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Prova Invalsi
Prova Invalsi

Alessia Bruni

Quanto è grave costringere una bambina e un bambino ad affermare che le femmine hanno una posizione gerarchicamente inferiore nella società umana perché questa è la loro natura? Quanto è grave costringerli ad affermare anche che la natura richiede che il capo gruppo sia un maschio, che i maschi devono lottare per il potere e che le femmine ne sono estranee? Quanto è grave se questo avviene a scuola? Quanto è grave se avviene nel contesto di un esame ministeriale? Quanto è grave trasformare le educatrici e gli educatori in complici loro malgrado? Non sono domande retoriche.

Quanto descritto è successo a tutte le bambine e bambini italiani delle classi V elementare, durante l’esame ministeriale INVaLSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione). Questo l’inizio del testo di esame intitolato «Nella casa di cera», (testo tratto e adattato da Alessandro Minelli, I segreti degli animali, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985): «Presso i mammiferi (società umane comprese) le comunità organizzate hanno quasi sempre una struttura patriarcale: a capo del branco o della tribù vi è un vecchio maschio, robusto ed esperto, al quale i sudditi, almeno per un certo tempo, accordano fiducia e rispetto. Le femmine, che pur godono di molte libertà e sono per lo più estranee alle lotte per il potere in cui indulgono i maschi, hanno in genere posizione più subordinata, o sono del tutto fuori da una gerarchia».

Il testo prosegue con pregiudizi occultati da un approccio pseudo-scientifico, e si sposta sulle api, animali presi come esempio di organizzazione sociale fin da Virgilio, con la differenza che allora l’ape regina era un re maschio. La società degli animali sarebbe gerarchica, classista. Il ruolo riproduttivo è affidato alla femmina,

che in quanto madre diventa regina. La riproduzione avverrebbe dopo il volo nuziale; non vorrete mica che in natura ci siano dei figli concepiti fuori dal matrimonio! Il mondo animale esalterebbe il lavoro operaio e la difesa armata dal diverso visto come aggressore. Pregiudizi e stereotipi che purtroppo ci risultano familiari perché ne siamo bombardati fin da bambini. Questa familiarità rischia di farci sottovalutare la gravità delle affermazioni. Ecco il testo: «Non appena curiosiamo nel mondo degli insetti, invece, ci imbattiamo in società rigorosamente matriarcali: i maschi, presso le api o le formiche, non è che contino poco: non ci sono affatto, in seno alla comunità, se non nel breve tempo della stagione degli amori. Per il resto dell’anno se la vedranno fra loro le femmine della specie, alate o no; con il volo nuziale, la breve esistenza dei maschi è già finita».

Dopo la lettura del testo, si richiede ai bambini e alle bambine di rispondere a domande di comprensione. Il testo è presentato come scientifico e quindi le risposte assumono una validità universale. Per rispondere correttamente, le bambine e i bambini devono affermare che, tra i mammiferi, società umane comprese: 1)

Le femmine hanno una posizione inferiore; 2) Il capo del gruppo è un maschio; 3) I maschi lottano per il potere.

Un esame è un momento educativo particolare per i bambini, accompagnato da emozioni e una tensione forte per non sbagliare. L’educazione alla discriminazione sessista in un esame ministeriale è quindi gravissima. L’iniziativa pagata con i soldi pubblici ha fatto degli/delle insegnanti, obbligati a somministrare un esame scritto da terzi senza la loro partecipazione, dei complici, ha fatto della scienza, nata per affermare la realtà contro il pregiudizio, nata dalla ribellione al principio di autorità, uno strumento per incitare al pregiudizio e per affermare la superiorità.

Nei giorni scorsi i giornali italiani hanno riportato la notizia di una scuola di New York, finita sotto i riflettori della stampa, del sindaco e del FBI per un compito di matematica a connotati razzisti, con conteggi di schiavi rivoltosi morti e frustati. Invano troverete sulla stampa italiana la minima eco di indignazione al testo sessista dell’INValSI. E forse, leggendo i testi e i quesiti li troverete tanto familiari da non vederne più gli stereotipi, la pochezza, la visione da bambini deficienti e pedissequi, in cui la fantasia, la creatività, il giudizio critico sono azzerati. Da non vedere più la violenza di concetti per cui le femmine hanno una posizione sociale inferiore, per natura.

L’ INValSI, Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione (ora Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) è un ente di ricerca pubblico soggetto alla vigilanza del Ministero della Pubblica Istruzione. Per il Ministero, gestisce il sistema nazionale di valutazione volta a verificare i livelli generali e specifici di apprendimento conseguiti dagli studenti nell’esame di Stato, ma anche della valutazione dei dirigenti scolastici.

L’educazione alla discriminazione è un crimine. La dichiarazione universale dei diritti umani afferma che “Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”. La nostra costituzione prevede uguaglianza di condizioni per bambini e bambine. Come possiamo garantire uguaglianza di condizioni con tali educatori?

Ritenere il test un caso isolato sarebbe un errore. Sarebbe non vedere che se questo è stato possibile, se l’educazione alla discriminazione è possibile e passa sotto silenzio, questo sistema di valutazione è profondamente sbagliato. Sicuramente manca l’attenzione a una educazione che superi la discriminazione.

Sicuramente occorre riportare nella scuola una informazione scientifica di buona qualità. 

Alessia Bruni è fisica, ricercatrice dell’INFN. Lavora presso il CERN di Ginevra.

Questo articolo è stato pubblicato con lo stesso titolo sul numero di aprile 2013 di Sapere. 

Fonte: www.galileo.it

 

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