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(dalla mezza età in avanti)
Camminare a passo svelto
Camminare a passo svelto

Camminare fa bene, basta non seguire alla lettera il noto proverbio che predica di andare piano, per andar «sano e lontano», e mettere un po’ di sprint in più e di energia alla propria falcata. Anche se il consiglio può sembrare banale, c’è un nuovo studio appena pubblicato che è riuscito a dimostrare, dopo anni di analisi su migliaia di adulti americani, come accelerare il proprio allenamento aiuti a salvarsi la vita, e abbassi la possibilità di morte. Anche solo piccole differenze di passo, perpetrate nel tempo e con costanza, fanno sì che chi si allena possa vivere più a lungo. Purtroppo invece, per i camminatori più lenti, non basta rispettare le regole e i consigli medici del muoversi ogni giorno per almeno 30 minuti. È davvero invece l’aumento di velocità la chiave del «sano e lontano».

L’IMPORTANZA DEL CAMMINARE – Negli Stati Uniti e non solo la camminata è l’attività fisica più praticata dagli adulti, soprattutto dalla mezza età in su. Medici e linee guida ministeriali raccomandano un minimo di 30 minuti di passeggiata possibilmente ogni giorno, e fino a oggi non erano però stati dati consigli sulla velocità da tenere. Anzi, molte ricerche americane ed europee hanno dimostrato come rispetto al dispendio calorico per esempio, e al benessere generale (tono muscolare e cardiovascolare, buonumore scatenato dalle endorfine e così via), si possano ottenere gli stessi benefici sia andando piano, sia tenendo ritmi più sostenuti. E le discipline “slow” sono nate e cresciute anche con un buon fine: riuscire a far muovere i più deboli, i sedentari, chi è più avanti con l’età e ha problemi di salute. Per quanto riguarda nello specifico la lotta all’obesità e lo sport usato per bruciare i grassi, gli esperti consigliano e dimostrano come anche a ritmi poco sostenuti, semplicemente alzando il numero di minuti camminati, si possano raggiungere gli stessi risultati di una corsa leggera. Il tutto sempre in un’ottica non competitiva e sportiva, e volta unicamente a ottenere buoni risultati di benessere generale dell’individuo.

UN CAMPIONE DA 39MILA PERSONE – In questo contesto si inseriscono però anche i risultati dell’ultimo studio statistico appena pubblicato su Plos ONE che ha indagato sulla «Relazione tra l’intensità della camminata e la mortalità totale e dovuta a cause specifiche». Si tratta di una ricerca svolta utilizzando i dati raccolti a partire dal 1998 dal laboratorio dell’ateneo di Berkeley che gestisce il National Walkers’ Health Study: qui si raccolgono da 15 anni i dati di migliaia di camminatori adulti americani che si sono volontariamente iscritti allo studio e che praticano regolarmente attività fisica. Nel caso della ricerca sulla mortalità, gli statistici hanno confrontato nel tempo i dati di circa 7mila maschi e di 31mila femmine (le donne risultano camminare, nella media, più veloce degli uomini) con quelli dell’indice nazionale di mortalità americano. Gli sportivi, erano già stati catalogati a seconda delle loro performance, in 4 categorie: si va dalla prima, quella dei più veloci, che vanta medie di 13,5 minuti a miglio terrestre (pari a 1,6 km circa), ovvero meno di 8 minuti e mezzo a chilometro, fino alla quarta, dei più lenti, che impiegano anche 20-25 minuti per percorrere un miglio a piedi ogni giorno (da 12,5 a 15,6 minuti per un chilometro).

MORTALITÀ PIÙ ALTA PER I PIÙ LENTI – Lo studio ha concluso che il rischio di mortalità decresce in rapporto all’intensità della camminata e che aumenta se questa si attesta intorno ai 24 minuti o più impiegati per camminare un miglio (15 minuti per un chilometro). Nel campione di circa 39mila persone, duemila erano morte dall’inizio del monitoraggio, durato poco meno di dieci anni. E l’incidenza di morti nel gruppo dei camminatori “lenti” era più alta del 44 per cento rispetto a quelli più “veloci”. Come commenta uno dei dottori responsabili della ricerca, «i risultati suggeriscono che aumentare il passo offre benefici alla salute. Spingere il proprio corpo un po’ oltre, sembra essere la causa di cambiamenti fisiologici positivi, effetti che un allenamento più dolce non comporta».

Fonte: www.corriere.it

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