Home»Nonviolenza»Educazione»“Cos’è questo?” Come meditare sulla propria ignoranza e fare a meno di Google

Paolo Subioli

“Cos’è questo?” È la domanda che si pone chi, di fronte a qualcosa di nuovo o inaspettato, vorrebbe capire. Alla domanda dovrebbe seguire un’investigazione, un approfondimento, l’attivazione di un ragionamento. Ma questo avviene sempre di meno, perché Google ci ha abituati ad avere risposte sempre immediate e a portata di mano. E così ci stiamo assuefando all’idea di sapere già tutto. Come antidoto a questa tendenza, che ha dei risvolti molto deleteri, se non addirittura pericolosi, vorrei proporre la meditazione del “Cos’è questo?”, secondo la tradizione Soan del buddhismo coreano.

Meditazione del “Cos’è questo?”

“Cos’è questo?” è una domanda che nel Soan viene posta alla base di una famosa meditazione, resa popolare in Occidente da Martine Batchelor. La meditazione è molto semplice e consiste nel porsi continuamente la domanda “Cos’è questo?”. Mentre mi trovo seduto in meditazione, sono posto di fronte a una serie di fenomeni, come il respiro, la posizione del corpo, i suoni, gli odori, eccetera. Nei confronti di ciascuno di questi fenomeni, invece di annotare mentalmente “ah, ecco il respiro”, “ecco il suono di un’auto che passa”, ecc., mi chiedo ogni volta “Cos’è questo?”. E lo faccio senza in realtà cercare la risposta.

Si narra che questa meditazione derivi dall’incontro di Huineng, il VI patriarca Chán (il buddhismo cinese da cui è poi derivato lo zen), con il suo discepolo Huaijang.

Huaijang entrò nella stanza e si inchinò a Huineng, il quale chiese: “Da dove vieni?” “Vengo dal monte Song”, rispose Huaijang. “Cos’è questo e come è arrivato qui?”, domandò Huineng. Huaijang non era in grado di rispondere e rimase senza parole. Praticò per molti anni, finché capì. Andò dunque a raccontare della svolta a Huineng. Quest’ultimo chiese: “Cos’è questo?” E Huaijang rispose: “Dire che è come qualcosa non è il punto. Ma ancora può essere coltivato”.

Quando in meditazione ci chiediamo “Cos’è questo?”, non ci riferiamo agli oggetti o ai fenomeni esterni, ma torniamo in noi, in modo da essere un tutt’uno con la domanda. Perché è una domanda che rimane sempre tale, non richiede una risposta. Piano piano diventa un atteggiamento. Un atteggiamento che riguarda sia i piccoli fenomeni vicini, come il respiro, sia le grandi questioni di fondo.

Rimanere sempre sulla domanda “Cos’è questo?”, accontentandosi di non avere la risposta, ci porta verso una dimensione di incredibile apertura. L’importante è non cercare di concettualizzare, di ragionarci sopra. “La parte più importante della domanda è il punto interrogativo”, dice Martine Batchelor. “Non volendo cercare una risposta, cerco di sviluppare un sentimento di apertura, di meraviglia. Appena formulo la domanda, mi sto aprendo all’intero momento. Lascio andare ogni bisogno di conoscenza e di sicurezza. Non c’è alcun luogo per riposare. Il corpo e la mente diventano una domanda”.

Come fare

Dal punto di vista pratico, basta ripetersi incessantemente la domanda “Cos’è questo?”, ma non in modo continuativo, come se fosse un mantra. Ce lo chiediamo magari a ogni respiro, oppure ogni tanto, o solo quando notiamo qualcosa.

Come sempre la pratica non va discussa, ma praticata. Provare per credere. Io c’ho provato tante volte e la trovo una forma stupenda di meditazione. Quando anche osservando il semplice respiro mi chiedo “Cos’è questo?”, riconosco che davvero non lo so fino in fondo. Mi apro al mistero dell’esistenza e nutro il senso di meraviglia che è in me. Sento di avere lo sguardo di un bambino. È la “mente di principiante” di cui parla il maestro zen Suzuki-Roshi. Quando sono seduto e mi chiedo “Cos’è questo?”, con tutta la sincerità di cui sono capace, anche la pressione dei glutei sul cuscino (o sulla sedia) mi sembra qualcosa di nuovo e incredibile.

