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	<title>uomoplanetario.org &#187; Diritti umani</title>
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		<title>Invalsi, prove di sessismo per le classi quinte</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 14:24:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella Dipaola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Nonviolenza]]></category>
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		<description><![CDATA[L’educazione alla discriminazione è un crimine.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17655" class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/Prova-Invalsi.jpg"><img class="size-full wp-image-17655" alt="Prova Invalsi" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/Prova-Invalsi.jpg" width="480" height="365" /></a><p class="wp-caption-text">Prova Invalsi</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Alessia Bruni</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Quanto è grave costringere una bambina e un bambino ad affermare che le femmine hanno una posizione gerarchicamente inferiore nella società umana perché questa è la loro natura? Quanto è grave costringerli ad affermare anche che la natura richiede che il capo gruppo sia un maschio, che i maschi devono lottare per il potere e che le femmine ne sono estranee? Quanto è grave se questo avviene a scuola? Quanto è grave se avviene nel contesto di un esame ministeriale? Quanto è grave trasformare le educatrici e gli educatori in complici loro malgrado? Non sono domande retoriche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Quanto descritto è successo a tutte le bambine e bambini italiani delle classi V elementare, durante l’esame ministeriale INVaLSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione). Questo l’inizio del testo di esame intitolato «Nella casa di cera», (testo tratto e adattato da Alessandro Minelli, I segreti degli animali, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985): «Presso i mammiferi (società umane comprese) le comunità organizzate hanno quasi sempre una struttura patriarcale: a capo del branco o della tribù vi è un vecchio maschio, robusto ed esperto, al quale i sudditi, almeno per un certo tempo, accordano fiducia e rispetto. Le femmine, che pur godono di molte libertà e sono per lo più estranee alle lotte per il potere in cui indulgono i maschi, hanno in genere posizione più subordinata, o sono del tutto fuori da una gerarchia».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Il testo prosegue con pregiudizi occultati da un approccio pseudo-scientifico, e si sposta sulle api, animali presi come esempio di organizzazione sociale fin da Virgilio, con la differenza che allora l’ape regina era un re maschio. La società degli animali sarebbe gerarchica, classista. Il ruolo riproduttivo è affidato alla femmina,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">che in quanto madre diventa regina. La riproduzione avverrebbe dopo il volo nuziale; non vorrete mica che in natura ci siano dei figli concepiti fuori dal matrimonio! Il mondo animale esalterebbe il lavoro operaio e la difesa armata dal diverso visto come aggressore. Pregiudizi e stereotipi che purtroppo ci risultano familiari perché ne siamo bombardati fin da bambini. Questa familiarità rischia di farci sottovalutare la gravità delle affermazioni. Ecco il testo: «Non appena curiosiamo nel mondo degli insetti, invece, ci imbattiamo in società rigorosamente matriarcali: i maschi, presso le api o le formiche, non è che contino poco: non ci sono affatto, in seno alla comunità, se non nel breve tempo della stagione degli amori. Per il resto dell’anno se la vedranno fra loro le femmine della specie, alate o no; con il volo nuziale, la breve esistenza dei maschi è già finita».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Dopo la lettura del testo, si richiede ai bambini e alle bambine di rispondere a domande di comprensione. Il testo è presentato come scientifico e quindi le risposte assumono una validità universale. Per rispondere correttamente, le bambine e i bambini devono affermare che, tra i mammiferi, società umane comprese: 1)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Le femmine hanno una posizione inferiore; 2) Il capo del gruppo è un maschio; 3) I maschi lottano per il potere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Un esame è un momento educativo particolare per i bambini, accompagnato da emozioni e una tensione forte per non sbagliare. L’educazione alla discriminazione sessista in un esame ministeriale è quindi gravissima. L’iniziativa pagata con i soldi pubblici ha fatto degli/delle insegnanti, obbligati a somministrare un esame scritto da terzi senza la loro partecipazione, dei complici, ha fatto della scienza, nata per affermare la realtà contro il pregiudizio, nata dalla ribellione al principio di autorità, uno strumento per incitare al pregiudizio e per affermare la superiorità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Nei giorni scorsi i giornali italiani hanno riportato la notizia di una scuola di New York, finita sotto i riflettori della stampa, del sindaco e del FBI per un compito di matematica a connotati razzisti, con conteggi di schiavi rivoltosi morti e frustati. Invano troverete sulla stampa italiana la minima eco di indignazione al testo sessista dell’INValSI. E forse, leggendo i testi e i quesiti li troverete tanto familiari da non vederne più gli stereotipi, la pochezza, la visione da bambini deficienti e pedissequi, in cui la fantasia, la creatività, il giudizio critico sono azzerati. Da non vedere più la violenza di concetti per cui le femmine hanno una posizione sociale inferiore, per natura.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’ INValSI, Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione (ora Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) è un ente di ricerca pubblico soggetto alla vigilanza del Ministero della Pubblica Istruzione. Per il Ministero, gestisce il sistema nazionale di valutazione volta a verificare i livelli generali e specifici di apprendimento conseguiti dagli studenti nell’esame di Stato, ma anche della valutazione dei dirigenti scolastici.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’educazione alla discriminazione è un crimine. La dichiarazione universale dei diritti umani afferma che &#8220;Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione&#8221;. La nostra costituzione prevede uguaglianza di condizioni per bambini e bambine. Come possiamo garantire uguaglianza di condizioni con tali educatori?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Ritenere il test un caso isolato sarebbe un errore. Sarebbe non vedere che se questo è stato possibile, se l’educazione alla discriminazione è possibile e passa sotto silenzio, questo sistema di valutazione è profondamente sbagliato. Sicuramente manca l’attenzione a una educazione che superi la discriminazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Sicuramente occorre riportare nella scuola una informazione scientifica di buona qualità. </span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Alessia Bruni è fisica, ricercatrice dell&#8217;INFN. Lavora presso il CERN di Ginevra.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Questo articolo è stato pubblicato con lo stesso titolo sul numero di aprile 2013 di Sapere. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.galileo.it">www.galileo.it</a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"> </span></p>
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		<title>Reddito minimo, come si potrebbe fare</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 22:28:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
