Home»Diritti umani»Come rispondere alle bufale sugli immigrati
Ragazzo immigrato

Fabio Colombo

Era un giorno di maggio del 2015 quando ho scritto per la prima volta questo articolo. Pochi giorni prima, il 19 aprile 2015, si era consumato il più grande naufragio nella storia delle migrazioni moderne. Almeno 700 persone avevano perso la vita dopo che la nave su cui viaggiavano verso l’Europa si era ribaltata. Nei giorni successivi il quotidiano vortice di bufale sugli immigrati che circolano dentro e fuori dal web aveva addirittura subito un’accelerazione, spingendomi a raccoglierle in questo post.

A distanza di tempo, l’attualità di questo post è confermata dal numero di lettori che continua ad attrarre: la gente continua a condividere bufale sugli immigrati e altra gente è alla ricerca di possibili risposte da dare a chi condivide bufale sugli immigrati.

La lotta contro i fantasmi prende la forma di parole, post e commenti privi di ogni fondamento. Una collezione di bufale sugli immigrati che rivela una spaventosa ignoranza sul fenomeno. Ecco le più grosse, ed ecco delle possibili risposte.

Bufale sugli immigrati: come rispondere

Vengono tutti da noi, è un’invasione!

In Italia sta arrivando un numero crescente di persone via mare. Questo non lo si può negare, come confermato anche dai dati del 2017, che stiamo raccontando mensilmente. Il problema principale è dunque la gestione di queste persone (180 mila nel 2016, numero in diminuzione nel 2017) nel sistema di accoglienza italiano.

Chi sbarca sulle coste italiane proviene principalmente dai paesi dell’Africa susahariana orientale e occidentale e dal Bangladesh e, nella maggior parte dei casi, avanza richiesta di asilo. Ma questa è solo una fetta dei processi migratori, anche se resa estremamente visibile dai media.

Non è affatto vero infatti che “vengono tutti da noi”. In Italia vivono circa 5 milioni di stranieri, l’8 per cento della popolazione. Si tratta di una presenza limitata rispetto agli altri paesi dell’Europa occidentale, come dimostrano i dati che abbiamo riportato qui.

Anche considerando solo i rifugiati e le domande di asilo ricevute, siamo comunque molto meno esposti di paesi come Germania, Austria, Svezia, Danimarca, Belgio, se consideriamo il rapporto tra domande di asilo e numero di abitanti.

Questi vengono qui e prendono 900 euro al mese

Quella che i migranti siano mantenuti dallo Stato è una balla colossale, forse la più grossa delle bufale sugli immigrati. Lo Stato italiano non distribuisce nessuna remunerazione mensile a nessuno. C’è un sistema di accoglienza che costa circa 35 euro al giorno e che serve per garantire alloggio e servizi di base a una percentuale minima di queste persone. Questi 35 euro vengono riconosciuti dallo Stato agli enti che poi effettivamente gestiscono l’accoglienza.

Come in tutti i campi, vi sono poi degli enti virtuosi che impiegano davvero questi rimborsi giornalieri per offrire servizi alle persone, che magari li aiuteranno anche ad uscire da una condizione di dipendenza (in questo caso i 35 euro rappresentano un investimento e una prevenzione di costi futuri), e ci sono enti interessati invece solo al business, che forniscono alle persone il minimo indispensabile dei servizi e fanno utili sul margine che non utilizzano. In questo caso si tratta di soldi buttati, che rischiano anzi di generare altre spese per mantenere sul lungo periodo persone che non sono state supportate ad inserirsi nella società locale.

In qualsiasi caso, i 35 euro giornalieri ritornano tutti nell’economia italiana, e si traducono soprattutto in posti di lavoro che gli enti gestori dell’accoglienza possono offrire a educatori, operatori, insegnanti di italiano, un’occasione importante di ingresso nel mondo del lavoro per molti giovani italiani.

Vengono qui e ci rubano il lavoro

Gli immigrati tendono ad occupare nicchie di lavoro precario, mal pagato, ai limiti dello sfruttamento (e oltre), che sono spesso inoccupabili da lavoratori italiani, non tanto per una questione di volontà, ma di funzionamento intrinseco del sistema di divisione del lavoro capitalista.

Vale la pena qui ricordare che nel nostro accogliente e generosissimo paese permangono diffuse situazioni di schiavitù razziale documentate, come è il caso dei raccoglitori di pomodori in Puglia o di arance in Calabria.

