Home»Diritti umani»Ricercatore universitario rischia la pena di morte
Ahmadreza Djalali

Amnesty International

Ahmadreza Djalali è un ricercatore iraniano di 45 anni, esperto di Medicina dei disastri e assistenza umanitaria presso l’Università del Piemonte Orientale di Novara. Djalali è stato arrestato dai servizi segreti mentre si trovava in Iran per partecipare a una serie di seminari nelle università di Teheran e Shiraz. Dal 25 aprile 2016 è in carcere e rischia la pena di morte.

Djalali è accusato di “spionaggio” e potrebbe essere condannato a morte. Le autorità giudiziarie non hanno ancora formalizzato un capo d’accusa né hanno stabilito la data del processo. L’ufficio del procuratore generale considera il suo avvocato non idoneo a gestire il caso in quanto non compare negli elenchi della procura.

Lo scorso dicembre, le autorità iraniane hanno fatto forti pressioni su Djalali affinché firmasse una dichiarazione in cui “confessava” di essere una spia per conto di un “governo ostile”. Quando ha rifiutato, è stato minacciato di essere accusato di reati più gravi.

Per protesta, Djalali ha iniziato uno sciopero della fame (ripreso lo scorso 24 febbraio) e ha dichiarato di aver smesso di assumere anche i liquidi. Solo il 28 febbraio, a causa di un peggioramento delle sue condizioni, ha ricominciato ad assumere liquidi. Tuttavia, lo sciopero della fame continua e la sua salute è ulteriormente peggiorata: l’11 marzo, a seguito di una crisi, è stato portato nell’ospedale della prigione di Evin dove ha fatto gli esami del sangue, ma è subito rientrato in cella. Ha dolori al cuore e alle reni, oltre che avere sangue nelle urine.

Sua moglie, Vida Mehrannia, ci ha raccontato che è sceso a 56 kg ed è ormai solo “pelle ed ossa“.

Ahmad sta protestando per la sua detenzione e il rifiuto delle autorità di garantirgli accesso ad un avvocato di sua scelta.
Preferisco morire per lo sciopero della fame piuttosto che essere condannato per accuse infondate” ha dichiarato.

Salviamo Ahmadreza Djalali, firma e diffondi l’appello!

Fonte: www.amnesty.it

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