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		<description><![CDATA[Il nostro sistema di protezione sociale si presenta inadeguato e obsoleto. L’affermazione dell’impossibilità pratica di un reddito minimo in Italia risulta priva di fondamento empirico.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<div id="attachment_17639" class="wp-caption aligncenter" style="width: 796px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/Reddito-garantito.jpg"><img class="size-full wp-image-17639" alt="Reddito garantito" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/Reddito-garantito.jpg" width="786" height="478" /></a><p class="wp-caption-text">Reddito garantito</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Armando Travaglini</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’assistenza sociale è il terreno privilegiato per comprendere il modello di welfare di un paese. Le politiche socio-assistenziali rappresentano il gradino inferiore dei sistemi di protezione sociale, fissano la soglia sotto la quale a nessuno è permesso di scivolare, stabiliscono il <strong>diritto a una “vita dignitosa”</strong>, come recita l’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Le caratteristiche del nostro sistema di welfare e le politiche di assistenza realizzate rendono l’Italia uno dei paesi meno attrezzati istituzionalmente a far fronte ai problemi sociali. La frammentarietà e categorialità delle<strong> politiche di contrasto alla povertà</strong>, con l’assenza di un disegno istituzionale complessivo diretto al mantenimento del reddito in condizioni di bisogno, ha portato al consolidamento di un sistema dualistico composto da <strong>soggetti provvisti di coperture assicurative-contributive</strong> (insiders) e <strong>soggetti poco o nulla tutelati dalle politiche assistenziali</strong> (outsiders). In un contesto così lacunoso, la crisi ha messo a nudo le carenze di un sistema di protezione sociale incapace di offrire tutele adeguate ai soggetti più esposti ai rischi di esclusione sociale come <strong>giovani</strong>, <strong>lavoratori precari</strong> e quelli che vengono espulsi dal mercato del lavoro o che non vi sono mai entrati ufficialmente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;"><strong>Il nostro sistema di protezione sociale si presenta inadeguato e obsoleto</strong>, fondato su un insieme di istituti categoriali (<strong>assegni sociali, integrazioni al minimo, pensioni di invalidità, assegni al nucleo familiare</strong>) erogati a favore di specifiche tipologie di soggetti. <strong>La condizione di povertà, da sola, non è sufficiente per avere accesso alle misure assistenziali</strong>. A questa devono aggiungersi altre caratteristiche <strong>(inabilità al lavoro, anzianità, famiglie numerose</strong>). Non sorprende allora come <strong>l’efficacia del welfare italiano nel ridurre la povertà permane limitata</strong>: secondo i dati Eurostat, i trasferimenti monetari in Italia riducono il rischio di cadere di povertà di 4 punti percentuali, la metà della riduzione media nell’Ue a 15.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Inoltre, la riduzione della povertà grazie ai trasferimenti non è cambiata nel decennio 1997- 2007. Dieci anni di (non) politiche sono state incapaci di ridurre la povertà più di quanto si facesse nel 1997. L’aspetto più contradditorio riguarda gli esiti distributivi delle politiche di contrasto alla povertà. In media quasi il 50% della spesa per assegni al nucleo familiare, integrazioni al minimo, pensioni sociali e di invalidità va a famiglie che non sono povere prima di ricevere il trasferimento. Addirittura <strong>il 10% della spesa per le pensioni sociali va al 20% più ricco della popolazione</strong>. In altre parole, <strong>interventi di contrasto alla povertà sono indirizzati agli italiani più ricchi!</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Vi è stato un breve periodo nella recente storia d’Italia durante il quale è parso possibile rimediare all’assenza di una misura nazionale universale esplicitamente rivolta al contrasto della povertà. <strong>Manca</strong>, infatti, <strong>nel nostro Paese uno schema di reddito minimo non assicurativo</strong>, cioè non riservato solo a chi abbia lavorato per un periodo sufficientemente lungo nei settori (protetti) del mercato del lavoro e versato i relativi contributi, e non categoriale, ossia rivolto a tutti i cittadini che si trovino in condizione di bisogno. <strong>Uno schema del genere esiste in tutti gli Stati membri dell’Ue a 27 ad eccezione di Grecia, Ungheria e Italia</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’esperienza del Reddito Minimo di Inserimento</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Una misura di questo tipo è stata sperimentata in alcuni Comuni italiani sotto il nome di <strong>Reddito Minimo di Inserimento</strong> (Rmi). Per la prima sperimentazione (1998-2000) furono individuati 39 Comuni. Nella seconda (2001-2004) i Comuni coinvolti furono 306. L’Rmi era inteso ad alleviare la povertà finanziaria e l’esclusione sociale. Esso consisteva di due componenti: a quella monetaria si accompagnava una componente di “attivazione” dei beneficiari. Seppur lentamente e con notevole ritardo, l’Italia sembrava incamminarsi verso una misura di garanzia del reddito già presente da decenni in numerosi altri contesti europei.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">La proposta di introdurre in Italia uno schema generalizzato di reddito minimo affiancato da una componente di inserimento sociale e lavorativo dei beneficiari si è scontrata con <strong>diverse obiezioni: l’elevata disoccupazione, la ridotta capacità istituzionale per garantire la prestazione, la gestione dei programmi di inserimento e la selezione dei possibili beneficiari attraverso la delicata prova dei mezzi</strong>. L’individuazione degli ostacoli all’introduzione di un reddito minimo deve prendere le mosse dai problemi che sono emersi con la sperimentazione del ’98: il disegno della componente monetaria, la scala di erogazione e gestione della misura, il rischio di sovraccarico funzionale della misura. Gli errori di disegno della componente monetaria dell’Rmi hanno riguardato la mancanza di considerazione delle disparità nel costo della vita tra aree geografiche diverse. La previsione di soglie di accesso differenziate a seconda del costo della vita pertinente al territorio di erogazione non è in contrasto con l’inserimento del reddito minimo tra i livelli essenziali delle prestazioni riguardanti i diritti sociali che lo Stato ha la responsabilità di fissare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Le prestazioni basate sulla prova dei mezzi richiedono non solo notevoli capacità istituzionali da parte dei soggetti erogatori, ma anche un elevato grado di impermeabilità alla pressioni esterne. Date le caratteristiche socio-economiche che generano domanda per le prestazioni assistenziali in Italia (specie nel Mezzogiorno), il rischio è che l’introduzione di un reddito minimo inizi a cedere sotto l’enorme peso delle richieste emergenti. Potrebbe giovare alle amministrazioni locali l’adozione di strumenti e accorgimenti standardizzati per la prova dei mezzi. Ad esempio si potrebbe utilizzare l’Isee, affiancato da meccanismi di controllo basati sui consumi accertati o presunti. Qui potrebbe essere utile una maggiore collaborazione da parte dell’amministrazione tributaria e della Guardia di Finanza, così come disposizioni che concedessero alle amministrazioni locali il potere di effettuare controlli su reddito e patrimonio dei richiedenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’individuazione dei soggetti preposti alla gestione della misura, in particolare al disegno e alla gestione dei programmi di inserimento, porta ad uno dei più gravi errore commessi in sede di sperimentazione: l’assegnazione di tali compiti ai Comuni. Gli uffici investiti dei compiti connessi all’amministrazione del trasferimento monetario e delle iniziative di attivazione sono stati letteralmente sommersi da responsabilità che non potevano sostenere. Al riguardo vi è un ampio consenso nell’individuare gli Ambiti Territoriali previsti dalla Legge 328/2000 come livello territoriale più adeguato ad amministrare uno schema di reddito minimo e i relativi programmi di inserimento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Quanto detto per la valutazione dei bisogni e la predisposizione di un progetto di inserimento vale a maggior ragione per la predisposizione e gestione dei programmi lavorativi. La programmazione e la gestione dei programmi lavorativi e formativi deve essere compito degli attori meglio attrezzati in tale attività: i Centri Provinciali per l’Impiego. Lasciare che gli aspetti di inserimento sociale e lavorativo vengano gestiti da funzionari amministrativi, privi di competenze specifiche e in aggiunta al carico di lavoro abituale, significa condannarlo a un inevitabile insuccesso. Occorre, dunque, uno sforzo organizzativo e finanziario per l’acquisizione e la formazione di personale specializzato. Quando si intende istituire uno schema di reddito minimo che non sia un semplice sussidio, le risorse infrastrutturali diventano un punto imprescindibile. Occorre poi essere consapevoli del fatto che le percentuali di reinserimento lavorativo sono generalmente basse anche nei contesti internazionali più virtuosi. Questo vale soprattutto per i programmi di per attivare la ricerca di lavoro da parte dei soggetti economicamente e socialmente più deboli.