No, ma chi lavora e rispetta le regole è il benvenuto

Se lavorano ci rubano il lavoro, ma solo chi lavora e si comporta “da bravo cittadino” è meritevole di rispetto. Chi non lavora al contrario è accusato di essere venuto a farsi una vacanza e vivere di assistenza (che naturalmente, nello sproloquio tipico delle bufale sugli immigrati, paghiamo NOI con LE NOSTRE TASSE). Difficile la vita del migrante nel nostro paese…

Stanno negli alberghi a 5 stelle

Altra grande panzana che si è diffusa non si sa come nell’immaginario collettivo. I richiedenti asilo che arrivano sulle coste italiane vengono distribuiti su tutto il territorio nazionale nelle strutture di accoglienza, che sono a grandi linee di tre tipi: appartamenti, centri di accoglienza e hotel.

Gli appartamenti sono la soluzione migliore per tutti, perché evitano le grandi concentrazioni e inseriscono i migranti nel tessuto sociale di una città o di un paese. I grandi centri di accoglienza sono strutture dedicate, che accolgono anche centinaia di persone, e sono spesso contesti difficili sia per i migranti sia per la popolazione locale.

Ci sono poi alcuni casi in cui i migranti stanno in hotel, ma non si tratta affatto di “hotel di lusso con tutti i comfort”, bensì di hotel, solitamente di categoria medio-bassa, che grazie a questo sistema coprono una parte di stagione che altrimenti sarebbe vuota, un sistema che torna dunque a tutto vantaggio degli albergatori, e non certo dei migranti.

Se c’è anzi una verità nel modo in cui i migranti sono accolti, diciamo che ci sono sicuramente casi in cui sono accolti in situazioni indegne da soggetti che intascano i 35 euro quotidiani senza dare loro nessun servizio, mentre tutte le notizie di presunti “gruppi di profughi che stanno in alberghi di lusso e si lamentano perché il wi-fi non prende bene” si sono sempre, dico sempre, rivelate delle bufale.

Non fanno un cazzo e li manteniamo noi con le nostre tasse

Sono ormai numerosi gli studi che hanno dimostrato che l’immigrazione genera più ricchezza di quanto ne “tolga” al paese. Le attività economiche degli immigrati contribuiscono per una fetta crescente del PIL (si stima almeno il 10 per cento), e se siamo ancora in grado di pagare quel minimo di pensioni AI NOSTRI ANZIANI, lo dobbiamo in misura crescente al lavoro e alle tasse delle persone immigrate.

Secondo un recente studio di Fondazione Leone Moressa, gli immigrati versano più di 10 miliardi l’anno di contributi previdenziali, una cifra che consente di pagare la pensione a circa 600 mila pensionati (italiani). Inoltre, molti lavoratori immigrati gonfiano le casse dell’Inps ma non vedranno mai la pensione, perché non raggiungono il minimo contributivo, e perché non è previsto un meccanismo per cui i contributi versati in Italia vengano integrati con quelli versati in altri paesi extra europei.

Una situazione particolare è poi quella dei richiedenti asilo, coloro cioè che chiedono allo Stato la protezione internazionale per ricevere lo status di rifugiato. Il problema in questo caso sono i tempi di risposta che spesso sfiorano (o sforano) l’anno, e il fatto che durante questa attesa il richiedente asilo può sì lavorare, ma solo dopo un tot di tempo e a determinate condizioni, che rendono molto difficile il fatto che effettivamente riesca a farlo.

Ma quali profughi!? Hanno tutti lo smartphone!

Si è diffusa la convinzione che se una persona ha lo smartphone non è possibile che sia contemporaneamente anche un profugo. Questo anche per una certa idea di profugo che le organizzazioni umanitarie, a caccia di donazioni, hanno storicamente costruito: quello di un essere debole e abbandonato a se stesso (meglio se un bambino), privo di tutto che con un sacco sulle spalle abbandona la sua terra stremato dalla fame.

Le persone che arrivano in Italia possono anche essere in condizioni simili, c’è chi parte da situazioni di guerra e/o grande povertà, chi invece parte da situazioni di più agio, ma ugualmente si trovano tutti ad affrontare un viaggio in cui c’è una cosa che ha la stessa importanza, o quasi, del cibo: lo smartphone.

