilità dolce]]></category>
		<category><![CDATA[bicicletta]]></category>
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		<category><![CDATA[piste ciclabili]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanto si guadagna dalle piste ciclabili? Il primo dato che salta all’occhio è la crescita del 49% del giro d’affari dei negozi posti in prossimità delle bike lane. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17732" class="wp-caption aligncenter" style="width: 596px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/143513503-586x390.jpg"><img class="size-full wp-image-17732" alt="Ciclisti urbani" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/143513503-586x390.jpg" width="586" height="390" /></a><p class="wp-caption-text">Ciclisti urbani</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Davide Mazzocco</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Ma il guadagno si misura anche in termini di salute, soddisfazione e rispetto per l’ambiente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Quanto si guadagna dalle piste ciclabili? A quantificare i benefici prodotti da una rete ciclabile efficiente è il Dipartimento dei Trasporti di New York City che ha condotto un’approfondita indagine per valutare quali cambiamenti siano avvenuti lungo le arterie nelle quali sono state create delle piste ciclabili. Il primo dato che salta all’occhio è la crescita del 49% del giro d’affari dei negozi posti in prossimità delle bike lane. Già perché molto spesso il vero problema per chi va a fare acquisti in auto è quello di dove sistemare la propria auto, problema che non si pone con le bici. Arrivi, vincoli la bici al palo più vicino, entri, compri e vai! In Italia, molto spesso, simili iniziative vengono osteggiate dai negozianti i quali, con scarsa lungimiranza, preferiscono che le automobili possano arrivare fin sulla porta del loro negozio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">A New York qualcuno ha capito che il guadagno è su tutta la linea e ora anche i numeri lo confermano. Anche la sicurezza aumenta: la condizione “anomala” della condivisione della sede stradale con i ciclisti (anche se questi sono in sede propria) aumenta l’attenzione di chi guida un autoveicolo e così la diminuzione degli incidenti è del 35% o addirittura del 58% a seconda delle vie testate.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Il 74% delle persone intervistate dimostra di preferire la nuova configurazione della strada. Sulla Hoty Avenue, nel Queens, in prossimità del RFK Bridge, dopo la creazione di una pista ciclabile i tempo di scorrimento sono migliorati del 51%, il volume del traffico ciclistico è aumentato del 37% e gli incidenti sono diminuiti del 21%.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">A Brooklyn, sulla Church Avenue, una delle due file adibite al parcheggio è stata riservata al traffico ciclistico. Risultato? Nelle ore di punta la velocità del traffico è aumentata del 21%. Gli amministratori delle Smart City italiane prendano nota.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.Ecoblog.it">www.ecoblog.it</a></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Quali sono le città che hanno più spazio verde</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 07:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
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		<category><![CDATA[verde]]></category>

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		<description><![CDATA[In Italia chi abita nei capoluoghi di provincia ha a disposizione circa trenta metri quadrati di spazio verde a testa. Ma quali sono le città con più parchi e giardini?]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17727" class="wp-caption aligncenter" style="width: 650px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/curitiba-green.jpg"><img class="size-full wp-image-17727" alt="Curitiba" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/curitiba-green.jpg" width="640" height="427" /></a><p class="wp-caption-text">Curitiba</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Anna Franchin</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In Italia chi abita nei capoluoghi di provincia ha a disposizione circa trenta metri quadrati di spazio verde a testa. Ma quali sono le città con più parchi e giardini?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Secondo il sito Sustainable cities, una città con un ottimo rapporto di superficie verde per abitante è Curitiba, in Brasile: 52 metri quadrati. Seguono Rotterdam, nei Paesi Bassi (28,3 metri quadri), New York (23, 1 metri quadri), Madrid (14 metri quadri), Toronto, in Canada (12,6 metri quadri) e Parigi (11,5).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Ma uno studio del 2009 citato dalla Commissione europea ricorda che i cittadini di Liegi in Belgio, Oulu in Finlandia e Valenciennes in Francia possono contare su 300 metri quadrati a testa di spazio verde.