Home»Foto»ll 2013 di iOS 7 è il 1984 di Macintosh?

Settimio Perlini

Il giorno dopo

È difficile riuscire a compiere un’analisi completa ed equilibrata dopo aver assistito alla presentazione ufficiale del keynote e avere sbirciato nei dispositivi già aggiornati degli sviluppatori che hanno scaricato fin dal primo giorno la beta di iOS 7, ma, facendo tesoro anche della passata esperienza di utente Apple che ha vissuto direttamente tutte le fasi di transizione e di cambiamento dell’azienda di Cupertino non possiamo non ricollegare questa fase della storia di Apple e dei suoi prodotti a quella della presentazione del primo Mac nel 1984.

30 anni fa

Nel 1983 Apple era un’azienda con un impatto ancora grandissimo sul mercato; aveva, di fatto, inventato il personal computer e solo da pochi mesi IBM con il suo PC stava insidiandone (con successo) il primato tanto da farle perdere circa la metà del suo market share… l’idea di Lisa prima e di Mac poi nacquero per riconquistare il consumatore americano con un progetto innovativo basato su alcuni paradigmi che sono diventati quelli comuni a tutte interfacce per sistemi operativi moderni: la metafora della scrivania, la visualizzazione delle cartelle, la rappresentazione tipografica dei testi con la scelta dei font. Ciò che era disponibile in precedenza lo conosciamo: interfacce a riga di comando rappresentazione schematica della struttura degli archivi e del file system che rendevano l’uso del computer un’esperienza relativamente frustrante. Anche in quel periodo Apple era in una fase di transizione con due gruppi che si fronteggiavano da una parte per continuare la strada di Apple II con Apple III e dall’altra per produrre qualcosa di realmente innovativo, anzi, rivoluzionario.

Un anno fa

Che cosa sia accaduto nei 12 mesi scorsi in Apple non possiamo raccontarlo nei dettagli ma è noto a tutti che il punto di rottura manifesta è stata la fuoriuscita di Scott Forstall, l’uomo che stava dietro all’interfaccia di iOS, più o meno pubblicamente per gli errori compiuti con alcuni prodotti, come Mappe, sotto il livello di qualità che ci si aspetterebbe da Cupertino ma più probabilmente per l’incompatibilità personale e di progetti con altri ingegneri e manager di pari livello nell’azienda, responsabili d’iniziative “concorrenti” per tempi, priorità e coerenza dell’interfaccia. 

iOS 7 arriva sul filo di lana, appena in tempo per la WWDC, appuntamento tradizionale degli ultimi anni, e forse, sotto pelle, è pure in ritardo per quanto lieve sulla scaletta cui Apple ci aveva abituati negli ultimi anni ma se così fosse ci sono ampie giustificazioni per questo fiatone: in questi ultimi mesi, gli ingeneri di Apple guidati dal più affiatato duo Ive-Federighi con idee comuni sul significato dell’abbinamento forma/funzione hanno lavorato su due aspetti principali: la semplificazione ulteriore dell’interfaccia che era già molto più immediata e meno complessa rispetto a quella della concorrenza e la trasformazione dei gesti ormai consueti che tutti ormai compiono sullo schermo in vetro del proprio smartphone in un percorso mentale senza soluzione di continuità.

Il pinch come paradigma del passaggio dall’universale allo specifico e viceversa

Non ci interessa in quest’ambito giudicare l’attrattività delle icone bidimensionali o degli effetti di animazione e neppure della stilizzazione del testo che si può anche richiamare a Windows Phone o Sailfish. Ci interessare capire le vere novità di approccio ai contenuti.

Il primo dato evidente è quello che si può osservare nell’uso dell’applicazione Calendario. Se conoscete bene l’applicazione Immagini su iPhone e iPad apprezzerete sicuramente di come si possa arrivare da singoli album alla fotografia e all’ingrandimento della stessa con un semplice divaricamento d’indice e pollice e tornare indietro con il gesto opposto delle due dita. Questo comportamento è stato portato per molti versi a livello di sistema: nel calendario si passa dalla visione dell’anno a quella dell’evento orario in maniera continua, nelle immagini passiamo dalla raccolta temporale di un intervallo enorme al dettaglio di un giorno, di un evento o del singolo dettaglio di una foto. Questa continuità di spazio e di tempo o meglio della loro rappresentazione, è una vera scorciatoia modale che supera l’organizzazione per cartelle schede, raccoglitori e facciate e opera in maniera naturale e continua come nella presentazione attraverso le mappe mentali.

Ci vuole un bel carattere…

Il secondo aspetto che lega questo cambiamento dell’interfaccia di iOS a quella del Mac è quello “tipografico”: le biografie di Steve Jobs e pure il suo discorso a Stanford riportano la sua cura quasi maniacale dell’uso dei font tipografici e delle regole di rappresentazione e fruibilità del testo che derivavano. iOS 7 porta la rappresentazione del carattere sullo schermo a un livello di controllo che non esiste su altri telefoni e che evidenzia come la progettazione di un’interfaccia per Ive non sia un esercizio di addizione (bottoni, ombre, sfondi, effetto glow) ma di sottrazione per evidenziare non la cornice ma il contenuto. È un esercizio coerente con quello del design del prodotto che potenzialmente dovrebbe limitarsi a una lastra di vetro e una di alluminio perché la vita all’oggetto viene data dalle nostre foto, dai nostri giochi, dai filmati che visualizziamo. Entrano in gioco kerning, legature, adattabilità del testo al contesto con una cura dei dettagli che è sconosciuta anche ai più bravi tra i concorrenti. Spariscono i bottoni e le cornici e la codifica si fa con un altro importante attributo del testo: il suo colore o nel caso il contenuto diventi secondario, il suo “non colore”.

La sfida per Ive e per Apple

La navigazione nei contenuti senza soluzione di continuità è in fondo la riaffermazione della scelta radicale, da molti contestata, dell’eliminazione del file system e la cura dell’aspetto tipografico possono sembrare aspetti secondari per chi cerca il semplice effetto neanche perfettamente funzionante e superficialmente potrà interessare solo chi ha altrettanta cura del dettaglio nell’uso degli oggetti quotidiani ma quando l’utente finale prenderà in mano un telefono con iOS 7 oltre all’effetto Wow! che non mancherà ci sarà anche un’altra risposta tipica di chi usa un prodotto Apple…”Perché qualcuno non ci ha pensato prima? In fondo era facile… In fondo una soluzione simile c’era nella tale applicazione del tale…

La sfida per gli sviluppatori

Se l’addio allo scheuomorfismo è una benedizione per chi apprezza il design minimale, è pure una bella sfida per chi, da programmatore, ha utilizzato in questi anni i suoi paradigmi e i suoi strumenti per disegnare le interfacce e persino le icone delle applicazioni: ha in ogni caso la libertà di farlo aggiungendo codice all’interno della singola App ma si troverà a farla solcare un mare che fa dell’essenzialità il suo codice di navigazione.

Siamo di nuovo nel 1984? iOS 7 è per iPhone sicuramente una sfida non dissimile a quella che il Mac fu per Apple: il nuovo team ha potuto ripensare un progetto partendo da zero, ha svolto il suo compito e ora (o meglio tra settembre e ottobre, quando iOS 7 sarà rilasciato) tocca agli utenti apprezzare o no la diversità nella non-complessità della nuova interfaccia. 

Fonte: www.macitynet.it

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