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’efficacia di un programma di questo tipo è nei suoi effetti di riduzione della povertà e contrasto all’esclusione sociale; valutarne il successo o il fallimento in base ai tassi di reinserimento lavorativo dei beneficiari vuol dire commettere un grave errore di politica pubblica. Questo è quanto avvenuto nel 2003 in Italia quando venne deciso di sospendere il finanziamento della seconda sperimentazione del Rmi in quanto non erano stati raggiunti gli obiettivi di inserimento lavorativo dei beneficiari.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Nel secondo Piano nazionale di azione per l’inclusione sociale presentato nel Luglio 2003 si nota come l’esperienza del Rmi abbia evidenziato “una serie di problemi in parte imputabili alle caratteristiche dello strumento di sostegno economico, in parte alla scarsa capacità di disegno e attuazione delle misure di reinserimento sociale, in parte ancora al sovraccarico di funzioni che si determinano a causa di tradizionali carenze del sistema di welfare italiano”. Ma proprio a questo mirava la sperimentazione: a individuare i difetti da correggere prima di procedere alla generalizzazione di un simile strumento all’intero territorio nazionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’analisi dei problemi emersi per l’introduzione di uno schema di reddito minimo nel contesto italiano segnala <strong>l’impossibilità di offrire soluzioni semplificate</strong>. Ma <strong>l’affermazione dell’impossibilità pratica di un reddito minimo in Italia risulta priva di fondamento empirico</strong>. Si tratta di un strumentalizzazione volta a legittimare l’inazione. Il reddito minimo non potrà mai risolvere problemi relativi al ritardo di sviluppo di interi territori. Tuttavia per molti dei limiti analizzati si possono escogitare soluzioni efficaci operando sul disegno della misura.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Quanto costa un reddito minimo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Concentriamo l’attenzione sull’analisi dei costi necessari per l’introduzione di uno schema di reddito minimo. I dati di varie ricerche (Bin- Italia, Caritas, Istat) dicono che <strong>il reddito minimo pesa dai 6 ai 18 miliardi di euro all’anno</strong>. Sottraendo da queste stime quanto viene oggi speso in misure di integrazione del reddito, l’impegno effettivo di spesa sarebbe pari a 5 miliardi circa per garantire un <strong>reddito minimo pari a 7.200 euro annui (600 euro al mese)</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Sono numerose le proposte sulle possibili vie di finanziamento. Come ha sostenuto la Campagna Sbilanciamoci!, l’introduzione di <strong>una patrimoniale dello 0,5% sui patrimoni superiori ai 500.000 euro porterebbe a un incasso di 10,5 miliardi di euro</strong>. Mediante <strong>la tassazione di tutte le rendite finanziarie al 23%</strong> (livello standard europeo) si potrebbe ottenere un introito fiscale di circa 2 miliardi di euro. <strong>Sul fronte della spesa pubblica, sono 5 i miliardi che si riuscirebbero a risparmiare con una riduzione della spesa militare</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Se non vogliamo allontanarci dai temi sociali, le risorse potrebbero essere reperite tagliando frazioni di erogazioni assistenziali. Si tratta di quella parte della spesa con un’efficacia distributiva inadeguata in quanto indirizzata a soggetti il cui reddito risulta ben superiore alla soglia del rischio di povertà. Azzerando, ad esempio, la spesa pubblica per pensioni e assegni sociali alle persone che hanno un reddito superiore alla mediana, si liberebbero risorse per quasi 2 miliardi di euro. A questo si potrebbe aggiungere il 34% della spesa per assegni al nucleo familiare che viene percepita dalla metà più ricca della popolazione. Si recupererebbero così altri due miliardi. Se applichiamo infine la stessa metodologia alle integrazioni al minimo otteniamo risorse aggiuntive per un ammontare di 3 miliardi di euro. Complessivamente siamo a 6 miliardi di euro. Sebbene stime dettagliate sul costo del reddito minimo richiedano analisi approfondite e aggiornate, l’introduzione di uno schema di reddito minimo appare oggi del tutto fattibile dal punto di vista finanziario. Il vero problema resta la mancanza di volontà politica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Quanto costa non avere un reddito minimo?</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In passato si è parlato poco di reddito minimo; il dibattito si focalizzava sul “quanto ci costa?”. Pochi hanno cercato di capovolgere la domanda: “quanto ci è costato non averlo?”. La risposta la possiamo trovare nei dati sulla povertà e disoccupazione delle famiglie italiane, nelle statistiche che delineano un welfare incapace di ridurre il rischio di povertà attraverso i trasferimenti assistenziali, nelle politiche di contrasto alla povertà indirizzate solo a determinate categorie di soggetti, che spesso non versano in condizioni di povertà.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Ma negli ultimi giorni qualcosa è cambiato. È stata presentata la proposta di legge d’iniziativa popolare per l’istituzione del reddito minimo garantito (presentata nell’articolo di Luca Santini) e questo tema potrebbe entrare nell’agenda politica. L’idea presentata è piuttosto semplice: <strong>istituire una misura di sostegno per tutti i soggetti senza lavoro, a basso reddito e senza patrimoni di rilievo</strong>. La tutela si dividerà in due parti: <strong>una parte monetaria</strong> (600 euro) e <strong>una parte che consiste nell’offerta di una serie di servizi da gestire sul territorio</strong>. La messa a regime di una simile misura sarà un’impresa ardua, da affrontare quasi sicuramente attraverso una sua introduzione per fasi successive che fornirà i giusti insegnamenti sulle modalità di amministrazione e gestione della misura stessa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Con la bocciatura del Rmi nel 2003 la proposta di introdurre un reddito minimo in Italia è stata criticata in quanto utopica e incompatibile con un’economia di mercato. Al contrario, la sperimentazione del 1998 con le opportune modifiche per una sua generalizzazione, la presenza di numerose proposte di un reddito minimo sotto diverse forme, tra cui la proposta di legge di iniziativa popolare, dimostrano la fattibilità di una sua introduzione. Fattibile, ma soprattutto urgente per tutto ciò a cui stiamo assistendo oggi: crisi dell’economia reale, impoverimento del lavoro, fragilità economico-sociale delle famiglie, lacune spaventose del sistema di welfare, disuguaglianze crescenti e redistribuzione inadeguata, fino alla crisi di consenso della politica e della democrazia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.sbilanciamoci.info">www.sbilanciamoci.info</a></span></p>
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		<title>Gorbaciov: Una perestrojka della sostenibilità per rivoluzionare il mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2013 13:29:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ultimo presidente dell'Urss, Mikhail Gorbaciov, in diretta video da Mosca, ha dato il via a Ginevra alla conferenza stampa dedicata ai 20 anni di attività di Green Cross International.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_17623" class="wp-caption aligncenter" style="width: 613px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/603-0-20110228_153907_D20188F8.jpg"><img class="size-full wp-image-17623" alt="Michail Gorbačëv" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/603-0-20110228_153907_D20188F8.jpg" width="603" height="401" /></a><p class="wp-caption-text">Michail Gorbačëv</p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large; font-family: helvetica;">L&#8217;ultimo presidente dell&#8217;Urss, Mikhail Gorbaciov, in diretta video da Mosca, ha dato il via a Ginevra alla conferenza stampa dedicata ai 20 anni di attività di Green Cross International. «Negli ultimi due decenni &#8211; ha affermato &#8211; la comunità internazionale ha fallito miseramente nel tentativo di rispondere alle minacce per l&#8217;umanità e l&#8217;ambiente, e sta, invece, mettendo i profitti al di sopra delle persone con il suo approccio miope e pericoloso nell&#8217;occuparsi dei cambiamenti climatici e dello sviluppo sostenibile. L&#8217;origine della crisi è chiara. La popolazione mondiale supererà i 9 miliardi di persone entro il 2050. Una simile pressione demografica, accoppiata a un&#8217;economia mondiale fatiscente e allo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, non farà che alimentare la sofferenza, diffondere la povertà, ridurre la sicurezza umana, causare ulteriori conflitti e degradare ulteriormente l&#8217;ambiente. Una &#8220;perestrojka&#8221; della sostenibilità è necessaria per rivoluzionare il modo in cui le persone danno valore alla vita: alla propria, a quella dei loro figli e a quella dell&#8217;unico pianeta che condividiamo».