Home»Ecologia»12 anni per agire o il clima impazzirà

Andrea Barolini

La temperatura media globale potrebbe crescere di 1,5 gradi già nel 2030, rispetto ai livelli pre-industriali. Lo Special report 15 (Sr15), documento redatto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc), è più che un campanello d’allarme. È la conferma – definitiva: si rassegnino i pochi che ancora negano i cambiamenti climatici – degli sconvolgimenti ai quali il mondo andrà incontro se non si agirà per limitare la crescita della temperatura media globale. Ovvero, se non si abbatteranno a tempo di record le emissioni di gas ad effetto serra.

Il rapporto Sr15 dell’Ipcc: 250 pagine, 91 autori, 6mila studi vagliati

Il documento, pubblicato alle 3 di notte italiane di lunedì 8 ottobre (le 10 di mattina in Corea del Sud, dove si sono tenuti i negoziati tra i governi prima della presentazione), è una dettagliata analisi di 250 pagine. Curata da una task force di 91 super-esperti provenienti da 40 paesi, che hanno analizzato più di seimila studi. E il cui lavoro è stato sottoposto al vaglio di altre decine di scienziati. Ebbene, esso spiega che la temperatura media sulla superficie delle terre emerse e degli oceani di tutto il mondo è cresciuta di 0,17 gradi centigradi ogni decennio, dal 1950 ad oggi.

Un trend che, se sarà mantenuto, porterà appunto la Terra a sfondare la barriera dei +1,5 gradi, rispetto ai livelli pre-industriali, già tra il 2030 e il 2052 (secondo i differenti scenari presi in considerazione dal rapporto Sr15). In altre parole, tra soli dodici anni potremmo aver già raggiunto la crescita della temperatura che l’Accordo di Parigi aveva ipotizzato per il 2100 (nel testo si parlava infatti di massimo 2 gradi, ma “rimanendo il più possibile vicini agli 1,5”). E, se nel resto del secolo la tendenza rimanesse invariata, la catastrofe climatica sarebbe assicurata, poiché a questo ritmo si arriverebbe a +3 gradi.

“Potremmo sfondare la barriera dei +1,5 gradi già nel 2030”

D’altra parte, l’Ipcc ha sottolineato come nel biennio 2017-2018 si sia già raggiunto un grado centigrado di aumento. Una situazione quasi disperata, insomma. Ciò nonostante, però, il Pianeta non è ancora dato per spacciato dal Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici. “Il nostro ruolo non è quello di determinare se sia fattibile o meno l’obiettivo contenuto nell’Accordo di Parigi, ma nulla nella letteratura scientifica dice che non lo si potrà raggiungere. Ciò che abbiamo spiegato è quali sono le condizioni necessarie per arrivare al traguardo. Ora sta ai decisori politici l’assunzione delle conseguenti responsabilità”, ha affermato Henri Waisman, ricercatore dell’Istituto per lo sviluppo sostenibile e le relazioni internazionali, coautore del rapporto.

Il rapporto speciale, infatti, era stato commissionato all’Ipcc durante la Cop 21 di Parigi, nel 2015. Si voleva infatti comprendere quale fosse la traiettoria attuale proprio in riferimento all’obiettivo degli 1,5 gradi. Ciò sulla base degli impegni finora assunti dai singoli governi in materia di riduzione delle emissioni di gas climalteranti.

“Necessarie nuove tecnologie per recuperare la CO2 dall’atmosfera”

È per questo che l’Ipcc è corso in qualche modo ai ripari, sottolineando il fatto che è ormai imprescindibile introdurre tecnologie in grado di “recuperare” la CO2 presente nell’atmosfera. E farlo su larga scala. Ciò al fine di produrre quelle che sono state presentate come “emissioni negative”. “Utilizzare solo la biomassa (foreste, boschi e spazi verdi, ndr) per captare la CO2 significherebbe entrare in conflitto con settori come quello della produzione agricola, le cui superfici di suolo utili verrebbero limitate. Il che esacerberebbe la corsa all’accaparramento delle terre”, ha aggiunto Waisman. Problema: le tecniche artificiali di recupero del biossido di carbonio sono ancora allo stato embrionale.

Ma il rapporto Sr15 non si è limitato ad indicare il trend dell’evoluzione climatica. Ha anche spiegato che mondo ci troveremmo di fronte anche qualora l’Accordo di Parigi fosse rispettato. Anche con soli 1,5 gradi in più, le nazioni più vulnerabili potrebbero non avere il tempo di adattarsi alle conseguenze dei cambiamenti climatici. In particolare alcuni atolli. Ciò poiché il livello dei mari è destinato ad aumentare per parecchi secoli, a causa dello scioglimento dei ghiacci perenni.

Livello dei mari in crescita per secoli. D’estate oceano artico senza ghiaccio

Eppure, con 1,5 gradi l’innalzamento sarebbe di dieci centimetri inferiore rispetto alla prospettiva di 2 gradi, nel 2100. Inoltre, l’ipotesi di un’estate con un oceano artico privo di ghiaccio è calcolata come altamente improbabile (una volta al secolo) con 1,5 gradi, mentre ben più frequente (una volta ogni decennio) con 2 gradi. Allo stesso modo, con 2 gradi il 99 per cento delle barriere coralline potrebbe essere spacciato, mentre la percentuale scenderebbe al 70-90 nello scenario più favorevole. “Ogni piccolo aumento della temperatura provocherà conseguenze irreversibili come la perdita totale di alcuni ecosistemi”, ha spiegato Hans-Otto Pörtner, presidente di uno dei gruppi di lavoro dell’Ipcc.

Quest’ultimo indica poi che negli oceani numerosi sconvolgimenti causeranno la mortalità delle specie che hanno più difficoltà a spostarsi. E ci vorranno millenni per superare i cambiamenti che si produrranno nella chimica a causa del processo di acidificazione. Inoltre, nell’emisfero settentrionale si produrrà una moltiplicazione delle ondate di calore. “Il rischio è che l’Europa meridionale vada incontro ad una desertificazione di qui alla fine del secolo”, ha sottolineato il Wwf. Inondazioni e siccità colpirebbero poi ripetutamente non solo il Vecchio Continente ma anche l’America del Nord e l’Asia. Mentre gli uragani aumenteranno la loro intensità.

La soluzione per limitare i danni: azzerare le emissioni nette entro il 2050

Come fare per evitare tutto ciò? Il rapporto speciale dedica un capitolo intero alle possibili soluzioni che occorrerebbe attuare. Ed è stato proprio questo il punto sul quale si sono scontrati con più forza gli interessi opposti di alcuni stati. L’Ipcc ha in ogni caso sottolineato a più riprese nel testo la necessità di ridurre drasticamente la domanda di energia delle industrie, dei trasporti e degli immobili. Per salvare il Pianeta, infatti, occorrerà ridurre del 45 per cento le emissioni globali di CO2 entro il 2030 (rispetto al 2010). E azzerare quelle “nette” entro il 2050. La quota di energie rinnovabili dovrà contemporaneamente arrivare al 70-85 per cento entro il 2050.

Ciò significherà investimenti. E infatti l’Ipcc sottolinea in un paragrafo il fatto che il coinvolgimento di tutte le forze economiche e finanziarie del mondo è imprescindibile. “L’umanità – ha concluso il Wwf – è di fronte ad una nuova guerra. Contro sé stessa. Occorre un cambiamento profondo delle nostre società. Se non agiamo immediatamente, nel 2040 potremmo aver perduto la battaglia”.

Fonte: www.lifegate.it

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