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Salvatore Barbera
Salvatore Barbera

Mauro Pianta

Dalle barricate al web, andata e ritorno. Eccola qui la storia di Salvatore Barbera, 34 anni, da Pistoia, per oltre 17 anni militante con incarichi di responsabilità in Greenpeace. Da luglio dell’anno scorso Barbera è invece il direttore delle campagne di Change.org in Italia, la piattaforma di petizioni on line che conta 45 milioni di utenti in tutto il mondo. Laurea in fisica nucleare, esperto di nuove tecnologie applicate alle mobilitazioni sociali, dopo un viaggio in India il giovanissimo Salvatore aderisce a Greenpeace International, lavorando ad Amsterdam e a Istanbul. Rientrato in Italia diviene responsabile della campagna nucleare del gruppo ambientalista. Nel 2011, come portavoce di una manifestazione di protesta non autorizzata di fronte a palazzo Chigi, viene “bandito” da Roma per due anni. «Si trattò – ricorda Barbera – di un’ingiunzione del questore, uno strumento risalente agli anni Trenta. Facemmo ricorso al Tar e vincemmo».  

Un anno dopo arriva la telefonata da Change.org, la società fondata nel 2007 da Ben Rattray l’uomo che Time Magazine ha incluso tra le 100 persone più influenti al mondo. «Vuoi lavorare per noi?». «È stato un po’ come lasciare la famiglia – racconta – ma poi mi sono reso conto che gli ideali erano gli stessi: l’obiettivo è favorire un cambiamento sociale che viene dal basso. In fondo a Change.org facciamo proprio questo: attraverso il web diamo alle persone comuni gli strumenti per incidere sui decisori e cambiare le cose».  

La piattaforma, che in Italia ha raggiunto 1,7 milioni di utenti, funziona così: chi ha una petizione da lanciare va sul sito e compila quattro form. Diciamo a chi si vuole indirizzare la richiesta, cosa vogliamo che faccia, perché è importante. Poi si carica una foto o un video. Quattro clic, e la rete si scatena: quelli che condividono la campagna, firmano. Nel Belpaese, al ritmo di una quarantina al giorno, finora ne sono state lanciate circa 10mila. Una trentina quelle che hanno ottenuto vittoria. Qualche esempio? L’oscuramento del sito che offendeva la memoria di Falcone e Impastato. La concessione della cittadinanza italiana ai tre senegalesi feriti durante la sparatoria del mercato di Firenze. La trasmissione su Sky del film di Bill Emmott “Girlfriend in a coma” la cui anteprima era stata annullata al MAXXI di Roma. Cose così, insomma. E altre che volano più basso. «Ma per noi sono tutte importanti – spiega Barbera –anche se ci riserviamo il diritto di non pubblicare tutto». La campagna più curiosa? «Direi quella lanciata da un ex generale dell’Aeronautica Militare contro l’acquisto degli F35 da parte dello Stato: “Non sono pacifista – ci ha detto – ma l’attuale flotta è più che sufficiente per le attuali esigenze”». Quella, invece, che lo ha più colpito? «Direi – risponde ancora Salvatore – la storia di tre ragazzi sordi, fondatori di una radio per udenti e non udenti, che chiedono al Parlamento, come avviene in 44 paesi del mondo, il riconoscimento ufficiale della Lis, la lingua dei segni. Hanno già raggiunto quota 69mila firme». 

Tutto giusto, tutto interessante. Ma come fa a mantenersi questa “impresa sociale” come si autodefinisce Change.org visto che le petizioni sono gratuite? Lo staff italiano con sede a Roma, oltre Barbera, comprende anche altri tre professionisti di cyber attivismo: Sergio Cecchini, Elisa Finocchiaro e Angela Gennaro. «La nostra struttura – spiega Barbera – si regge sulle petizioni sponsorizzate da organizzazioni come Amnesty o Medici Senza Frontiere che vogliono promuovere le loro campagne presso un pubblico selezionato: un metodo simile ai video sponsorizzati su You Tube, ai link su Google o ai Tweet sponsorizzati su Twitter. I visitatori del sito vedono comunque che si tratta di campagne sponsorizzate».  

Se poi chiedete a Barbera qual è il rischio di questa rampa di lancio per scagliare il cambiamento, lui risponde secco: «Può diventare uno “sfogatolo”, qualcosa di sterile. Ma è un rischio che vale la pena correre per liberare le forze e le intuizioni delle persone comuni». Facendo concorrenza ai giornali? «Tutt’altro, noi puntiamo al fatto che le nostre storie arrivino sui media che poi le possono sviluppare, approfondire. E magari farle “vincere”».  

Fonte: www.lastampa.it

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