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large; font-family: helvetica;">Tutta <strong>Green Cross</strong>, l&#8217;organizzazione ambientalista fondata da Gorbaciov, dopo il Summit di Rio de Janeiro del 1992 per rispondere alle sfide congiunte di sicurezza, povertà e degrado ambientale, si è unita all&#8217;appello del suo presidente per chiedere «Ai responsabili delle nazioni di lavorare insieme per proteggere l&#8217;ambiente e garantire i diritti umani». Secondo Alexander Likhotal, presidente di Green Cross International, «C&#8217;è bisogno di soluzioni sistemiche e integrate; i leader devono essere onesti circa la portata della sfida e riconoscere che azioni frammentate non sono più sufficienti».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large; font-family: helvetica;">Dal 1993, Green Cross e le sue organizzazioni nazionali in oltre 30 Paesi hanno sviluppato progetti riguardanti i più svariati campi; l&#8217;istruzione: attraverso iniziative didattiche innovative, come l&#8217;Earth Charter art contest, il Green Lane Diary e Immagini per la Terra, è stato possibile raggiungere oltre 1 milione di bambini; la smilitarizzazione: Green Cross ha agevolato la distruzione in sicurezza di oltre 50.000 tonnellate di armi chimiche; ha promosso la ratifica e l&#8217;adesione ai trattati bilaterali e multilaterali sulle armi chimiche e nucleari; l&#8217;acqua: l&#8217;Ong si è battuta per il riconoscimento del diritto umano all&#8217;acqua e ai servizi igienico-sanitari, ottenuto nel 2010; ha promosso la Convenzione sui corsi d&#8217;acqua delle Nazioni Unite per la cooperazione sui fiumi transfrontalieri mondiali; ha fornito acqua potabile e sicura e servizi igienico-sanitari alle popolazioni di Africa, America Latina, Asia e Europa orientale; salute e bisogni sociali: l&#8217;Ong ha fornito assistenza sanitaria, aiuto socio-economico e sostegno all&#8217;istruzione a oltre 30.000 persone colpite dal disastro nucleare di Chernobyl, dall&#8217;uso dei defolianti nel Sud-Est asiatico e dagli attacchi con armi chimiche nelle regioni curde del nord dell&#8217;Iraq; energia: sono stati realizzati interventi per la produzione di energia rinnovabile e la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili e dal nucleare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large; font-family: helvetica;">Jan Kulczyk, chairman di Green Cross International, ha insistito sulla «Necessità di puntare sulla green economy, come soluzione praticabile per tramutare le idee in realtà. Le imprese possono e devono dare l&#8217;esempio, affinché tutto il ciclo della produzione dei beni e servizi, partendo dalla progettazione degli stessi, sia improntato alla sostenibilità. Le strategie e gli obiettivi devono essere a lungo termine e strutturati in modo tale che i nostri figli e nipoti possano vivere in armonia con il nostro pianeta».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large; font-family: helvetica;">Per celebrare il suo 20° anniversario, Green Cross ha pianificato una serie di eventi speciali per i prossimi mesi, compresa la sua Assemblea generale e la conferenza Earth Dialogues (Dialoghi per la Terra), che si terranno il 2 e il 3 settembre nella sede Onu a Ginevra. Elio Pacilio, presidente di Green Cross Italia, conclude: «In questo periodo di crisi è fondamentale accentuare il dialogo per costruire un futuro sostenibile; lo scontro non porta soluzioni. È il momento di agire in prima persona e di unire tutte le azioni positive che ognuno di noi, dalla società civile ai governi, alle imprese, ai singoli cittadini, può fare».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.greenreport.it">www.greenreport.it</a></span></p>
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		<title>Schiavitù, colonialismo, e la Chiesa</title>
		<link>http://www.uomoplanetario.org/wordpress/2013/04/schiavitu-colonialismo-e-la-chiesa/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 20:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella Dipaola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristianesimo nonviolento]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[No al razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[No alla tortura]]></category>
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		<category><![CDATA[olocausto]]></category>
		<category><![CDATA[schiavi]]></category>
		<category><![CDATA[shoah]]></category>

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		<description><![CDATA[ Niente giorno della memoria della Schiavitù, né del Colonialismo, a differenza dell’Olocausto.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17618" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/Catene.jpeg"><img class="size-full wp-image-17618" alt="Catene" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/Catene.jpeg" width="500" height="333" /></a><p class="wp-caption-text">Catene</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Johan Galtung</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Incontestato centro della tratta mondiale degli schiavi, 40%, ben documentato nel Museo Internazionale della Schiavitù nel porto dove attraccavano le navi schiaviste. Il traffico era triangolare: da Liverpool (Bristol, Londra) con tessili di Manchester, metalli, perline, alcool e cannoni per i trafficanti di schiavi nel Golfo di Guinea; da lì con schiavi ai Caraibi, il Passaggio Mediano; e da lì con zucchero, caffè e cotone coltivati dagli schiavi, di ritorno all’Inghilterra. Oltre a rapire persone, per 2/3 giovani fra 15 e 25 anni, e a ucciderne le società, ne rapinavano anche le materie prime in cambio di manufatti di basso valore. Procedevano mano nella mano; fin dall’inizio con i portoghesi nel 1502 finché la tratta degli schiavi fu proibita in Inghilterra nel 1807 – peraltro continuata altrimenti, anche oggi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Parliamo di milioni di schiavi sbarcati nell’arco fra Rio a Washington con baricentro caraibico, e di altri a sud di Rio, a nord di Washington e sulla linea di costa del Pacifico dell’America Latina. Un indicibile crimine contro l’umanità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Un altro indicibile crimine da ricordare, la Shoah, ha la propria giornata della memoria il 27 gennaio; ma quello altrui, della Germania, nemica dell’Inghilterra, risulta più facile. Niente giorno della memoria della Schiavitù, né del Colonialismo, a differenza dell’Olocausto. Né memoria di sorta per i 10 milioni di persone uccise nel Congo di re Leopoldo, ad Anversa, il porto d’imbarco dei cannoni per l’Africa in cambio della gomma; di più facile comprensione che i manufatti convertiti in schiavi riconvertiti in merci di largo consumo. Forse un giorno arriveremo a tutte e tre le giornate della memoria. E a musei per le Prime Nazioni, della schiavitù e dell’imperialismo, negli USA, accanto al museo dell’Olocausto di Washington DC. Che non sminuirebbero in alcun modo l’enormità della shoa, ma favorirebbero la prospettiva, una miglior comprensione, per imparare come evitare il genocidio. Il tutto interamente intenzionale, giustificato considerando le vittime dei sub-umani o peggio. Come la strage dei kulak di Stalin. Le carestie di massa in Cina con Mao nel periodo 1958-62, o nella Corea del Nord, che tuttavia è difficile considerare intenzionali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Tornando alla schiavitù, ecco alcuni punti da tenere a mente, dal catalogo:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">- sir Francis Drake, eroe della storia inglese, per le sue incursioni sugli spagnoli, per essersi impadronito dell’oro, per aver navigato il mondo; era fra i primi schiavisti all’inizio del regno della regina Elisabetta I, che lo fece cavaliere;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">- le navi di Liverpool trasportarono circa 1.5 milione di schiavi, 45.000 nel 1799, l’anno del picco;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">- Liverpool ha ancora strade con i nomi di mercanti di schiavi;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">- dal 10% al 25% dei trasportati morirono durante il Passaggio Mediano in condizioni atroci;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">- solo il 5% degli africani resi schiavi sopravvissuti alla traversata finirono nel Nord-America britannico, rimanendo per quasi 250 anni nel sud inglese dei successivi Stati Uniti;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">- quando 131 africani furono buttati fuori bordo da una nave negriera di Liverpool, si trattò il caso come lite assicurativa, non come processo penale per assassinio;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">- “Venduti, marchiati – con ferro rovente, come il bestiame – riassegnati un nuovo nome, gli africani venivano separati dalle famiglie e dagli amici e privati delle proprie identità in un deliberato procedimento teso a spezzarne la volontà e lasciarli passivi e servili, schiavizzati; venivano realmente ‘stagionati’. Per un periodo di due o tre anni venivano ‘addestrati’ a obbedire o ricevere frustate, e acclimatizzati al proprio lavoro e alle proprie condizioni – una tortura, mentale e fisica“. Giustificato dal “considerarli più prossimi agli animali che ai bianchi”;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">- gli europei consideravano preminenti le conquiste della propria civiltà e usavano le proprie rigide idee di civiltà per giustificare l’asservimento e l’abuso degli africani;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">- dopo l’emancipazione nel 1863, nel 1866 arrivò il Ku Klux Klan a opera dei veterani dell’esercito confederato – (kuklos = circolo, fratellanza), e più di 3.000 linciaggi di Neri dal 1882 al 1951 – vale a dire prima del riconoscimento dei Diritti Civili, diciamo nel 1962.