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Acqua e detersivo
Acqua e detersivo

Matteo Della Torre

Ai camminatori urbani consapevoli, razza disgraziata di sognatori radicali in via d’estinzione che, incuranti del pericolo, osano sfidare le insidie dei marciapiedi delle città, sarà capitato, almeno una volta, di percepire nello smog infernale del traffico automobilistico, uno sgradevole odore chimico di detersivo per pavimenti proveniente dalla strada.

Cari compagni di sventura, sappiate che state calcando il territorio ristrettissimo di una di quelle casalinghe d’altri tempi, tutta lustrini e merletti, con l’ossessione delle pulizie domestiche. Queste donne stanno meccanicamente eseguendo una vecchia ritualità insensata che si tramanda di madre in figlia. Non conosco quale sia la diffusione di questa pratica vudù in altre regioni d’Italia, ma sono certo che è parecchio presente a San Ferdinando di Puglia. 

A molti miei concittadini sarà anche capitato di vedere all’opera queste curiose massaie. A qualsiasi ora del giorno è possibile vederle uscire di casa in pigiama e ciabatte con in mano un secchio d’acqua sporca e detersivo. Dopo aver fatto pochi passi sul marciapiede afferrano il secchio con due mani e… ciaf. Ecco fatto. L’intero contenuto del secchio è gettato al centro della strada. Il liquido e la schiuma bianca di detersivo scorrono seguendo la pendenza dell’asfalto. Una esalazione molesta e tossica di candeggina o di ammoniaca, ad alto potere corrosivo, si diffonde nell’aria circostante e viene inalata dai passanti.

“E’ pipiiiì, è pipiiiì!!!”. Forse qualcuno ricorderà la frase pronunciata nel film “Non ci resta che piangere” da Massimo Troisi quando viene investito dal lancio in strada del contenuto di un vaso da notte. Anni fa vissi una simile disavventura andando in bicicletta. Una casalinga dissennata, dal balcone al terzo piano di un condominio, lanciò alla cieca in strada un secchio di acqua sporca e detersivo, centrandomi in pieno. Per mia fortuna in quel momento non c’era traffico. Accortasi di averla combinata grossa mi disse: “Mi scusi!!”. Ed io, togliendomi la schiuma dagli occhi, le risposi: “Ma la testa dove l’ha lasciata?!!”.

Le casalinghe incivili che gettano per strada acqua e detersivo anziché buttarli nel wc, oltre a porre in essere un comportamento socialmente disdicevole, violano una specifica norma di legge, ossia l’art. 674 del Codice Penale che vieta il “getto pericoloso di cose”. “Chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a euro 206”.

Il comportamento della casalinga che, nonostante le lamentele del vicino di casa, reiteri il getto molesto di acqua e detersivo, rientra nella fattispecie prevista dall’art. 660 del Codice Penale: “Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a euro 516”.

Secondo la logica queste persone andrebbero educate, secondo la legge andrebbero punite. Molti, a questo punto, diranno: “Ma dai, sono ben altri i reati che andrebbero puniti!”. Sono d’accordo.

Per queste casalinghe sarebbe meglio pensare ad una rieducazione personalizzata alternativa alle sanzioni penali. Io escogiterei delle forme benevole, ma raffinate, di “tortura”. Vediamole un po’: leggere un libro, spegnere la televisione all’ora esatta in cui inizia il programma della De Filippi, navigare sui siti internet delle associazioni eco-pacifiste, sottoscrivere una petizione di Greenpeace sull’inquinamento delle acque, andare in bicicletta a fare la spesa, trascorrere dieci minuti in silenzio per riflettere sui preoccupanti vuoti di senso della propria vita.

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