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Fake news

Walter Quattrociocchi

Come detto più volte, l’ambiente disintermediato di internet con la polarizzazione che accende ingaggi e flame in cui gli uni non fanno altro che confermare le opinioni degli altri (confirmation bias) all’interno di bolle sempre più grandi, quanto autoreferenziali, ha, a tutti gli effetti, scoperchiato il vaso di Pandora.

Le eco-chamber non sono la realtà

Così invece di avere un sistema che sviluppa si assiste alla sfilata di chi interpreta meglio il mood all’interno della eco-chamber e accumula più like. La cosa divertente è che alcuni interpretano questa arte come fosse giornalismo. Nel frattempo, in mezzo a questa folla di commentatori, interpreti del sentimento comune, la realtà, quella di tutti i giorni, resta con la sua complessità che solo in pochi, soprattutto in ambito giornalistico, hanno le competenze necessarie per descrivere.

I nuovi mostri

In un contesto del genere non possono non nascere dei veri e propri mostri. Il dibattito sulle fake news è un esempio totemico. In questo caso, parlare di bufale senza ricorrere al meccanismo del confirmation bias è come parlare di matematica omettendo i numeri.

Il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk nel suo tweet sulla vittoria di Macron dice che certi valori vincono a dispetto alle fake news. Posizione un po’ forte, ma non del tutto sbagliata, dal momento che Le Pen ha usato questi strumenti (i conti off shore di Macron) anche nelle fasi finali del dibattito. Tuttavia, in questo contesto i presunti conti alle Cayman di Macron sono stati solo un tentativo in extremis di infiammare un dibattito elettorale cercando di definire, prove alla mano, il profilo di un candidato dei poteri forti.

In pratica Le Pen ha cercato di accendere la polarizzazione innescando proprio quei meccanismi – il confirmation bias -e la polarizzazione tra tribù contrapposte – che sono i veri titani che muovono tutto questo circo. Basta aggiungere poi un paio di gocce di arroganza e una parte di ignoranza ed ecco che il cocktail assume anche contorni dai toni divertentissimi. Il gioco è più o meno sempre lo stesso: narrazioni che si confrontano intorno a diverse visioni del mondo. Una che guarda indietro, l’altra che guarda avanti. Nessuna delle due scevra da errori e vizi di forma. Si tratta di un dibattito pervasivo che accende gli animi e che sta comunque avendo ripercussioni anche sotto il profilo della convivenza civile.

In un ristorante etnico di Lione, mi è capitato un fatto che può aiutare a spiegare la situazione. Un signore di origine cinese – titolare del ristorante – si è lamentato della tendenza arrogante di alcuni suoi clienti e della loro protervia. Un gran lavoratore stanco e demotivato da un’ottusità campanilista dilagante che ci ha detto “nonostante gli affari vadano bene io me ne vado in Canada, i soldi sono importanti, ma lo è anche la salute mentale”.

Quando tutti spiegano senza capire

Camminando per strada o in altri contesti, sembra proprio che questa tendenza è generalizzata e onnipresente. Ognuno, nell’argomentare durante una discussione, prende pezzi di informazione, quelli necessari a confermare il proprio pregiudizio, e li trasforma in slogan che usa come una clava contro l’interlocutore, che diventa così solo un avversario. Con una battuta e semplificando al massimo, potremmo proporre a quelli dell’Oxford Dictionary di riformulare la definizione di Post-Truth in “Quando tutti spiegano senza capire un accidenti”.

Lo stesso avviene in ambito più alto. Per esempio in un articolo di “The conversation” si sostiene, dopo una semplice analisi su internet, che le eco chambers e le filter bubbles non esistono. Una tesi che va contro a una vasta e copiosa letteratura scientifica che imposta il problema in maniera un po’ più articolata e soprattutto, sottopone le sue analisi e i numeri su cui si fonda su un percorso di validazione scientifica riconosciuto.

Il modello di riferimento sulla dinamica di diffusione delle notizie rimane quello che vede il confirmation bias come driver principale: davanti ad un mare magnum di informazioni e narrazione scegliamo quelle che meglio supportano la nostra causa e interagiamo con persone che la pensano come noi. Finiamo così per instaurare una cooperazione nella strutturazione della narrative che include informazioni coerenti (anche se contengono informazioni parziali, false o strumentali) e ignoriamo ogni contrapposizione.

Le origini lontane delle casse di risonanza 

E’ stato battezzato echo chamber effect (effetto cassa di risonanza). Il problema ha radice epistemiche. In qualche modo è il modo in cui l’essere umano ha sempre approcciato la complessità e l’ha decifrata attraverso gli strumenti culturali a sua disposizione. Siano essi il pensiero magico che ci ha portati fin qui, sia quello scientifico apparso solo 400 anni fa e che pure non è immune da questo meccanismo.

Anche gli scienziati sono infatti esseri umani. Negli ultimi decenni, Internet ha radicalmente cambiato il modo in cui si crea e si accede alla conoscenza stravolgendo tutti i sistemi di mediazione a favore di un accesso diretto ad una moltitudine senza precedenti di contenuti. La complessità dei fenomeni della realtà è apparentemente accessibile a tutti ma non sempre comprensibile: il nostro sistema cognitivo fatica ad adeguarsi a nuovi concetti come “incertezza”, “complessità”, “probabilità”, tendendo a favorire sintesi e narrazioni più semplici (o semplificate) e quindi rassicuranti. In questo contesto profondamente mutato, affrontiamo il problema antico della diffusione delle notizie false e le sue conseguenze.

E se la soluzione alle fake news fosse scientifica?

La Scienza ci dice che il processo della diffusione delle informazioni false passa per una serie di meccanismi cognitivi che ci porta (tutti noi, nessuno escluso) ad acquisire informazioni per coerenza con la nostra visione del mondo e ad ignorare tesi a contrasto; e che tutti tendiamo a formare gruppi fortemente polarizzati su narrazioni condivise. Questo rende feconda la diffusione di informazioni false sia a fini pretestuosi, sia economici o altri interessi che possono avere un peso notevole nel dibattito pubblico. Il problema è serio e delicatissimo e la Scienza ha un ruolo dirimente e fondamentale in questa sfida. In particolare si riconosce la necessità di strutturare una serie di iniziative e sinergie su più piani che garantiscano una migliore comprensione del problema nel contesto attuale, e risposte efficaci.

Per uscire dall’impasse occorre fare un enorme sforzo collettivo, soprattutto da parte di chi fa scienza. La divulgazione della ricerca scientifica non deve essere un esercizio opzionale, nè manieristico. Vanno attivati dei percorsi di formazione dei giornalisti che spesso non hanno le competenze necessarie per rendere fruibile in maniera più o meno corretta ciò che vorrebbero. Non sarà mai possibile emanciparsi totalmente dal confirmation bias, ma tornare a comunicare e ad avere un senso di comunità ne allevierebbe le distorsioni e potrebbe renderlo anche proficuo.

Fonte: www.agi.it

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