Home»Ecologia»Mangiare o no i prodotti cresciuti nella Terra dei Fuochi? Battaglia di cartelli su Facebook
Veleni sui campi nella Terra dei Fuochi
Veleni sui campi nella Terra dei Fuochi

Maria Ferdinanda Piva

Su Facebook è scoppiata una battaglia dei cartelli a proposito dei prodotti agricoli cresciuti nella cosiddetta terra dei fuochi: le campagne di Napoli e Caserta martoriate da vent’anni di interramenti illegali di rifiuti e dai roghi tossici. Ha iniziato Parallelo 41, testata napoletana molto attenta a questo tema, pubblicando fra l’altro su Facebook foto e cartello della giornalista napoletana Ilaria Puglia: “Il cibo avvelenato della terra dei fuochi lo mangi anche tu che vivi a Cuneo. Occhio che muori”. Ha risposto sul suo profilo Facebook la collega Marina Perotta, di Ecoblog, casertana: anche lei con foto e cartello, ma diametralmente opposto.

Io abito a Torino e non mi metto certo dirimere questioni alimentari fra colleghe. Però vorrei dire la mia: il problema non è tanto mangiare o meno quel cibo. Il primo problema è fare dei distinguo grandi, non come una casa: come un condominio di dieci piani.

Prima dei distinguo, l’amara realtà: nella terra dei fuochi davvero si muore di cancro più che altrove; davvero ci sono campi di veleni e pozzi di acqua avvelenata. Però l’avvelenamento va avanti da vent’anni. Adesso se ne fa un gran parlare in seguito alle interviste di Carmine Schiavone, l’ex boss della camorra pentito di essersi pentito perchè, sostiene, nessuno ha dato seguito alle sue dettagliate indicazioni sui luoghi in cui la criminalità organizzata ha sepolto i rifiuti tossici già quindici o vent’anni fa. Ieri è andato in onda un servizio delle Iene sulle terre avvelenate dai rifiuti: da anni ho felicemente rottamato il televisore ma ne posso facilmente immaginare toni e contenuti. La battaglia dei cartelli è il passo successivo del dibattito su questo tema, vecchio e incancrenito quando dannatamente importante.

Il dibattito si intreccia con la bonifica delle terre avvelenate (c’è un commissario che se ne occupa), di cui molto si parla in questi giorni: il ministro Orlando dice che servono risorse “altissime e ingentissime”.

Per spingere (metaforicamente) sul pedale delle bonifiche è utile anche il cartello che sottolinea i veleni nel cibo. Però alt, qui cominciano i distinguo. Di quale tipo di bonifiche stiamo parlando? Grandi opere, grandi appalti, grandi lavori in una terra dove la penetrazione della criminalità organizzata è tuttora capillare, tant’è che i roghi tossici si vedono un giorno sì e l’altro pure? Conversione del territorio alla produzione di biomasse da bruciare in nuovi costruendi grandi impianti?

I grandi appalti, i grandi impianti sono notoriamente i più facili da pilotare verso gli amici degli amici per i quali il primo pensiero è la cornucopia di pubblici quattrini e l’ultimo pensiero è il lavoro ben fatto.

Invece secondo me la prima bonifica da attuare è quella che chiamerei politica, amministrativa, sociale. Tipo: a Giugliano la Regione costruirà un inceneritore anche se la Svezia è affamata di rifiuti italiani e consegnarglieli a domicilio costerebbe meno che costruire un nuovo impianto. Si sa da almeno due anni che la falda idrica di Casal di Principe è contaminata, il divieto d’uso dei pozzi è stato appena “reiterato” ma il 40% dei residenti non è allacciato all’acquedotto e non risulta l’uso di metodi alternativi per irrigare la terra. Si sa da 16 anni che i campi di Villa Literno sono stati concimati con i fanghi del depuratore, ma risulta che quelle terre siano tuttora coltivate e nessuno sia andato a fare analisi. Come ho già scritto più volte, sarò lieta di ospitare documentate smentite nei commenti.

In una situazione del genere, è facile intuire a cosa possano portare i grandi appalti bonificatori e-o la costruzione di grandi impianti a biomasse destinate a bruciare apposite colture non alimentari.

Secondo me la prima, vera, indispensabile bonifica della terra dei fuochi consiste innanzitutto nel qualificare come braccia strappate all’agricoltura (o al lavoro in miniera, se preferite) tutti coloro che finora si sono girati dall’altra parte di fronte al disastro anche se il loro ruolo richiedeva che prendessero il toro per le corna. Al secondo posto vengono le analisi a tappeto del suolo e dell’acqua, per stabilire dove sono sani (e dove quindi si possono coltivare alimentari) e dove no.

Le terre avvelenate? Producano fiori e piante ornamentali. Fibre tessili vegetali. Canapa per la coibentazione in bioedilizia. Qualsiasi cosa, insomma, che non abbia come capolinea un costruendo impianto a biomasse.

Effettuate queste bonifiche, sarà doveroso spendere pubblico denaro per mettere in sicurezza la falda d’acqua soggetta al percolamento di schifezze. Se invece per prima cosa arriveranno i grandi appalti, i grandi movimenti di terra e simili, tutto finirà in un cane che si morde la coda.

Fonte: www.blogeko.it

 

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