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Alice Miller
Alice Miller

Andrea Vitale*

Se digitate il nome Alice Miller nella casella “trova” della facoltà di Psicologia nelle diverse università italiane, avrete sempre la stessa risposta: nessun risultato.

Nel complicato mondo della psicologia, la spiegazione del male ha noccioli talvolta bizzarri e spesso contrapposti. Freud ha detto che il male dell’anima dipende dal fatto che i bambini – maschi – vogliono possedere sessualmente la madre ma che si scontrano contro il padre e la sua implicita minaccia di castrazione, ragion per cui cadono nel conflitto tra possedere e rinunciare, e solo se riescono a far propria questa seconda scelta si liberano della nevrosi potendo infine crescere sani. Una tesi che impegna quattro righe di testo per essere esposta e che ha delle indubbie contraddizioni, come quella di valere per i maschi e non per le femmine, ma anche di valere se il padre non è ostile e non minaccia evirazione, oppure se questi maschi non hanno un padre, essendo figli di madri vedove o separate o prive di compagno, o ancora, seppure in casi poco frequenti, se vengono fatti oggetto di abusi sessuali da parte della madre.

Una spiegazione alternativa fu data da John Bowlby negli anni Sessanta, con la tesi secondo cui il bambino, e poi l’adulto, soffre perché durante i primi tempi di vita viene separato, o minacciato di essere separato, dalle figure di accudimento. A quell’epoca la psicoanalisi regnava sul mondo delle anime ferite già da oltre mezzo secolo e accolse, per usare le parole di Holmes, questa proposta “con un fragoroso silenzio”.

Tre decenni prima ci aveva provato Sandor Ferenczi a dire che il metodo della psicoanalisi era “crudele” e che trattando a quel modo i pazienti – con freddezza e mancanza di empatia – non si faceva altro che replicare il trauma originario. La risposta del mondo freudiano fu in quel caso l’espulsione e l’esilio.

Non stupisce che quando agli inizi degli anni Ottanta cominciò a diffondersi la tesi di Alice Miller, espressa in tre primi libri fondamentali quali Il dramma del bambino dotato, La persecuzione del bambino e Il bambino inascoltato, la reazione sia stata più o meno la stessa e da allora non sia cambiato granché. La tesi di Miller è molto semplice: la cattiveria con cui viene trattato il bambino procura in lui una grande ferita emotiva, gli fa credere di non meritare amore e lo incattivisce a sua volta, sicché diventerà un adulto violento che scaricherà la cattiveria nella società e sui figli. A questo scopo Miller ha illustrato nel dettaglio l’infanzia di dittatori quali Hitler, Milosevic, Stalin, Saddam Hussein per dimostrare come la cattiveria dei genitori abbia acceso in loro quell’odio smisurato che tutti gli storici e milioni di persone conoscono bene. Come controprova ha descritto anche la vita di Gorbaciov per portare un esempio inverso, di bambino trattato con rispetto che ha saputo segnare la parentesi migliore della storia recente della Russia e dei suoi rapporti col mondo. Oltre a ciò ha fornito centinaia di esempi di persone semplici o illustri (Nietzsche, Proust, Woolf, Kafka, ecc.) da cui emerge con evidenza la veridicità della sua tesi.

Perché dunque insistere a negare? La risposta è chiara: chiunque sia stato un bambino maltrattato ha molto più interesse a maltrattare che non a agire in modo inverso. Forti delle tesi freudiane e parafreudiane i clinici hanno un formidabile pretesto per non accogliere il bisogno dei pazienti di essere finalmente capiti e aiutati a ricostruire il proprio dramma, affrontando in modo maturo e non più dipendente i propri genitori idealizzati. Ma se essi per primi, i clinici, non hanno potuto liberarsi della paura della violenza affettiva e fisica con cui furono cresciuti dai propri genitori, come possono accettare che questo avvenga in un paziente qualsiasi? (Do per inteso un certo razzismo, frutto anch’esso del razzismo genitore-bambino subito) Di più, è probabile che in molti casi l’interesse per questa disciplina derivi proprio dal bisogno di impedire a chiunque di emergere dalla sua infanzia, ponendosi a giudice del bene e del male dell’anima umana, cioè a tappo delle cause effettive del dolore vissuto.