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">E questa tortura durava per tutta la vita, trapassandoli fino alla loro discendenza, per secoli. Attentamente, abilmente programmata, sulla base di analisi costi-benefici sulle risorse, sugli esseri umani dell’Africa, e sulle merci di largo consumo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Liverpool, comunque, ha altro da offrire, come la ragguardevole cattedrale cattolica, moderna, circolare, senza navate; i preti vi officiano al centro anziché in cima. Con una torre circolare. Molto bella.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Finestre con vetrate dipinte da cui il sole occasionale accentua il messaggio cristiano. Che messaggio? Che splendore era stato il vivere di Gesù con i poveri, Gesù con donne diverse da sua madre da piccolo, Gesù che consolava e accudiva i malati, nutriva gli affamati, ripuliva il tempio per il culto di Mammona, ormai aggiuntivo alla dittatura con i cannoni e alla democrazia con le parole, e la corruptocrazia coi soldi – il dominio di Mammona.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Gesù che porgeva l’altra guancia, che non faceva resistenza al male; Gesù che dava il mantello a chiunque gliene rubasse mezzo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Nulla del genere. Solo nascita e morte, nulla frammezzo. E poi certo la Croce, la sofferenza, il sadomasochismo del Padre che sacrifica il proprio Figlio, ridando speranza a noi umani peccatori. E il Figlio risorse il terzo giorno raggiungendo il Padre; il Cristo della Chiesa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">In fondo in fondo si percepisce un nesso. Mercanti di Liverpool, coi parenti e gli amici come ricchi piantatori “laggiù”, sono i Padri severi che sacrificano i figli, i negri di Negrolandia in Africa, a beneficio di noi tutti, alla fin fine anche degli schiavi: se o quando si rivolgano a Cristo, risorgeranno finendo lassù in Paradiso, a norma di tutti i criteri del Sermone della Montagna.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Vivere fra i poveri? Solo con frusta e fucile. Accudire i malati? Giusto quanto basti per restituirli ad altra sofferenza sulla propria croce, la tortura della schiavitù. Nutrire gli affamati? Per un’ulteriore sofferenza. Donne? Famiglie spaccate, da vendere separatamente, addirittura “nel basso corso del fiume” (Mississippi). Porgere l’altra guancia? No, anzi ritorsione più brutale. Abraham Lincoln:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">“Mio sommo obiettivo è salvare l’Unione – neppure salvare o distruggere la schiavitù. Se potessi salvare l’Unione senza liberare manco uno schiavo, lo farei, e se potessi farlo liberandoli tutti, lo farei altresì” (lettera al capo-redattore del New York Tribune, 22 agosto 1862).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Da ultimo, il 1 gennaio 1863, si accinse a una cosa e all’altra. Meglio che l’unione con la schiavitù (il “compromesso” del 1850). Ancor meglio: né schiavitù, né unione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.serenoregis.org">www.serenoregis.org</a></span></p>
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		<title>A Guantanamo mi stanno uccidendo (dedicate un minuto a questa testimonianza)</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 01:56:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[No alla tortura]]></category>
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		<category><![CDATA[amir Naji al Hasan Moqbel]]></category>
		<category><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></category>
		<category><![CDATA[guantanamo]]></category>
		<category><![CDATA[tortura]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[Samir Naji al Hasan Moqbel, è prigioniero a Guantanamo dal 2002. Non è mai stato incriminato né processato. Da 70 giorni è in sciopero della fame.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<div id="attachment_17593" class="wp-caption aligncenter" style="width: 715px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/A-Guantanamo-mi-stanno-uccidendo.jpg"><img class="size-full wp-image-17593" alt="A Guantanamo mi stanno uccidendo" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/A-Guantanamo-mi-stanno-uccidendo.jpg" width="705" height="504" /></a><p class="wp-caption-text">A Guantanamo mi stanno uccidendo</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Gennaro Carotenuto</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Samir Naji al Hasan Moqbel, è prigioniero a Guantanamo dal 2002. Non è mai stato incriminato né processato. Da 70 giorni è in sciopero della fame. Ha raccontato la sua storia, attraverso un interprete arabo, agli avvocati di Reprieve, una ONG che offre assistenza legale a prigionieri che non hanno possibilità di difendersi. La sua testimonianza è stata pubblicata dal New York Times.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">C’è un uomo qui che pesa solo 35 kg. Un altro 44. L’ultima volta che mi hanno pesato ero 59 kg. Ma è stato oltre un mese fa. Sono in sciopero della fame dal 10 febbraio e credo di aver già perso più di 30 chili. Non mangerò finché non ripristineranno la mia dignità. Sono detenuto a Guantanamo da 11 anni e tre mesi. Non sono mai stato incriminato di alcun delitto. Non sono mai stato processato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Dovrei essere a casa da anni – nessuno pensa seriamente che io sia una minaccia – ma resto qui. Anni fa i militari [USA] mi dissero che ero una “guardia” di Osama bin Laden. È un’accusa senza senso, una cosa da film americani di quelli che mi piaceva guardare. Neanche loro ci credono. Ma non sono interessati a quanto tempo io debba restare seduto qui.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Nel 2000, a casa mia, nello Yemen, un amico d’infanzia mi disse che in Afghanistan avrei potuto guadagnare meglio dei 50 $ al mese che mi davano in fabbrica, e avrei potuto mantenere la mia famiglia. Non avevo mai viaggiato e non sapevo nulla dell’Afghanistan, ma ho provato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Ho sbagliato a fidarmi di lui. Non c’era lavoro. Volevo lasciare ma non avevo i soldi per tornare a casa. Dopo l’invasione americana del 2001 sono fuggito in Pakistan come tanti altri. I pakistani mi hanno arrestato mentre cercavo di andare all’ambasciata yemenita. Sono stato inviato a Kandahar e da lì messo sul primo aereo per Gitmo [Guantanamo].</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Lo scorso 15 marzo ero ricoverato nell’ospedale della prigione per le mie condizioni a causa dello sciopero della fame. Una squadra di otto agenti della polizia militare in tenuta antisommossa ha fatto irruzione, mi ha legato al letto e mi ha inserito nella mano un ago per alimentarmi forzosamente. Mi hanno lasciato 26 ore legato al letto impedendomi di andare in bagno. Poi mi hanno inserito un catetere. È stato doloroso, degradante e inutile. Mi hanno impedito perfino di pregare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Non dimenticherò mai la prima volta che mi hanno infilato il sondino nel naso. Non riesco a descrivere quanto sia doloroso essere sottoposto ad alimentazione forzata in questo modo. Appena lo hanno spinto in su volevo vomitare, ma non ci riuscivo. Sentivo ardere il mio petto, la gola e lo stomaco. Non avevo mai provato tanto dolore prima e non vorrei una punizione così crudele su nessuno.