Lo smartphone è comunicare, è salvarsi se resti solo in mezzo al deserto, è chiamare casa per farti mandare i soldi per continuare il viaggio o farti liberare dalla prigione libica in cui sei rinchiuso, è ricevere le ultime notizie dai parenti in Europa per capire come muoversi, è restare in contatto con la famiglia, in questo viaggio lo smartphone è tutto. E lo è anche una volta arrivati, per comunicare, cercare lavoro, per tutto.

È perfettamente logico che tutti siano preoccupati di avere uno smartphone e lo usino molto. Che poi, tra l’altro, diciamocelo, oggi chi non ce l’ha, lo smartphone. Non stiamo mica parlando di una Porsche con vasca idromassaggio.

Allora perché non li ospiti a casa tua

Questa tipica locuzione con cui si cerca di chiudere qualsiasi discussione con chi si espone in difesa di chi migra è balzata all’onore delle cronache nella primavera del 2015 perché Salvini l’ha rivolta a Morandi, in un periodo in cui Morandi era al centro delle cronache social qualsiasi cosa facesse.

Il Gianni nazionale aveva avuto la sventura di pubblicare un post sulla sua fantasmagorica pagina Facebook in cui ricordava che anche gli italiani erano stati un popolo di migranti e che quindi bisognava comprendere a aiutare i migranti che stavano arrivando in Italia.

Salvini colse la palla al balzo per invitare cortesemente Morandi a ospitarli lui, i profughi, e Morandi rispose in assoluta buona fede, ma in modo secondo me sbagliato, che qualcuno in casa poteva anche prenderlo.

La risposta migliore tuttavia è circolata anch’essa sul web proprio in quei, e viene da tale Alberto Scotti. Senza stare a ripetere le sue parole, ve la incollo qua sotto. Dice, sostanzialmente, che è il welfare pubblico che se ne deve fare carico, e non io a casa mia.

Immigrato aggredisce autista autobus

Ogni tanto ci tocca vedere quelle orribili immagini costruite per i social con sopra scritte che descrivono azioni inenarrabili compiute da immigrati, oppure leggere notizie che vedono gli immigrati protagonisti di qualsiasi nefandezza, cose tipo: “immigrato massacra di botte”, “immigrato sfonda la porta e la violenta”, “immigrato aggredisce autista dell’autobus”, “scarpe gratis agli immigrati”.

Ebbene, sono tutte bufale. Se un vostro contatto le condivide e volete intervenire nel dibattito per smentire la notizia e placare gli animi (che comunque non si placheranno, perché ti prenderai del/della buonista) potete far riferimento a uno dei siti smonta-bufale, che di solito hanno pagine e pagine dedicate alle bufale sugli immigrati, come questa.

Eh però in Svezia sì che le cose funzionano!

La strategia di mitizzare i risultati di altri paesi è tipica di chi vuole denigrare l’Italia a prescindere. In questo caso la Svezia è spesso la più citata, per fare paragoni spesso basati sul nulla. Il mito dei paesi nordici dove tutto funziona e “lì i rifugiati lavorano e si mantengono” è del tutto falso. Anche in quei paesi gli immigrati trovano grosse difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, con tassi di occupazione molto più bassi degli autoctoni.

Gli Stati nordici investono un mucchio di soldi pubblici per promuovere programmi di integrazione, legati sia all’educazione sia al lavoro. Le situazioni problematiche non mancano, soprattutto nelle grandi città dove spesso gli immigrati sono segregati nei quartieri più poveri e periferici. Sicuramente ci sono cose che per cui questi paesi rappresentano un modello, ma se questo è vero è perché investono moltissimi soldi pubblici nel welfare (anche a sostegno degli immigrati), mentre la vulgata popolare da noi vorrebbe che si investisse molto meno.

Eh, ma cosa vuoi, questi sono disperati

Chi vuole mostrare una certa apertura mentale al fenomeno dell’immigrazione, spesso lo fa utilizzando a sua volta altri luoghi comuni, di cui il più diffuso è “guarda che mica vengono qui per divertirsi, poverini sono persone disperate”. Questa linea difensiva ha il grosso rischio di creare distanza tra noi “buoni e generosi” e loro “bisognosi e disperati”. Se è vero che le condizioni di partenza sono spesso tragiche, rischiamo però di generare dei bisognosi a vita, che verranno trattati come tali. Attenzione perché invece molte delle persone che affrontano la roulette russa dell’emigrazione, anche se apparentemente di-sperati, hanno spesso molta speranza e molte risorse da mettere in gioco.

Fonte: www.lenius.it

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