Secondo le statistiche più verosimili, una bambina su due subisce nel corso della crescita molestie o abusi sessuali da parte di familiari o estranei ed è costretta a custodire in sé questa verità proibita per tutta la vita. Queste super violenze, unite alle migliaia di microtraumi affettivi, portano molte persone a accostarsi alla terapia per trovare finalmente un alleato che le aiuti nella cura della ferita. Su questo la diversità d’approccio tra psicoanalisi e terapia autentica è per esempio cruciale, perché fa una bella differenza trovare un terapeuta che dica “Caspita, qui c’è molto da rivedere e anche da ridiscutere con chi la brutalizzò o lasciò che ciò avvenisse”, piuttosto che uno freudiano che rimanga lungamente in silenzio e solo ove vi fosse una certa insistenza nell’affermare che si tratta di ricordi effettivi, cali il rasoio della sua negazione: “Freud ha dimostrato che sono solo fantasie”. Non sto a aggiungere che in quella logica si tratta per di più di fantasie manipolatorie, aggravate cioè dal bisogno di molestare i genitori coi propri bisogni narcisistici e perversi.

Popper sosteneva che molto spesso l’ignoranza non ha la forma passiva del non so, ma quella attiva del non voglio sapere. Chiunque mastichi un po’ di psicologia sa che il trauma affettivo – l’incredibile rifiuto che i nostri genitori opposero al nostro amore bambino – determina una raffinata struttura di difesa dal trauma. A livello profondo un bambino sa benissimo d’essere ferito e di essere stato ferito proprio dalla madre e dal padre, ma a livello di superficie deve convivere con la realtà che gli impone di aggrapparsi a loro e dunque li assolve negando l’evidenza. Non è resistenza ma obbligo di sopravvivenza, dato che un bambino è congeniato per chiedere soccorso ai genitori quando è in difficoltà e in natura nessun genitore, eccetto l’uomo, mette deliberatamente in difficoltà i propri figli.

Tutto molto semplice perciò e per questo Miller suggeriva ai pazienti di chiedere ai terapeuti come fosse andata la loro infanzia – una domanda che nessun paziente avrà mai il coraggio di porre al suo terapeuta, essendo abituato a tacere dinanzi all’autorità. Ma al di là di questo particolare trascurabile, rimane il fatto increscioso che chi va in terapia ha molte più probabilità di trovare un negazionista del suo olocausto infantile piuttosto che uno storico attento e schierato dalla sua parte.

La prima volta che incrociai il nome Miller fu durante una lezione. Per puro caso io ero il docente e a un certo punto un’allieva molto colta e informata disse che ragionavo come Alice Miller. Avendo io fatto quattro anni di università di psicologia e altri quattro di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica era chiaro che non l’avessi mai sentita nominare. Ero emerso per conto mio dalla palude della menzogna psicoanalitica e me ne stavo a asciugare su uno scoglio, conscio della totale solitudine cui è condannato chi la pensa in un certo modo. Sapere che esisteva una persona che aveva certe idee ed era per giunta tradotta in venti lingue fu di grande conforto, anche se a quasi quindici anni da quel giorno le cose non sono molto cambiate. Ancora oggi quando agli specializzandi in psicoterapia propongo il nome Miller in otto casi su dieci la risposta rimane no grazie.

Mi consola d’altra parte sapere che lavorando in questo modo, la percentuale di gradimento dei pazienti è esattamente l’opposta. Alice Miller si grazie, dunque, se voglio uscire dalla trappola della mia infanzia e proseguire libero per la mia strada. No grazie se la mia strada è quella del sedicente esperto di trappole infantili. Perché un fatto è ormai dimostrato, e cioè che le sue parole sono un potente antidoto contro la letargia psichica che avvolge il dolore dell’infanzia e permettono a chi abbia forza sufficiente di smettere di non voler sapere di aprire gli occhi dinanzi alla verità, facendolo sentire immediatamente meglio.

 

*Psicoterapeuta, Presidente APDP, Associazione Psicologia Deficit Parentale, www.parentaldeficit.it

Fonte: www.script-pisa.it

 

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