Home»Articoli»La solitudine è una questione di prospettiva

(Henry Lederer, Getty Images)

Agli psicologi si rimprovera spesso di passare le giornate di lavoro a raggiungere conclusioni ovvie sul mondo, accusa che non considero del tutto infondata (l’ultima prova che ho trovato è un articolo della rivista Psychological Science intitolato “Le persone depresse non riescono a combattere la tristezza”).

A prima vista, si sarebbe tentati di pensarlo anche a proposito di un nuovo studio dell’università della British Columbia, in Canada, che spiega perché le persone tendono a dare per scontato che i loro amici abbiano più amici e siano meno soli di loro. Immaginate qual è la spiegazione? È ovvio: perché ogni volta che li vediamo, per definizione, i nostri amici stanno socializzando.

A meno che non li spiate con un binocolo dalla cima di un albero, non li vedrete mai a casa da soli in pigiama mentre mangiano patatine guardando X Factor e autocommiserandosi. Non sarete mai lì quando si svegliano alle tre di notte e si chiedono che senso abbia la loro vita. Oppure pensate alle persone spensierate che vedete attraverso la vetrina del bar davanti al quale passate ogni giorno tornando a casa dal lavoro: non vi sembra che tutte passino sempre la serata al bar con gli amici?

Una conclusione distorta
In realtà, è una stranezza matematica il fatto che in media i vostri amici hanno davvero più amici di voi (essenzialmente, questo può succedere perché è probabile che le persone che hanno una vasta cerchia di amicizie abbiano anche voi tra le loro conoscenze).

Ma il motivo principale per cui lo pensate, come conferma un nuovo studio, è il “pregiudizio dell’osservabilità”. Più esempi di un fenomeno incontriamo, più gli diamo importanza – e mentre ci imbattiamo spesso nella nostra solitudine, non succede altrettanto con quella degli altri. La conclusione distorta che ne traiamo, secondo i ricercatori, ha conseguenze emotive reali, perché riduce la nostra sensazione di benessere e di appartenenza. Quindi sì, è palese il fatto che sperimentiamo la solitudine solo quando ci colpisce in prima persona. Ma è talmente palese che quasi non ce ne accorgiamo.

Ci sembra che i problemi delle altre persone siano molto più facili da risolvere dei nostri.

E questo pregiudizio non riguarda solo la solitudine, è anche alla base della cosiddetta sindrome dell’impostore: diamo per scontato di avere solo noi una voce interiore che ci mette in crisi, perché non sentiamo mai quella altrui.

Probabilmente è per questo che ci sembra che i problemi delle altre persone siano molto più facili da risolvere dei nostri: ne vediamo solo i tratti generali, mentre dei nostri conosciamo ogni minimo dettaglio e quindi ci sembrano più unici e irrisolvibili.

Questo pregiudizio può essere un aspetto così fondamentale della nostra esperienza da non permetterci mai di superarlo completamente. Tuttavia, quando ci troviamo di fronte a qualsiasi problema, o quasi, varrebbe la pena chiederci se ci sfugge qualcosa non perché siamo stupidi, o sbagliamo, ma perché ci mancherà sempre un certo tipo di informazioni, e questo deriva dal fatto che noi siamo noi e non qualcun altro. Come minimo, è una cosa su cui riflettere in quelle serate che ci sembra di passare troppo spesso da soli.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Fonte: www.theguardian.com

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