Home»Articoli»Probabilmente hai bisogno di un digital detox

Philip Di Salvo

1518 post su Facebook, 3702 SMS, 4845 foto scattate, 11541 tweet, 59409 email (163 al giorno), in un anno. Sono questi i numeri della vita “connessa” di Baratunde Thurston nel 2012, saggista e Ceo di Cultivated Wit. A un certo momento, prima di cadere in un probabile esaurimento nervoso, ha preso una decisione: si è completamente sconnesso ed è stato lontano da Internet per 25 giorni, senza consultare in nessun modo gli avamposti della sua presenza in Rete. La sua esperienza è poi diventata un lungo articolo su Fast Company. Thurston è solo uno dei più recenti protagonisti di un’esperienza di vita sempre più in voga: la disintossicazione digitale.

Un nuovo libro, “Felicemente #sconnessi” (da oggi in libreria per De Agostini, 223 pp., 12,90 euro, “The Distraction Trap”, il titolo originale), potrebbe essere molto d’aiuto ai tantissimi Baratunde Thurston che abitano la rete. Il nemico? La costante distrazione cui siamo vittime per via della nostra – spesso – ossessiva presenza online e la convinzione, secondo la quale, essere costantemente rintracciabili e connessi sia perfettamante normale. Frances Booth, autrice del libro, giornalista del Guardian e del Daily Telegraph, docente di scrittura creativa e consulente sui temi della produttività e della concentrazione, è convinta del contrario e anzi non ha mezzi termini quando si tratta di analizzare la nostra condizione umana nell’epoca digitale: Stiamo pregiudicando le relazioni interpersonali, aumentando il livello di stress e modificando il cervello”. Di conseguenza, è tempo di staccare, ripensare alla radice i nostri ritmi di lavoro (e non solo), le ragioni e le tecnologie che li hanno resi talmente frenetici e perfettamente ciclici, senza alcun intervallo.

Il libro della Booth non è un saggio e, come suggerisce dal sottotitolo “Come curarsi dall’iperconnettività”, ha un approccio molto divulgativo, ma i dati citati nel testo e le sue fonti parlano chiaro. Secondo un report (2011) dell’Ofcom, l’81% degli utenti di smartphone nel Regno Unito non spegne mai il suo gadget, nemmeno di notte, mentre il 70% dei dirigenti e dei professionisti controlla le notifiche appena sveglio (la fonte è questo libro), 40% degli inglesi (ma siamo sicuri il dato si possa estendere anche ad altri paesi), infine, non rinuncia a controllare la mail di lavoro nemmeno quando è in ferie. Il risultato di questo constante diluvio di dati, richieste, notifiche, domande e sollecitazioni è valso alla “dipendenza da Internet” un posto nel manuale diagnostico dei disturbi mentali, insieme allo shopping compulsivo e al gioco d’azzardo. L’ambulatorio del Policlinico Gemelli di Roma, dedicato proprio a questo problema, ha raccolto 600 casi dal 2009. Il libro della Booth fornisce anche il questionario di autoanalisi di Kimberley Young, medico autrice di “Presi nella rete”. Chi scrive, ad esempio, è messo abbastanza male.

Dati alla mano, è impossibile negare che un problema esista. “Felicemente #sconnessi” propone diversi esempi e soluzioni che a una prima vista possono sembrare banali ma che, nel concreto, proprio in virtù della loro semplicità, dimostrano quanto disturbante possa essere la costante presenza di Internet nelle nostre vite, un punto toccato anche dall’ultimo libro di Tom Chatfield. Frances Booth si concentra sulla perdita di concentrazione e di produttività che il multitasking estremo inevitabilmente causa (esempio: scrivere questo articolo mentre le mail arrivano di continuo, come le notifiche di Twitter). E, inutile nascondersi, ha ragione. Un buon esempio? Quando ci attacchiamo ai social network “per dare un’occhiata” e ci rimaniamo ipnotizzati per ore, lo ha raccontato anche Zerocalcare in una delle sue uscite più celebri. Nel libro, la Booth vi proporrà un metodo per recuperare la vostra concentrazione e attenzione e imparare a gestire le distrazioni digitali, preparando una dieta-da-Internet, dallo spam delle mail inutili spacciate per urgentissime e dal bip-bip costante dei nostri gadget. Potreste trovarvi ad abbracciarlo completamente, come rifiutarlo radicalmente.

Ora, se, come per chi scrive, il web è il tuo mestiere, fai il giornalista, il social media editor o qualsiasi altra professione nata per via di Internet, leggere di controllare la mail tre volte al giorno ti sembrerà assurdo o naif, come sono un po’ naif i passaggi del libro da letteratura motivazionale sul credere in noi stessi e sulla bellezza del paesaggio fuori dal finestrino che ci perdiamo leggendo qualcosa sul nostro smartphone in treno. Questo libro, probabilmente, non parla a voi. Il punto, però – oltre alla questione della diminuzione di concentrazione e attenzione posta dall’autrice – è il rapporto che vogliamo avere con la tecnologia che portiamo nelle nostre tasche, sui nostri nasi come occhiali e in modo sempre più pervasivo anche in cucina e per gestire elettrodomestici che, fino a qualche anno fa non avremmo mai pensato di voler connessi a Internet. Quanto spazio vogliamo concederle? E cosa non deve necessariamente averci a che fare? Proprio l’uscita di un libro di questo tipo dimostra come queste domande siano tutt’altro che banali.

Fonte: www.wired.it

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