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Mentre la Greater London authority ha contato che a Londra il 63 per cento dei 1.572 chilometri quadrati della capitale è occupato da spazio verde, giardini o acque. Un terzo di questa percentuale è rappresentato dai giardini privati e un terzo da verde spontaneo. Il 16 per cento del verde urbano è costituito da parchi o giardini pubblici (circa 173 chilometri quadrati in totale, secondo il London Councils). Vuol dire 105 metri quadrati per abitante.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Le città italiane</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat (che considera l’anno 2011), in Italia il verde urbano occupa in media il 2,7 per cento del territorio dei capoluoghi di provincia (significa più di 550 milioni di metri quadri). Sempre in media, ogni abitante ne ha a disposizione 30,3 metri quadri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Per verde urbano l’Istat non intende solo giardini o parchi comunali, ma anche tutti gli altri spazi che in una città possono contribuire a uno stile di vita salutare: orti urbani, cortili scolastici, aree sportive all’aperto e piste ciclabili.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Nella stima del verde urbano si usano anche altri due parametri: la presenza di aree protette naturali (che sono riconosciute dalla legge e comprendono parchi nazionali, regionali e provinciali) e la densità di superficie agricola (Sau) utilizzata. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Solo due comuni italiani superano la media nazionale in tutti e tre i parametri (verde urbano, aree protette e Sau): Matera e Lodi. A Matera quasi tutto il verde urbano è “storico”, con il parco archeologico delle chiese rupestri (Roma è la seconda città per estensione delle aree di verde storico, che coprono oltre 28 milioni di metri quadri). A Lodi invece le aree protette sono il 35 per cento del verde complessivo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In generale sono stati promossi 43 capoluoghi, che superano la media nazionale per almeno due parametri su tre. Tra queste città ci sono: Como, Sondrio, Trento, Pordenone e Reggio Emilia al nord; Terni e Prato al centro; Potenza, Cagliari e Ragusa al sud e nelle isole.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Tra i centri urbani più grandi, hanno un buon “profilo verde” Genova, Trieste, Roma, Napoli, Palermo e Cagliari.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.internazionale.it">www.internazionale.it</a></span></p>
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		<title>La raccolta differenziata dei trogloditi</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 15:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come ogni cosa fatta nella nostra città, la raccolta porta a porta non rientra tra le scelte virtuose, ma è soltanto un espediente per evitare l’ecotassa, ossia le sanzioni economiche previste dall’Unione Europea per quei comuni che non raggiungono la soglia minima mensile del 65% di raccolta differenziata.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Matteo Della Torre</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Per circa vent’anni a San Ferdinando di Puglia la raccolta differenziata con il sistema dei cassonetti è stata un autentico <strong>flop</strong>: ha raggiunto al massimo la vergognosa percentuale mensile del <strong>13,8%</strong>. Ogni anno la nostra città spediva in discarica 6.038.520 Kg di rifiuti indifferenziati, con una produzione media annua di rifiuti procapite di 482 kg. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Il <strong>must ecologico</strong> di eliminare i cassonetti stradali e passare al porta a porta, per anni, nonostante le <strong>“inutili” sollecitazioni</strong> di Uomoplanetario.org, è stato <strong>bellamente ignorato</strong> dalle varie amministrazioni comunali, di centro-sinistra come di centro-destra. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Che il sistema di raccolta dei rifiuti con i cassonetti stradali fosse un metodo ecologicamente insostenibile perché, anche ai comuni più virtuosi, non permette di superare la percentuale del 35% di raccolta differenziata, era un <strong>concetto chiaro</strong> da almeno un decennio. Il primo passo della svolta sarebbe stato l’<strong>eliminazione dei cassonetti stradali</strong> con conseguente immediata responsabilizzazione dei cittadini (anche dei più trogloditi) che sarebbero stati costretti, da un giorno all’altro, a differenziare correttamente i rifiuti in casa negli appositi contenitori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Dopo anni di raccolta differenziata inesistente, l’amministrazione comunale di centro-sinistra nel 2013 ha deciso, finalmente, di avviare la moderna raccolta differenziata porta a porta. Ma, come ogni cosa fatta nella nostra città, la raccolta porta a porta <strong>non rientra tra le scelte virtuose</strong>, ma è soltanto un <strong>espediente per evitare l’ecotassa</strong>, ossia le sanzioni economiche previste dall’Unione Europea per quei comuni che non raggiungono la soglia minima mensile del 65% di raccolta differenziata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Infatti, dal sito “amosanferdinandodipuglia.it” apprendiamo che l’obiettivo dichiarato della raccolta differenziata porta a porta a San Ferdinando di Puglia è “<strong>il 65% di differenziata</strong>”. Ovvero, facciamo