Verità assoluta e verità convenzionale

Io credo che la meditazione Soan del “Cos’è questo?” sia un modo concreto di sperimentare direttamente la distinzione tra verità assoluta e verità convenzionale, che è uno dei cardini del buddhismo. Secondo questa dottrina, la verità assoluta è come stanno le cose veramente: impermanenti e tutte prive di un sé separato, in quanto completamente interdipendenti tra loro. La verità relativa è invece il modo in cui noi percepiamo le cose: separate tra loro e ciascuna con una propria identità. La verità relativa è molto comoda per organizzare la vita pratica, ma se ci crediamo troppo, non possiamo sradicare le vere radici della nostra sofferenza.

Quando ci chiediamo con insistenza “Cos’è questo?”, riconosciamo che c’è una verità che va oltre l’apparenza delle cose, alla quale non si può arrivare per ragionamento. Riconosciamo semplicemente i nostri limiti. Ma non è un rassegnarsi a non capire mai. È un arrendersi momentaneo, che consente di sviluppare una consapevolezza più alta. Non ci sarà mai e poi mai un momento in cui potremo dire di essere diventati finalmente dei Buddha ed essere giunti alla fine del cammino.

Con Google succede il contrario

Quando usiamo Google, succede esattamente il contrario. Digitiamo la nostra domanda nel motore di ricerca e in un secondo abbiamo la risposta, ovunque ci troviamo e a qualsiasi ora del giorno. Diverse ricerche hanno dimostrato che, a forza di avere Google sempre a disposizione, la nostra mente sta cambiando radicalmente. Subito dopo una ricerca su Google, crolla il nostro ‘bisogno di cognizione’, cioè la disponibilità a confrontarsi con un problema e guardarlo attraverso. La ricerca online porta anzi a un atteggiamento di presunzione, a ritenere di saperne di più di quanto in realtà non sappiamo. Tendiamo così a sopravvalutare la nostra capacità di rispondere a domande simili, quando siamo offline.

A forza di googlare, ci illudiamo che ‘conoscere’ sia facile. Quando siamo online non siamo mai messi di fronte alla nostra ignoranza, ci dice Maggie Jackson, autrice di “Distracted”. Così ci sembra che conoscere sia qualcosa di veloce, facilmente accessibile, facile. Sempre di più ci sentiamo di avere la verità in tasca, che spesso è una verità preconfezionata, come sanno bene i leader politici più scaltri nell’uso dei social media. Ma senza l’assunzione di “non sapere” è difficile affrontare problemi complessi. Nella realtà, affrontare le questioni complesse significa impegnarsi e andare molto oltre la prima risposta che ci viene in mente. Essere disposti a cercare ulteriormente, a confrontarsi con l’ignoto.

Qui possiamo fare tesoro della lezione del filosofo indiano Krishnamurti, il quale diceva che se vogliamo anelare all’assoluto – che possiamo chiamare come Dio, il nirvana, ecc. – essendo esso non conosciuto, dobbiamo sgombrare il campo dal conosciuto, dal familiare. Invitare un ospite conosciuto è facile, ma se vogliamo che arrivi un ospite non conosciuto – dice Krishnamurti – l’unico modo è liberare la mente e fare silenzio. Solo allora il non conosciuto potrà arrivare.

Il buddhismo coreano e il Soan

E per finire qualche nota sul Soan, che è la principale corrente del buddhismo coreano. Il Soan è strettamente imparentato col Chán. Quest’ultimo è la variante cinese del buddhismo, sviluppatasi in Cina alla fine del VI secolo dopo Cristo, cioè circa mille anni dopo il Buddha storico. La parola Chán deriva dal sanscrito dhyāna, che significa meditazione. Dal cinese Chán (che è la trascrizione dell’ideogramma 禪) derivano sia Zen (in Giappone) che Soan (in Corea).

Una caratteristica del Soan (presente anche nel Chán e nello Zen Rinzai) è quella di utilizzare lo hwadu o (Hua Tou) come forma di meditazione. Lo hwadu è una breve frase usata come oggetto della meditazione per focalizzare la mente. È un metodo che serve ad andare oltre la comprensione concettuale, per favorire invece l’intuizione. “Cos’è questo?” è una forma di hwadu.

Fonte: www.zeninthecity.org

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