Home»Articoli»Perché siamo tutti troll: modeste proposte 
per autoregolamentare i forconisti del web
Internet Troll
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Maria Laura Rodotà

Dopo tredici anni di onorato (insomma) servizio come moderatrice di forum, blogger, mammaminkia su Facebook e discussant sullo scibile umano (vabbe’, scibile) su Twitter, una (vabbe’, io) si fa delle domande e non sa darsi delle risposte. Però ormai ci si guarda intorno, per strada, sulla metro, al bar, e, perché no, al lavoro; e ci si chiede se le persone tanto ammodo o tanto medie e/o tanto ufficialmente innocue sono le stesse che vogliono far paura sul Web. Statisticamente, realisticamente, in molti casi, sì. Sono i troll che scrivono commenti orrendi sugli articoli pubblicati online e sui loro autori. Sono i forconisti da tastiera, cani sciolti o più o meno coinvolti in movimenti nascenti o morenti o X. Sono i dottor Jekyll e mister Hyde che sono una grande fetta della popolazione attiva sui social network e sui siti dei giornali. A volte siamo io e voi (quando si fanno politiche anticiclisti mascherate da iniziative pro bici ci sono pure io a delirare, mi autodenuncio; per dire).

IL DOTTOR JEKYLL E MISTER WEB-HYDE – Perché il mezzo è facile da usare, la tentazione è forte, l’anonimato è possibile. E il risultato non rispecchia più la situazione politico-economico-sociale di un Paese: «è» la situazione, la orienta, la avvelena. Le sventagliate di commenti feroci nei nostri siti di giornali prodotti da giornalisti che fanno il meglio che possono (è la frase-mantra che gli psicoterapeuti ripetono ai figli delusi dai genitori; tenetela a mente quando pensate a noi, vi prego) avvelenano davvero. E avvelenano i rapporti sociali, la politica politicata, i media stessi. Ce ne accorgiamo tutti senza elaborare le nostre sensazioni. Le ha elaborate in una poderosa ricerca l’Annette Strauss Institute for Civic Life della University of Texas a Austin. Austin è una roccaforte delle startup americane, l’università è importante, i suoi studiosi segnalano parecchi rischi.

INCIVILE E PIU’ INCIVILE – «L’inciviltà è impunita e rampante nei commenti online. Da un punto di vista democratico, l’inciviltà sui siti di notizie crea seri motivi di preoccupazione…Questa inciviltà deprime e diminuisce la fiducia nelle istituzioni…e -peggio ancora- condiziona le convinzioni e le opinioni dei lettori», sostengono gli autori della ricerca, diretta dal professor Natalie Jomini Stroud. E citano quello che altri studiosi da tempo chiamano il «nasty effect», l’effetto cattiveria (malevola, a volte violenta). Il termine l’hanno inventato due professori della University of Wisconsin, Dominique Brossard e Dietram Scheufele: analizzando le evoluzioni delle discussioni online su articoli ed editoriali, hanno mostrato come «i commenti incivili dei lettori possono cambiare le opinioni delle persone sulle notizie stesse». Brossard e Schaufele vivono nel Wisconsin, poi, stato politicamente polarizzato ma ordinato e benevolo se paragonato (per dire) all’Italia. Il resto è nostra vita quotidiana, ovvio. 

I TEXANI E GLI INTASTIERADOS– In Texas hanno ulteriormente rielaborato. Le ondate di commentatori col forcone 2.0 sono un problema economico per chi pubblica siti e giornali online. Ferocia e pesantezza degli interventi a seguire possono compromettere credibilità e brand delle testate. La necessità di impiegare giornalisti-moderatori per evitare linciaggi online e altre amenità aumenta i costi. Ed è faticoso. Però i texani, gente del fare anche nell’Accademia, concludono il loro studio caldeggiando una più viva, vibrante, moderante presenza online dei giornalisti. Anche loro hanno analizzato siti di notizie. E hanno visto come gli interventi dei redattori, di spiegazione, di contro-domanda, di tentativi di dare una calmata, ri-orientano la furia degli Indignados-Intastierados e portano a dibattiti più seri, pacati, e francamente più interessanti.

MODERARE O LIBERARE I TROLL? E propongono, a noi giornalisti, di intervenire con domande banali e di buon senso. Di rispondere alle domande non feroci, complimentandosi con il lettore per l’ottima argomentazione. Aggiungere nuove informazioni, chiedendo ai lettori cosa ne pensano. In pratica, suggeriscono di rompere le righe (ulteriormente), di evitare la contrapposizione tra il giornalista verme-corrotto-sciatto-cialtrone (eccoci) e la «gente» (c’è in tutto il mondo) e ridare a chi obietta civilmente quello status che altrove non gli è più riconosciuto: quello di cittadino, con il diritto di criticare, proporre, caldeggiare, opporsi. È una proposta che – i texani lo sanno – costa moltissimo. Quello di moderatore è lavoro faticoso e ingrato e impedisce di lavorare a molte altre cose. Però – modesta proposta dalla University of Corriere – sarebbe un ottimo lavoro per giornalisti anziani e saggi, affiancati da giovani apprendisti per cui sarebbe un nuovo tipo di ottima scuola. A volte andrebbe affidato agli autori degli articoli, a volte no.

P.S Fare il moderatore è una cosa orribile. I colleghi illustri hanno dei collaboratori incaricati di scremargli commenti e post. Noi che facciamo tutto a mano ogni mattina (pomeriggio, sera) affrontiamo tremendi colpi all’autostima. Ma forse, per un po’ di giorni, bisognerebbe capovolgere tutto e moderare a rovescio. Censurare i post educati e stimolanti, pubblicare solo e tutti gli insulti dei troll. Soprattutto quelli deliranti. Se i grandi siti di notizie si mettessero d’accordo e mostrassero per alcuni giorni la pazzia e la ferocia sottotraccia che circola da noi e altrove, forse la maggioranza silenziosa ma scrivente online, quella mezza Jekyll mezza Hyde, ci penserebbe su; e proverebbe a discutere in modo costruttivo, o a organizzarsi, a darsi da fare alzandosi dal divano e spegnendo il pc. O forse no, i deliri online sono l’unica valvola di sfogo rimasta a molti. Ma rischiano di essere un utile contributo a peggiorare il clima, è evidente (e noi moderiamo, o almeno ci proviamo; anche se siamo tutti troll, si diceva, una volta o l’altra).

Fonte: www.corriere.it

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