il <strong>minimo sindacale per non essere multati</strong>. Qui l’ecologia non c’entra. E’ un mero calcolo di convenienza economica. Che tristezza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Per correttezza va comunque rimarcato un aspetto positivo. Virtuosa o meno, la raccolta differenziata porta a porta, in meno di un mese, <strong>ha “costretto” 13.200 abitanti</strong> (l‘86,2% della popolazione), che in questi ultimi vent’anni hanno conferito i loro rifiuti in discarica, <strong>a differenziare</strong>. Questa è <strong>buona politica</strong>. Se poi quest’ultima in futuro opererà scelte virtuose, dipenderà anche dal grado di partecipazione o di delega dei singoli cittadini. La pagina Facebook “<strong>San Ferdinando di Puglia Open Gov</strong>” rappresenta per ogni cittadino uno strumento reale e una sfida al cambiamento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In tema rifiuti, permane, purtroppo, una sparuta frangia di <strong>cittadini trogloditi</strong> da “convertire” al porta a porta. La foto della busta per la raccolta del vetro, che conteneva di tutto tranne che vetro, gettata in strada in via Marconi il 12 maggio 2013, testimonia che esistono ancora alcuni <strong>nostalgici del cassonetto</strong>.</span></p>
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		<title>I cambiamenti climatici stanno generando centinaia di milioni di profughi</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 22:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Energy Revolution]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo è il genere di notizia che non si legge volentieri, ma che non si può ignorare.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17708" class="wp-caption aligncenter" style="width: 596px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/Profughi-ambientali-Dadaab-2-586x390.jpg"><img class="size-full wp-image-17708" alt="Profughi ambientali" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/Profughi-ambientali-Dadaab-2-586x390.jpg" width="586" height="390" /></a><p class="wp-caption-text">Profughi ambientali</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">EcoAlfabeta</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Questo è il genere di notizia che non si legge volentieri, ma che non si può ignorare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"><strong>Nei prossimi anni è sempre più probabile che centinaia di milioni di persone saranno costrette ad abbandonare la propria terra a causa del global warming</strong>. E’ il commento dell’economista ed esperto di cambiamenti climatici Nicholas Stern in seguito al fatto che la CO2 si sta avvicinando alle 400 ppm. (1)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Movimenti di massa saranno sempre più frequenti nei prossimi decenni a causa di un aumento della temperatura che potrebbe arrivare fino a cinque gradi centigradi. Questo trend è sempre più probabile, visto che i livelli di CO2 continuano ad essere in crescita, anzi in accelerazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">«Se le temperature dovessere arrivare a queli livelli, avremmo devastato gli schemi climatici tradizionali, diffondendo i deserti», ha dichiarato Stern «Centinaia di milioni di persone saranno costrette a lasciare le proprie terre a causa della riduzione o del collasso di agricoltura ed allevamento. I problemi sorgeranno quando tenteranno di migrare in regioni vicine, perchè nasceranno conflitti conle popolazioni locali. E non sarà un fatto occasionale; potrebbe diventare una caratteristica permanente della vita sulla terra.»</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"><strong>Se qualcuno pensa che Stern esageri è perchè non conosce i fatti o non li vuole conoscere</strong>, visto che i profughi ambientali esistono già  in varie zone del mondo, come documenta la gallery fotografica qui sotto, che vi invito a sfogliare anche se non è esattamente piacevole guardarla.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Siccità e inondazioni, unite ad un clima di alta instabilità politica stanno colpendo l’Africa orientale. Il più grande campo profughi del pianeta si trova a Dabaab (vedi le foto qui sotto) nel nord est del Kenya dove vivono circa mezzo milione di persone, in gran parte in fuga dalla Somalia. I profughi non scappano solo dalla guerra, ma anche da condizioni di vita sempre più difficili: negli ultimi quindici anni la disponibilità pro capite di cibo si è ridotta del 10% e quella di acqua del 50% (fonte FAO).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Ma non si tratta solo di questo. Vorrei ricordare ancora altre due storie, per comprendere come i cambiamenti climatici possono influire in modo imprevedibile sulle condizioni di vita.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In Bangladesh, migliaia di profughi si sono accampati nella capitale perchè a seguito della maggiore erosione fluviale hanno perso la loro abitazione.  Le basse isole del delta del Gange sono sempre più sommerse ed i pescatori si devono reinventare allevatori su terre arginali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Iniziano ad esserci profughi ambientali anche negli Stati Uniti. In Alaska gli Inuit sono forzati ad abbandonare alcuni insediamenti perchè la fusione del permafrost sta minando le ofndamenta delle abitazioni e rende la costa più vulnerabile all’erosione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">1) Il 9 maggio la concentrazione media giornaliera per la prima volta ha superato le 400 ppm (parti per milione) all’osservatorio di Mauna Loa, Hawaii. La CO2 oscilla stagionalmente e regionalmente a causa della diversa intensità della fotosintesi. Il trend globale di lungo periodo della CO2 ha comunque raggiunto 395 ppm.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.ecoblog.it">www.ecoblog.it</a></span></p>