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Da allora sono in alimentazione forzata. Due volte al giorno mi legano ad una sedia nella mia cella. Mi bloccano le braccia, le gambe e la testa. Non so mai quando arriveranno. A volte vengono durante la notte, quando sto dormendo. Ci sono così tanti di noi in sciopero della fame che non ci sono abbastanza membri dello staff medico per effettuare le alimentazioni forzate regolarmente. Così lo fanno quando possono.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Durante un’alimentazione forzata l’infermiera ha spinto il tubo di circa 18 pollici nel mio stomaco, facendomi più male del solito perché stava facendo le cose troppo in fretta. Ho chiamato l’interprete per chiedere al medico cosa non andasse. Era così doloroso che ho pregato loro di smettere. L’infermiera ha rifiutato di sospendere l’alimentazione forzata. Mentre stavano finendo, il “cibo” si è versato sui miei vestiti. Ho chiesto loro di cambiarmi, ma la guardia ha rifiutato strappandomi anche quest’ultimo brandello della mia dignità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Quando vengono, se rifiuto di essere legato, chiamano la squadra antisommossa. Almeno mi resta una scelta. Posso rifiutarmi ed essere picchiato oppure accettare l’alimentazione forzata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L’unica ragione per la quale mi tengono qui è che il presidente Obama rifiuta di inviare qualsiasi detenuto nello Yemen. Questo non ha senso. Io sono un essere umano, non il mio passaporto, e merito di essere trattato come tale. Io non voglio morire qui ma fino a quando il presidente Obama e il presidente dello Yemen non faranno qualcosa io rischierò di morire qui ogni giorno.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Dov’è il mio governo? Sono disposto a sottomettermi a tutte le “misure di sicurezza” che vorranno pur tornare a casa, anche se sarebbero del tutto inutili. Accetto qualunque cosa pur di uscire da qui. Oggi ho 35 anni. Tutto quello che voglio è rivedere la mia famiglia e iniziarne una mia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">La situazione è disperata ora. Tutti i detenuti qui stanno soffrendo profondamente e almeno 40 di noi sono in sciopero della fame. Ogni giorno ci sono svenimenti. Io vomito sangue. Ma non c’è fine in vista per la nostra prigionia. Rifiutare il cibo e rischiare la morte ogni giorno è la scelta che abbiamo fatto per la nostra dignità. Spero solo che tanto dolore serva a che gli occhi del mondo guardino a Guantanamo prima che sia troppo tardi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Fonte: <a href="http://www.gennarocarotenuto.it">www.gennarocarotenuto.it</a></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ecco cos&#8217;è la scuola: video shock del maestro che picchia l&#8217;alunno</title>
		<link>http://www.uomoplanetario.org/wordpress/2013/04/ecco-cose-la-scuola-video-shock-del-maestro-che-picchia-lalunno-2/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 12:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
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		<description><![CDATA[In questo video shock l'autoritarismo, tipico della scuola, sfocia in bruta violenza fisica.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17561" class="wp-caption aligncenter" style="width: 485px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/Violenza-estrema-a-scuola1.jpg"><img class="size-full wp-image-17561" alt="Violenza estrema a scuola" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/Violenza-estrema-a-scuola1.jpg" width="475" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">Violenza estrema a scuola</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Matteo Della Torre</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">L&#8217;autoritarismo è un tratto distintivo della scuola. I bambini vengono segregati per 5-8 ore al giorno tra quattro mura, alienati dalla vita e assoggettati all&#8217;autorità di un insegnante, che soffoca la libertà, la creatività, i bisogni dei bambini e uccide in loro il naturale desiderio di apprendere con entusiasmo, costringendoli ad assorbire meccanicamente nozioni astratte, nel rispetto di un programma uguale per tutti. Questo stato di cose può essere mantenuto soltanto con la violenza, che assume il più delle volte la forma di violenza psicologica e verbale e talvolta sfocia anche nella bruta violenza fisica. In questo video shock di pochi secondi, ripreso con un cellulare da un alunno, si vede un maestro che picchia selvaggiamente con una verga un alunno al corpo e alla testa. Non scandalizziamoci troppo. Questa barbara violenza fisica è soltanto la punta dell&#8217;iceberg della diffusa e profonda violenza strutturale che permea l&#8217;istituzione scuola.</span></p>
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		<title>Gaza porta Vittorio in Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Apr 2013 09:44:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella Dipaola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al via il "Convoy Vik Gaza to Italy". Artisti, intellettuali, attivisti e giovani gazawi gireranno il nostro Paese per far conoscere l'anima più profonda della Striscia.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17231" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/NEWS_119058.jpg"><img class="size-full wp-image-17231" alt="Vittorio Arrigoni" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/NEWS_119058.jpg" width="500" height="323" /></a><p class="wp-caption-text">Vittorio Arrigoni</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Michele Giorgio</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Mohammed Jihad Ismail ha una trentina di anni eppure parla con il tono pacato di un anziano saggio. «Quella in Italia sarà per noi un&#8217;esperienza umana e di lavoro molto importante, di confronto con una realtà diversa da Gaza». Allo stesso tempo, aggiunge, «non ci limiteremo ad ascoltare, ad apprendere. Esprimeremo il nostro pensiero, le nostre idee, su di un piano di totale uguaglianza intellettuale con i nostri interlocutori e con chi verrà ad incontrarci». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Il barbone lungo di Mohammed non deve ingannare. A prima vista si potrebbe prenderlo per un teorico salafita. Lui precisa che la barba è in onore di Fidel Castro. Non per affiliazione politica ma per riconoscenza a un rivoluzionario che ha cambiato la storia di Cuba e ha provato a cambiare quella dell&#8217;intera America latina. «Io però non sono un marxista anche se apprezzo parti del pensiero di Marx», tiene a chiarire. E&#8217; uno spirito libero Mohammed, suggestionato dall&#8217;esistenzialismo di Sartre, si proclama un ammiratore di Frantz Fanon. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Lui che non è membro di una famiglia benestante e ben istruita ma viene dal campo profughi di Maghazi e tiene le sue lezioni «sulla libertà di pensiero e sul rispetto reciproco» all&#8217;aperto, in ogni spazio disponibile di Gaza. «Qualche fanatico mi contesta, sbraita che l&#8217;Islam vieta l&#8217;indagine filosofica, l&#8217;ermeneutica, l&#8217;esegesi &#8211; spiega il &#8220;Fidel Castro&#8221; di Gaza &#8211; ma non è vero, la nostra religione non nega il pensiero e chi mi conosce sa che sono un credente».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Da oggi Mohammed sarà a Roma e poi in giro per tutta l&#8217;Italia assieme al suo «braccio destro», Shaban al Hilu, e ad alcuni dei 12 membri della sua &#8220;Humanistic School of Philosophy&#8221;, nel quadro del &#8220;Convoy Vik Gaza to Italy&#8221;, per ricordare la figura e l&#8217;impegno per Gaza di Vittorio Arrigoni (Vik), assassinato il 15 aprile del 2011. È una iniziativa molto attesa, che vede la partecipazione di decine di giovani di Gaza &#8211; artisti, intellettuali, attivisti politici, atleti, i ragazzi della scuola di Parkour già visti nel nostro Paese &#8211; e che toccherà numerose città e località italiane e si concluderà il 17 aprile. Si parte stasera a Roma alle 18, al Cinema/Teatro Volturno, con la presentazione del tour che comincia, non a caso, proprio nell&#8217;anniversario del &#8220;Giorno della Terra&#8221;, nel quale i palestinesi ricordano le sei vittime del 30 marzo 1976, quando la guardia di frontiera israeliana aprì il fuoco in varie località della Galilea contro i manifestanti che protestavano per la confisca delle terre arabe. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Poi si sposterà ad Ostia, tornerà a Roma, andrà a Brindisi e in altre città pugliesi, a Firenze e Prato, a Napoli, Salerno e altre città campane, attraverserà l&#8217;Italia per raggiungere Bologna, il Veneto, poi passerà per il Piemonte, raggiungerà Milano e, il 14 aprile, Bulciago dove tutti i membri della delegazione assieme alla famiglia Arrigoni prenderanno parte alla commemorazione di Vittorio nella sua cittadina di origine. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">È un&#8217;occasione di conoscenza e di scambio tra giovani italiani e palestinesi. Da settimane il tam tam dei centri sociali, delle associazioni e dei gruppi di solidarietà con la Palestina trasmette la frenetica attività di preparazione dei tanti eventi che sono in calendario. I ragazzi che nei prossimi giorni gireranno per l&#8217;Italia non sono rappresentativi di tutti i giovani di Gaza ma, senza dubbio, ben esprimono quella porzione significativa di palestinesi che alla lotta per la libertà e contro il blocco israeliano della Striscia abbina la promozione e l&#8217;espressione del talento e delle conoscenze che possiede la gente di Gaza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Rami Abu Saud e Arafat al Haj, dell&#8217;Unione dei Giovani Progressisti, sono impegnati a tempo pieno nell&#8217;attuazione di attività a sostegno dei ragazzi di Gaza. «Ci occupiamo di giovani che desiderano esprimere le loro capacità, in ogni campo &#8211; dice Rami Abu Saud &#8211; Non è facile farlo in una realtà di guerra come Gaza, dove il conflitto [con Israele] limita un po&#8217; tutto e dove tradizioni e culture locali non sempre consentono di fare determinate cose». Nelle strutture dell&#8217;Unione dei Giovani Progressisti, ragazzi e ragazze insieme affrontano qualsiasi tema, imparano la dabka (la danza simbolo del popolo palestinese), discutono del loro futuro e di quello di Gaza e avviano iniziative politiche, anche internazionali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">«L&#8217;ultima è stata quella a favore della liberazione di George Abdallah, il prigioniero politico libanese che ha finito di scontare una lunga pena detentiva in Francia ma che Parigi non intende scarcerare», dice Arafat al Haj. Attività che non sono guardate sempre con favore dalle autorità di Hamas a Gaza. Rami e Arafat proveranno a spiegare in Italia il senso e i risultati del loro impegno e «a stringere rapporti con gli italiani e ad avviare iniziative congiunte». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Dietro l&#8217;organizzazione del &#8220;Convoy Vik Gaza to Italy&#8221; c&#8217;è il lavoro intenso di diverse persone, che non amano apparire, eppure fanno tanto da lungo tempo per aiutare, con progetti concreti, i giovani di Gaza. Una di queste è la bolognese, romana d&#8217;adozione, Meri Calvelli, una cooperante che nella Striscia vive e lavora da una dozzina di anni. Nell&#8217;aprile 2012 organizzò le commemorazioni di Vittorio a Gaza. Quest&#8217;anno porta Gaza a casa di Vittorio. «Meri è come una seconda madre per me, poche persone credono come lei nelle potenzialità dei ragazzi di Gaza», dice il filosofo Mohammed Jihad. Anche il milanese Francesco Giordano, che a Gaza non ci vive, si muove senza far rumore per aiutare i bambini palestinesi e per tenere viva la memoria di Vik.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Giordano e i suoi compagni di impegno hanno avviato un progetto, in collaborazione con l&#8217;associazione palestinese &#8220;Ghassan Kanafani&#8221;, per la realizzazione di un asilo nella città di Khan Yunis che porterà il nome di Vittorio Arrigoni. «Ci occorrono 91 mila dollari dare il via ai lavori di costruzione dell&#8217;asilo &#8211; spiega Giordano &#8211; Cerchiamo il sostegno di persone comuni, dei lavoratori, dei giovani, delle donne, di quelli che lottano per un mondo migliore e più giusto». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Fonte: Il Manifesto</span></p>
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		<title>Impariamo dai bambini a collaborare contro la povertà</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 16:24:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un video contro la fame per studiare il comportamento umano di fronte alla realtà di un mondo mal distribuiti. Dei 20 bambini in fase di studio, 20 hanno condiviso il loro cibo. E' chiaro che la lotta contro la fame è più facile se tutti noi condividiamo un po'. Gli adulti dovrebbero imparare dai bambini.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_17124" class="wp-caption aligncenter" style="width: 643px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/03/Esperimento-di-condivisione.jpg"><img class="size-full wp-image-17124" alt="Esperimento di condivisione" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/03/Esperimento-di-condivisione.jpg" width="633" height="344" /></a><p class="wp-caption-text">Esperimento di condivisione</p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; font-family: helvetica;">Un video contro la fame per studiare il comportamento umano di fronte alla realtà di un mondo mal distribuiti. Dei 20 bambini in fase di studio, 20 hanno condiviso il loro cibo. E&#8217; chiaro che la lotta contro la fame è più facile se tutti noi condividiamo un po&#8217;. Gli adulti dovrebbero imparare dai bambini.<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: large; font-family: helvetica;"><strong> </strong></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Leonardo Boff su Papa Francesco</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2013 05:05:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariella Dipaola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Sarà la primavera dopo il duro inverno»: intervista uno dei fondatori della teologia della liberazione. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17113" class="wp-caption aligncenter" style="width: 520px"><a href="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/03/6045_10151632448797985_1474358323_n.jpg"><img class="size-full wp-image-17113" alt="Leonardo Boff" src="http://www.uomoplanetario.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/03/6045_10151632448797985_1474358323_n.jpg" width="510" height="383" /></a><p class="wp-caption-text">Leonardo Boff</p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Ha incontrato personalmente il cardinale Jorge Maria Bergoglio solo una volta negli anni &#8217;70, durante un ritiro spirituale. Ma il brasiliano Leonardo Boff, tra i fondatori della Teologia della liberazione, ripone nel nuovo Papa molte speranze. Vede in lui il vento della «primavera» che scioglie il «freddo inverno della Chiesa». E la traghetta nel terzo millennio. «È sempre stato dalla parte dei poveri e degli oppressi, come noi teologi della liberazione». E questo gli basta. Del brand non si preoccupa, e non crede alla complicità con la dittatura militare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Che uomo è Jorge Maria Bergoglio, e che Papa sarà Francesco I?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Per me l&#8217;importante adesso non è l&#8217;uomo ma la figura di una Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco, che non è solo un nome ma un progetto di Chiesa. Un Chiesa povera, popolare, che chiama tutti gli esseri della natura con le dolci parole «fratello» e «sorella». Una Chiesa del Vangelo distante dal potere e vicina al popolo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Secondo lei il cardinale Bergoglio ha le carte giuste per portare questo rinnovamento nella Chiesa?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Francesco ricevette da San Damiano questo messaggio: ricostruire la Chiesa che è in rovina. Oggi siamo dentro un rigoroso inverno e lo stesso castello che gli ultimi due papi hanno creato è in rovina. E adesso un nuovo Papa arriva da fuori le mura di Roma, quasi dai confini del mondo, come dice egli stesso, esterno a quei circoli di potere. E credo che prima di tutto lavorerà internamente alla curia per riscattare la credibilità della Chiesa, macchiata dagli imbrogli, dagli scandali dei pedofili e della banca vaticana&#8230; E dopo farà un&#8217;apertura al mondo moderno, perché sia Benedetto XVI che Giovanni Paolo II hanno interrotto il dialogo con la modernità. Un errore rinunciare a capire e a dialogare con la cultura moderna. Diffamarla e considerarla puro relativismo e secolarismo, non riconoscerne i valori, è una blasfemia contro lo Spirito Santo. Gli uomini cercano una verità più ricca e più ampia di quella di cui la Chiesa crede di essere l&#8217;esclusiva portatrice. Piuttosto invece la sua è un&#8217;istanza di potere. Mentre il senso evangelico del papato è unire i fedeli cristiani nella fede, nel corso della storia invece si è creata una monarchia assolutista che pensa alle cose in una prospettiva giuridica. Questo Papa ha detto subito di voler presiedere la Chiesa nella carità. Questo è il senso della più vecchia tradizione, della funzione di Pietro. Penso che questo Papa sia il volto nuovo della Chiesa, umile e aperta, che può portare l&#8217;esperienza del &#8220;Grande Sud&#8221;, dove vive il 70% dei cattolici.