Home»Città possibile»La dittatura del disincanto
Alienazione
Alienazione

Marco Boschini

La società si scioglie, nell’afa del disincanto. Veniamo da un ventennio in cui televisione e cemento ci hanno abbruttiti nell’anima, e negli occhi. Non sappiamo più distinguere il bello dal brutto, a volte il giusto dallo sbagliato.

Camminiamo stanchi e ripetitivi, in questa realtà che è come un’immensa distesa di carrelli della spesa, dove si compra tutto. E tutto si consuma a una rapidità vertiginosa. Le comunità locali hanno smesso, banalmente, di esser tali. Perché la democrazia non può essere una voce sopra ad uno scontrino fiscale. Non si compra, si coltiva ogni giorno di attenzioni e partecipazione. E di scelte condivise.

La società si sgretola, va in pezzi, schiacciata da continui assalti al sentire comune. Abbiamo assistito (spesso alimentato) allo sfacelo di un sistema politico corrotto e logoro senza avere il coraggio di reagire, la forza di denunciare. Ma ciò che è forse ancora più grave, di annunciare. Ci siamo accontentati di una narrazione dell’oggi che ci parlava sempre e comunque di scandali, caste, mazzette. Non siamo stati in grado di difendere i buoni esempi, valorizzarli, in qualche modo diventarne sentinelle e staffette.

E la somma di tutto questo (e di molto altro) ci ha allontanati, fisicamente e sentimentalmente, dalle nostre piazze e dal nostro agire politico. Di cittadini. Ci siamo chiusi e isolati, nella difesa quotidiana del nostro fortino più o meno grande, più o meno popolato, a seconda del nostro conto in banca più o meno gonfio, come un muscolo da esibire, o da nascondere.

La società scompare, nell’ombra di strade svuotate di senso e di contenuti, e di cittadini ormai attrezzati solo per puntare il dito contro qualcosa o qualcuno, in questa sorta di caccia alle streghe in cui tutti sono untori, e appestati. Perché è facile, troppo comodo, dire che le cose non funzionano, che nulla può essere fatto per cambiare il corso degli eventi, e il nostro destino.

Ma per fortuna c’è sempre qualcuno (tantissimi) che continua ad alimentare con le proprie scelte la nostalgia di un futuro diverso, come amava ripetere il pedagogista brasiliano Paulo Freire. Come nel caso di Ambra, nella cui testimonianza inciampai qualche tempo fa, per caso.

Ambra parla di cultura, nella sua lettera a “Repubblica”. Ma al fondo di questo “prendersi cura” c’è il senso civico di una giovane cittadina che non vuole smettere di credere nel suo Paese. E che per questo si indigna, denuncia, ma partecipa. Ci mette la faccia, insomma. Che è poi ciò che sempre meno facciamo tutti, nell’oggi della comunicazione invasiva e dei social dove le nostre facce girano su muri virtuali in continuazione. Noi così poco visibili, e vivi. Intrappolati nella rete.

Penso che la politica debba occuparsi di Ambra e del suo messaggio. Fare di tutto perché tra un paio d’anni questa lucidissima ventitreenne non cambi idea. Penso questo, e molto altro. E mentre leggo immagino uno qualunque tra i soloni che vanno a dirci in tv, più o meno da quando Ambra è nata, sempre le stesse cose. Stornelli conditi di cemento e sviluppo, crescita e demagogia.

Penso alla partigiana Ambra, alla sua voglia di restare, per cambiare questo Paese. “Alcuni giorni fa, sistemando la posta, mi sono imbattuta in una lettera che scrissi cinque anni fa alla redazione di “Repubblica”. Ai tempi ero una diciottenne che si affacciava al mondo degli adulti. Oggi sono una ventitreenne che in quel mondo, più o meno, è ormai entrata.

Eppure una parte delle domande che mi ponevo anche allora sono rimaste. Anzi, uno dei punti fondamentali, la sottovalutazione dell’importanza della cultura, mi è forse ancora più evidente. Cinque anni fa mi chiedevo come fosse possibile non conoscere Eric Priebke, come fosse possibile che ragazzi della mia età non fossero minimamente interessati a cosa accadeva intorno a loro.

Oggi la mia domanda resta la stessa. Forse oggi ha anche un’importanza maggiore. Perché se a diciott’anni ancora si può vivere nella propria “bolla”, a 23 si dovrebbe essere in grado di capire che c’è tutto un mondo oltre a noi. Ed è sconvolgente vedere in quanti, invece, non si accorgano di tutto questo.

Certo, non si può fare di tutto un’erba un fascio, e certo ci sono molti miei coetanei interessati al mondo, con una cultura e con la voglia di cambiare le cose. Cinque anni fa mi chiedevo come poterle cambiare, cosa fare per ridare la giusta importanza alla cultura,come convincere i miei coetanei che avere un bagaglio culturale alle spalle è importante per poter affrontare e capire meglio il mondo.

Oggi, io che ho scelto di vivere in quell’ambito, che vorrei in futuro poter lavorare grazie alla cultura e ai beni culturali di cui il nostro Paese è pieno, mi accorgo che non sono solo i miei coetanei a sottovalutarne l’importanza. E ancora mi domando come fare per poter cambiare le cose.

Vorrei avere un’opzione diversa, vorrei fare una scelta diversa da quella che vedo fare a molti miei amici. Sono tante quelle persone che vedo decidere di andare all’estero per seguire i loro sogni perché, dicono, qui in Italia è più difficile. Qui in Italia devi lottare di più e i tuoi sforzi vegono riconosciuti di meno, fuori invece sembra tutto più facile e se sei bravo, se ti impegni, vieni premiato.

Eppure oggi io, che ho un bagaglio maggiore di quando avevo diciott’anni, che ho fatto più esperienze, anche all’estero, pur con gli stessi dubbi di cinque anni fa, con le stesse domande, ho deciso di restare, di lottare qui. Forse tra un paio d’anni avrò cambiato idea, ma ora come ora so di volerci provare.

Di voler restare qui, in quest’Italia piena di contraddizioni e di difetti, a cercare di cambiare una realtà che non mi piace neanche un po’, ma che amo davvero.

E spero che un giorno ci si renda conto, tutti quanti, di quanto la cultura del nostro Paese possa davvero salvarci. Salvarci dalla “crisi”, salvarci da noi stessi e riportarci un pò più in alto. E come non sia, invece, solo un peso o qualcosa a cui poter sempre togliere fondi.

E’ triste vedere come tutti sembrano essersi dimenticati che questo Paese è stato la culla di una civiltà straordinaria come quella romana, di grandi geni, di grandi personaggi. Oggi sembra solo la si voglia ricordare per i suoi difetti. Ma io credo che un giorno riusciremo a ricordarci da dove veniamo. E intendo restare per tutto questo e per cambiare la realtà”.

La società si scioglie, nell’afa del disincanto. La dittatura del non agire, dell’attesa di un messia salvifico e onnipotente può essere sconfitta, credo, solo con l’azione e la passione. Occupando strade e piazze. E preoccupandoci di non lasciare indietro nessuno. Questo è il patto da cui ripartire.

Perché, come scrive Erich Fromm, “la democrazia può resistere alla minaccia autoritaria soltanto a patto che si trasformi, da “democrazia di spettatori passivi”, in “democrazia di partecipanti attivi”, nella quale cioè i problemi della comunità siano familiari al singolo e per lui importanti quanto le sue faccende private”.

Fonte: www.marcoboschini.it

eBook

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Contatti

Uomoplanetario.org

Email

Telefono+39 (340) 1046944

×
  • HOME
  • ABOUT
  • CONTACT