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		<title>RESPINGIAMO LA “MONOCOLTURA DELLA MENTE”</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 01:17:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agricoltura biologica]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Vandana Shiva]]></category>

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		<description><![CDATA[In India i miliardari rinunciano alle colture ricche di ferro per puntare sulle banane geneticamente modificate.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17663" class="wp-caption aligncenter" style="width: 650px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/banana.jpg"><img class="size-full wp-image-17663" alt="Banane" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/banana.jpg" width="640" height="295" /></a><p class="wp-caption-text">Banane</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Vandana Shiva</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In India i miliardari rinunciano alle colture ricche di ferro per puntare sulle banane geneticamente modificate.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">La natura ci ha regalato una cornucopia di biodiversità, ricca di sostanze nutritive. La malnutrizione e la carenza nutrizionale sono il risultato della distruzione della biodiversità. La Rivoluzione Verde ha permesso la diffusione di riso e farina chimici, bandendo la biodiversità dalle nostre campagne e dalle nostre diete. E ciò che è sopravvissuto come coltura spontanea – ad esempio l’amaranto verde (chaulai) ed il chenopodium (bathua) che sono ricchi di ferro &#8211; sono stati innaffiati con veleni ed erbicidi. Invece di essere acclamati come doni ricchi di ferro e vitamine, questi vegetali sono stati trattati come erbacce. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">La &#8220;monocoltura della mente&#8221; tratta la diversità come una malattia e crea strutture coercitive per rimodellare il nostro mondo biologicamente e culturalmente variato sui principi di una sola classe privilegiata, di una sola razza e di un solo genere appartenente ad una singola specie. Da quando la &#8220;monocoltura della mente&#8221; ha preso piede, la biodiversità è sparita dalle nostre campagne e dal nostro cibo. E’ la distruzione delle colture ricche di biodiversità che ha portato alle crisi di malnutrizione. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’ultima follia degli ingegneri genetici è di promuovere in India banane geneticamente modificate per ridurre le carenze di ferro nelle donne indiane. Il 75% delle donne indiane soffre di carenza di ferro. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Un uomo ricchissimo di nome Bill Gates sta finanziando uno scienziato australiano, James Dale, che conosce una coltura, la banana, per imporre inefficaci e pericolose banane OGM a milioni di persone in India ed in Uganda.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Il progetto è una perdita di tempo e di denaro. Ci vorranno dieci anni e milioni di dollari per completare le ricerche. Intanto i governi, le agenzie di ricerca e gli scienziati diverranno ciechi alla biodiversità basata su alternative a basso costo, sicure, testate nel tempo, democratiche e gestite da donne. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Le donne indiane hanno una grande conoscenza della biodiversità e della nutrizione; nel corso delle generazioni l’hanno ricevuta dalle loro madri e dalle loro nonne. Qualunque donna vi dirà che la soluzione alla malnutrizione sta nell’aumentare la nutrizione, ossia, aumentare la biodiversità. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Per fronteggiare le carenze di ferro, piante ricche di ferro dovrebbero essere coltivate ovunque, nelle fattorie, nei giardini delle cucine, nei giardini comuni, nei giardini delle scuole. La carenza di ferro non è stata creata dalla natura e possiamo sbarazzarci di essa diventando co-creatori e co-produttori della natura. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Ma c’è un mito della creazione che ignora sia la creatività della natura che la biodiversità, come anche la creatività, intelligenza e sapienza delle donne. Secondo questo mito della creazione di paternità capitalista, i creatori sono uomini ricchi e potenti. Possono possedere la vita attraverso brevetti e proprietà intellettuali. Possono trafficare con la complessa evoluzione millenaria della natura e chiamare i loro volgari atti di manipolazione genetica, “creazione” della vita, del cibo e della nutrizione. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">La biodiversità indigena dell’India offre risorse ricche di ferro. Per esempio, l’amaranto ha 11.0 mg di ferro per 100 gr, il grano saraceno ne ha 15.5 mg e l’amaranto verde ne ha fino a 38.5mg, la karonda 39.1 mg e lo stelo del loto 60.6 mg. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Le banane hanno solo 0.44 mg di ferro per 100 grammi di parte edibile. Ogni sforzo di aumentare il contenuto di ferro nelle banane impallidisce di fronte al contenuto di ferro della nostra biodiversità indigena. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Non soltanto la banana OGM non è la scelta migliore per apportare ferro nella nostra dieta, ma minaccerà progressivamente la biodiversità delle banane e delle colture ricche di ferro ed introdurrà un nuovo rischio ecologico. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Se adottata, la banana Ogm sarà coltivata in grandi monocolture come il cotone Bt geneticamente modificato nelle piantagioni di banane in America centrale. Il governo e le altre organizzazioni sponsorizzeranno questa falsa soluzione e la nostra biodiversità di cibo ricco di ferro scomparirà. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Inoltre, le nostre varietà locali di banana verranno soppiantate e contaminate. Queste includono le varietà Nedunendran, Zanzibar, Chengalikodan e la Manjeri Nendran II. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’idea di un’ ”agricoltura nutriente” fatta di pochi nutrienti coltivati in monocolture è già promossa a livello politico, il ministro delle finanze P.Chindambaram ha annunciato un progetto cardine di “nutri farms” nel suo discorso sul budget del 2013. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’uomo ha bisogno di una biodiversità di nutrienti, inclusi una vasta gamma di micronutrienti ed elementi in tracce. Questi provengono da terreni sani e dalla biodiversità. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Tra le brigate dei biotecnici c’è un’urgenza perversa di dichiarare guerra alla biodiversità ed alla sua fonte. E’ stato fatto un tentativo di introdurre il Bt brinjal in India, che è il centro della diversità del brinjal, il mais OGM è stato introdotto in Messico, il centro della diversità del mais. La banana OGM si sta introducendo nei due paesi in cui la banana è una coltura significativa ed ha una grande diversità. Una è l’India, l’altra è l’Uganda, l’unica nazione in cui la banana è un prodotto basilare. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">HarvestPlus è la corporation che sta promuovendo “biofortification”- tirando su le colture ed aumentando il loro valore nutrizionale. Ma gli esperti dicono che l’aumento dei nutrienti nei cibi potrebbe portare a problemi insormontabili; potrebbe apportare una quantità tossica di nutrienti ad un individuo e causare anche effetti collaterali associati, e c’è il rischio che i prodotti fortificati non siano una soluzione alla carenza di nutrienti presso le popolazioni a basso reddito, che potrebbero non essere in grado di permettersi i nuovi prodotti ed i cui bambini potrebbero non essere in grado di consumarne quantità adeguate. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Gli scienziati australiani stanno usando un virus che infetta le banane come uno starter. Il virus potrebbe diffondersi attraverso il transfer orizzontale di geni. Tutti gli scienziati genetici utilizzano geni che provengono da batteri e virus. Studi indipendenti hanno dimostrato che ci sono rischi per la salute associati a cibi OGM. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Non c’è alcuna necessità di introdurre una tecnologia pericolosa all’interno di un cibo povero di ferro come la banana, quando abbiamo così tanti cibi accessibili, sicuri, a portata di mano ed opzioni diverse per venire incontro alle nostre esigenze nutrizionali di ferro. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Dobbiamo migliorare la nutrizione aumentando la biodiversità, non &#8220;fortificando&#8221; industrialmente cibi vuoti ad un costo alto, o mettendo uno o due nutrienti all’interno di colture geneticamente ingegnerizzate. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Non abbiamo bisogno di questi esperimenti irresponsabili che creano nuove minacce alla biodiversità e alla nostra salute; non abbiamo bisogno di soluzioni nutritive imposte da uomini potenti seduti in posti lontani, che sono totalmente ignoranti sulla biodiversità dei nostri campi e dei nostri piatti tradizionali, e che non devono subire le conseguenze del loro potere distruttivo. Dobbiamo mettere la sicurezza alimentare in mano alle donne, in modo che finanche l’ultima donna e l’ultimo bambino possano godere dei doni naturali della biodiversità. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.commondreams.org">www.commondreams.org</a><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Traduzione per <a href="http://www.comedonchsciotte.org">www.comedonchsciotte.org</a> a cura di ALESSANDRA</span></p>
