Home»Ecologia»Agricoltura biologica»La grande fuga verso la campagna

Valeria Pini

C’è chi ha recuperato un terreno di famiglia e chi, licenziato, ne ha comprato uno  usando la liquidazione. Ecco alcuni che puntano sulla campagna,  magari scegliendo prodotti  particolari come la manna, il bambù o la bava di lumaca. Tanti under 35: negli anni recenti sono passati da 50mila a 80mila. E il fenomeno non si ferma a ROMA –  Anna Maria Musotto ha 28 anni faceva l’avvocato a Milano e poi ha deciso di cambiare vita, ha preferito sporcarsi le mani nei campi e coltivare piante in Sicilia. Ha scelto un appezzamento a Pollina e produce agrumi, olive e soprattutto manna un dolcificante naturale, che cresce solo in queste aree del palermitano. Un fenomeno quello dei giovani che decidono di ‘tornare alla terra’ e fare gli agricoltori, in piena espansione. Gli under 35 erano 51.740  nel 2007 e sono diventati 82.110 nel 2010, perché la crisi spinge molti a tornare alle origini (dati Coldiretti). Spesso sono molto preparati: la maggior parte ha titoli di studio specifici (perito agrario, agrotecnico, ha studiato scienze agrarie, viticoltura ed enologia). Molti i meccanici, i geometri, gli esperti di comunicazione, gli ingegneri che hanno scelto di riconvertirsi, senza aver fatto studi specifici nel settore.

Chi torna alla terra spesso decide di produrre prodotti di nicchia. C’è chi sceglie la manna, chi sceglie il bambù o si butta sulla bava delle lumache. Tre soci, Andrea De Magistris, 40 anni, Thomas Froese,57, e Fabio Chiarla, 38, due anni fa si sono decisi a mettere in piedi una piantagione di bambù biologica, ad Alba, in Piemonte.  I germogli di bambù freschi vengono usati nei ristoranti e anche per realizzare tisane. Le foglie, invece, vengono spedite in Germania, dove c’è una lunga tradizione di uso in ambito cosmetico. Ha scelto il filone della cosmesi anche Alessandro Colognesi, che a Gualdo, in provincia di Ferrara, è riuscito a ricavare reddito da un allevamento di lumache. Le vende a scopo alimentare e estrae la bava per le industrie cosmetiche e farmaceutiche. Ricorda un inizio complicato perché, dice, “la burocrazia ti uccide”.  Daniele Miconi, 32 anni,  invece ha un’azienda agricola in provincia di Udine. Fa anche il falconiere, un compito importante per garantire la sicurezza degli aeroporti. (ovvero evita le collisioni tra aerei e volatili mettendo in fuga gli uccelli).

Giorgio Poeta, 28 anni, ha incominciato a coltivare miele per hobby. Negli anni dell’università, mentre studiava Agraria ad Ancona, è riuscito a mettere su i primi mattoni di quella che sarebbe diventata un’impresa. “All’inizio, con un prestito di mio padre, ho aperto un piccolo laboratorio di 30 metri quadri – spiega –  Oggi le cose vanno bene, ma ci sono riuscito perché ho avuto la costanza di costruire l’azienda nel tempo. In Italia si producono 20.000 tonnellate di miele e se ne consuma il doppio. E poi produco orzo per birra artigianale. I miei genitori mi sognavano in ufficio, con giacca e cravatta. Ora si sono arresi all’idea”. La crisi comunque ha fatto la sua parte. Quello che doveva rimanere un hobby ha finito per assorbire tutta la vita di Giorgio. “Oggi molti agronomi sono disoccupati, io invece sono autonomo e lavoro. Ho avuto pazienza, molti miei coetanei non hanno questa costanza”.

C’è chi poi è stato letteralmente travolto dalla crisi economica e ha trovato nella terra l’unico modo per reinventarsi. Caroline e Massimo Palmieri , quarantenni, sono rimasti disoccupati qualche anno fa. In un’età in cui il mondo del lavoro non offre molto a chi lo perde. Hanno scelto la campagna come unica via d’uscita. “Io lavoravo a Milano per Viaggi del Ventaglio e mia moglie per la Fila nel marketing. Due pezzi di economia italiana che sono scomparsi – dice Massimo – Nel 2008 abbiamo preso le liquidazioni e ci siamo trasferiti tra Iesi e Senigallia con i nostri due figli. Produciamo vino. È stata dura all’inizio, ma ora siamo finalmente in pareggio”.

Da Nord a Sud tornano a vivere terreni e piccole aziende agricole. “Sono farmacista e ho lavorato nel settore, anche nelle aziende farmaceutiche per una decina d’anni – racconta Nunzia Tinelli, 30 anni – in città come Ancona e Bologna. Ma non ero contenta. Sono tornata in Puglia e ho ridato vita a una vecchia masseria di famiglia. Ora produco olio. E per passione ho anche un piccolo saponificio”. Pentita? “Rifarei le stesse scelte. La chimica che ho studiato mi aiuta e in futuro vorrei coltivare piante officinali”.

Fra un lavoro precario sotto pagato e la possibilità di dare vita a una piccola impresa agricola, molti non hanno dubbi e puntano sulla terra  Saverio Denti, 28 anni, e sua sorella Valentina, 32. Producono piante per liquori a Roncadella, in provincia di Reggio Emilia. Lui ha la laurea triennale in Farmaceutica, lei sta finendo l’università. “A due anni dalla laurea, guardandomi intorno, trovavo poco – racconta Saverio –  A quel punto ho pensato di prendere in mano un vecchio terreno di famiglia. Ora produciamo piante per fare liquori  e recuperiamo l’assenzio”. Melissa, lavanda,  rosmarino e ortica sono invece le erbe che coltiva Paola Solce, 51 anni, insieme ai suoi soci trentenni in Val Chiusella, in provincia di Ivrea. “Avevo un’agenzia di pubblicità e di moda a Torino – racconta –  Facevo casting, ma solo ora in campagna sento di aver raggiunto il mio obiettivo, realizzare la bellezza. Ho matrici contadine e solo dopo anni di lavoro in città sono tornata alla terra”.

Spesso più colti e preparati di chi li ha preceduti, molti giovani contadini hanno una laurea o un titolo di studio in tasca e usano moltissimo Internet. Francesca Barbato, 29 anni, ha un vasto terreno a Roccamena, nel palermitano. Un appezzamento di famiglia è diventato il nucleo della sua impresa. ” Non potrei vivere in ufficio – dice – Anche se sono laureata in Agraria, ho scelto di portare avanti l’attività dei miei nonni. Alla fine mi sono ritrovata in quelle terre che mi hanno sempre tanto affascinato e a cui appartengo. Ritrovo le mie radici e respiro la libertà. Con me c’è anche mia sorella di 23 anni. Studia, ma preferisce decisamente un futuro qui”.

Fonte: www.repubblica.it

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