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> L&#8217;esperienza latinoamericana, in particolare?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">La nostra non è più lo specchio della Chiesa europea. È una Chiesa fonte, che ha sviluppato un volto e una teologia proprie, una pastorale con radici nelle culture locali. Francesco I porterà questa vitalità nella Chiesa universale, per far finire l&#8217;inverno rigoroso ed entrare in una prospettiva di primavera. Bergoglio offre questa speranza, e la promessa che il papato può essere vissuto differentemente. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Negli anni &#8217;70 il gesuita Bergoglio ebbe, secondo alcuni osservatori argentini, un atteggiamento controverso verso la dittatura militare. Ancora più condivisa l&#8217;opinione che lo vuole decisamente avverso alla Teologia della liberazione. Qual è il suo giudizio?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Recentemente Pérez Esquivel (premio Nobel per la Pace nel 1980, ndr) ha smentito che Bergoglio fosse complice della dittatura argentina spiegando che invece ha salvato tanti perseguitati dal regime militare. Quel che è certo è che ha sempre preso la posizione dei poveri e degli oppressi anche nel suo stile di vita: è una persona semplice che si sposta in autobus, che vive in un piccolo appartamento, cucina da solo&#8230; Viene dal popolo e lo si vede anche nella sua azione pastorale. Su youtube c&#8217;è un video bellissimo di Bergoglio che parla del debito che tutti abbiamo verso i poveri perché la diseguaglianza è frutto di una società anti-etica e anti-umana. E il marchio registrato della Teologia della liberazione è l&#8217;opzione verso i poveri e contro la povertà.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Però è pur sempre un filosofo, un teologo, rettore universitario. Secondo alcuni esperti, si può dire di lui che sia molto lontano almeno da quella Teologia della liberazione di stampo marxista. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Questa è la versione delle dittature militari che hanno sempre calunniato la Teologia della liberazione (Tdl, ndr). Che poi fu accettata da Ratzinger come una forma di teologia (per esempio, nominando nel 2012 a prefetto della Congregazione dei religiosi l&#8217;arcivescovo brasiliano João Braz de Aviz, e a capo della dottrina della Fede Gerhard Ludwig Müller, entrambi molto aperti alla Tdl, ndr). Ma noi non abbiamo mai preso Marx come padrino della Teologia della liberazione; io stesso non sono marxista. E non è mai esistita una Teologia della liberazione marxista. Il movimento Tdl peraltro non è mai stato forte in Argentina, dove invece si è sviluppata una teologia propria, incarnata nella cultura popolare locale. Non si può dire che Bergoglio fosse contro questo tipo di teologia. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Come teologo, però, Bergoglio non ha mai riconosciuto il valore del movimento Tdl. Non è così?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Lui è un gesuita e in quanto tale di ottima formazione intellettuale. Poi ha studiato in Germania, come me. Perciò è anche molto aperto intellettualmente. Ma non mi curo dell&#8217;appellativo «Teologia della liberazione», mi importa invece quale atteggiamento si sceglie di avere di fronte ai poveri e agli oppressi del mondo. Bergoglio è dalla nostra stessa parte. La nostra Chiesa latinoamericana ha tanti martiri: Oscar Romero, Enrique Angelelli, tanti colleghi miei che sono stati sequestrati e assassinati durante la dittatura. Non avevano un&#8217;ideologia in testa, ma un certo tipo di atteggiamento con le favelas, con i barrios, con i poveri. E questo è l&#8217;importante. Che nome daremo a tutto questo, non importa. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Francesco d&#8217;Assisi affrontò l&#8217;avvento dell&#8217;economia monetaria nell&#8217;epoca in cui in Italia nascevano i primi comuni prospettando una diversa visione del mondo. Crede che, allo stesso modo, la sfida di Papa Francesco I sia anche quella di ripensare, nell&#8217;attuale fase, il rapporto della Chiesa con il sistema capitalistico?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Penso, come diceva lo storico inglese Arnold Toynbee, che al tempo di San Francesco, dopo il caos dell&#8217;impero romano che ha introdotto la moneta &#8211; siamo agli albori del sistema capitalistico &#8211; simultaneamente è apparsa l&#8217;opposizione. Francesco era una persona anti-sistema. Proprio Ratzinger in un articolo famoso ha detto che San Francesco &#8211; vissuto al tempo di Papa Innocenzo III che è stato l&#8217;imperatore forse più ricco di tutta la storia cristiana &#8211; faceva il contrappunto. Viveva una resistenza profetica senza fare alcuna critica orale, ma percorrendo un cammino evangelico alternativo. Questo è l&#8217;insegnamento di San Francesco, il plano vivere, il vivere senza titoli sulla terra e non in posti di potere. Francesco non era un prete, era un laico. E noi lo abbiamo dimenticato. Con la figura di Francesco, questo Papa assume tutto un complesso di valori: valorizza i laici e i movimenti popolari. Qualcosa di molto importante perché il tema centrale del mondo adesso non è la Chiesa ma il futuro ha la vita, il peso che ha l&#8217;uomo. Ora per me la domanda è cosa fa la Chiesa cattolica per aiutare l&#8217;umanità a uscire da questa crisi, che può essere determinante. Francesco I può essere il Papa della fine del mondo, perché abbiamo costruito una macchina di morte che può distruggere tutto. Per me il messaggio di San Francesco è l&#8217;unico che ci può traghettare nel terzo millennio: o lo prendiamo o andiamo verso la fine. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Ma il potere temporale della Chiesa, il sistema dello stato Vaticano, può liberarsi dalla sudditanza al capitalismo?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Penso che sia inutile pensare a una riforma del sistema capitalistico che ormai ha dato tutto quello che poteva dare ed è arrivato alla fine. Bisogna andare verso un altro paradigma, verso un bien vivir, come dicono gli indigeni latinoamericani. E bisogna superare la dimensione temporale, politica, del Vaticano, una monarchia assolutista del passato. Bisogna rinunciare alle nunziature, utilizzare le banche etiche, decentralizzare la Chiesa. Perché il dicastero delle missioni non può restare in Asia? Perché quello dei diritti umani e della giustizia non può venire in America latina? E quello del dialogo interecclesiastico perché non va a Ginevra, insieme al Consiglio mondiale delle chiese? Questa decentralizzazione è già pensata nel Concilio Vaticano II. Gli ultimi due papi hanno svuotato questa istanza di funzionalità della Chiesa e sono andati verso la centralizzazione del governo. Alla base sociale di questo tipo di Chiesa ci sono gruppi fondamentalisti come l&#8217;Opus dei, Comunione e liberazione, i Cruzados dell&#8217;Evangelio. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Quindi aver preferito Bergoglio rispetto al cardinale brasiliano Odilo Schrer, membro della Commissione cardinalizia di Vigilanza dello Ior, è un segno molto importante?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Grazie a Dio Scherer &#8211; che era il candidato della curia romana, un conservatore con un&#8217;autorità molto forte &#8211; non è il nuovo Papa. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Eppure il cardinale Bergoglio si è contraddistinto in Argentina per la sua campagna contro le unioni omosessuali. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Finora nessuno nella Chiesa poteva allontanarsi da questa visione del mondo. Lui però pochi mesi fa ha permesso a una coppia omosessuale di adottare un bambino. Questo vuol dire che non è una persona inflessibile. Ora può aprire una discussione ampia sul celibato, sulla sessualità, sulla reintroduzione dei preti sposati. Perché la Chiesa ha una crisi istituzionale tremenda, non può essere un&#8217;isola sola in mezzo al mare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;"> Qual è il bene comune della Chiesa cattolica?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">È la tradizione di Gesù, l&#8217;amore incondizionato. Unire i due poli: il padre nostro col pane nostro. Cioè aprirsi verso la trascendenza e preoccuparsi di chi ha fame e bisogno. Solo così si può dire amen.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica; font-size: medium;">Fonte: <a href="http://www.ilmanifesto.it">www.ilmanifesto.it</a></span></p>
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		<pubDate>Fri, 25 Jan 2013 15:53:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Della Torre</dc:creator>
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