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		<title>A Milano la prima critical mass “a piedi” per una Mobilità Nuova</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 14:03:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’appuntamento è per sabato, ore 14.30, Stazione Centrale. Associazioni e cittadini manifestano uniti contro il sistema auto-centrico.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17658" class="wp-caption aligncenter" style="width: 411px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/2187999-scene-urbane-i-pedoni-che-attraversano-la-strada.jpg"><img class="size-full wp-image-17658" alt="Critical mass a piedi" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/2187999-scene-urbane-i-pedoni-che-attraversano-la-strada.jpg" width="401" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Critical mass a piedi</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Matteo Scarabelli</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Meno automobili, strade sicure per pedoni e ciclisti, servizi più efficienti per i pendolari. Ma soprattutto città più pulite e più belle, per tutti. È questo il progetto della Rete per la Mobilità Nuova, una cordata di quasi 200 associazioni che ha convocato a Milano migliaia di persone per la manifestazione l’ Italia cambia strada. L’appuntamento è per sabato 4 maggio, alle ore 14.30 di fronte alla Stazione Centrale: da qui partirà la prima critical mass “a piedi” della storia che, dopo via Vittor Pisani, Piazzale Oberdan, Corso Venezia, Corso Europa e Piazza Fontana, si concluderà di fronte al Duomo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Attivissima nei giorni scorsi sul web (i suoi hashtag #mobilitànuova e #cambiastrada sono entrati nei Trend Topics di Twitter) e fuori (in diverse città sono state proiettate le locandine della manifestazione sulle facciate dei palazzi), la Rete è composta da realtà apparentemente lontanissime tra loro: da Legambiente a Slow Food, da #salvaiciclisti al sindacato Spi-Cgil, da Coldiretti a Libera, dal Gruppo Abele ai Genitori Antismog. Proprio questa eterogeneità testimonia quanto sia “sentito” il problema e quanto siano urgenti i cambiamenti nel campo della mobilità, i cui effetti hanno conseguenze significative non soltanto sull’inquinamento e la vivibilità delle città ma, indirettamente, anche a livello economico e sociale. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Per questa ragione la Rete propone il superamento del sistema auto-centrico, ormai diventato insicuro, inefficiente, anti economico, oltreché fattore di degrado ambientale. La Mobilità Nuova ruota attorno a quattro perni fondamentali: l’uso delle gambe, della bicicletta, del trasporto pubblico locale e della rete ferroviaria, con l’utilizzo occasionale dell&#8217;auto in condivisione, ovvero nelle modalità car-sharing, car-pooling e taxi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Come si fa a realizzare tutto questo? Riequilibrando gli investimenti destinati ai trasporti: “Partiamo dalla constatazione che la sfida di una mobilità efficiente deve essere impostata a partire dai bisogni reali delle persone, che oggi sono largamente insoddisfatte e per le quali il ricorso all&#8217;automobile costituisce un ripiego e non una scelta”, spiega Simone Dini, portavoce della Rete Mobilità Nuova. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">“È nelle aree urbane che si concentra l&#8217;80% della domanda di spostamento delle persone, invece le risorse in infrastrutture strategiche viaggiano su tutt&#8217;altra direttrice, che si tratti di nuovi e improbabili raccordi autostradali o di linee ad alta velocità che costano il triplo di quanto costerebbero se realizzate in qualsiasi altro Paese europeo”. Una tesi supportata dai numeri di Legambiente secondo cui, oggi, il 75% delle risorse pubbliche del settore vengono impiegate per soddisfare il 2,8% della domanda di mobilità: questa infatti è la quota di spostamenti quotidiani superiori ai 50 km. Mentre agli interventi nelle aree urbane, al pendolarismo, al trasporto pubblico locale, alla ciclabilità e al trasporto individuale non motorizzato vengono lasciate le briciole. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Questo è il cambiamento che intende realizzare la Rete per la Mobilità Nuova e la critical mass milanese è soltanto il primo passo. È già pronta, infatti, una proposta di legge di iniziativa popolare che vincola le risorse destinate alle amministrazioni locali a obiettivi di mobilità sostenibile. Una sorta di bonus/malus che premierà i comuni che sapranno favorire gli spostamenti a piedi e in bicicletta e l’uso del trasporto pubblico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.wired.it">www.wired.it</a></span></p>
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		<title>Tornado in Emilia Romagna (video)</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 00:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I climatologi sono seriamente preoccupati.]]></description>
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		<title>Il trigesimo di un ciclista urbano</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 21:58:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
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