Home»Nonviolenza»Educazione»“Spazi di lavoro con zone bimbi”, ecco il coworking (per le mamme)
Coworking per mamme con bambini al seguito
Coworking per mamme con bambini al seguito

Giuliana De Vivo

Lontano dall’ufficio non vuol dire per forza lontano dal lavoro. Ne è convinta Federica Ortalli, presidente di Assonidi e membro della Camera di Commercio di Milano. Dal palco della Giornata di mobilitazione nazionale di Rete Imprese ha sollevato la questione della scelta di fronte alla quale si trovano le donne che lavorano e decidono di avere figli.

L’alternativa sembra una sola: dopo i cinque mesi di maternità obbligatoria o si rientra in ufficio, lasciando il bimbo al nido, o si opta per altri sei mesi di astensione facoltativa, restando per più tempo ad occuparsi del piccolo, ma anche più a lungo lontani dall’impiego. Eppure una terza via, sostiene Ortalli, esisterebbe: spazi di coworking attrezzati con “zone bimbi” (dalla nursery all’area per i giochi) per consentire alla neomamma di «stare con il bambino, mangiare con lui senza dover correre da una parte all’altra della città, e al contempo non mollare l’attività professionale».

Una piccola rivoluzione, in grado di arginare due problemi. Il primo: gli asili nido, che sono pochi e costosi «per il rapporto numerico prestabilito tra i bambini e il personale adulto che se ne occupa, e per gli stringenti standard di struttura dei locali, orari, qualità degli alimenti».

Misure necessarie che implicano costi di personale e di locazione. Meno dispendiosi sono i centri di prima infanzia, ma lì si può lasciare il bambino solo quattro ore, ad esempio dalle 8 del mattino a mezzogiorno. In uno spazio di coworking adattato per i più piccoli, invece, i prezzi sarebbero contenuti perché il bimbo starebbe con la mamma «senza bisogno di personale esterno». «In Italia c’è la fissa del cartellino, si considera la presenza fisica sinonimo di qualità, invece sarebbe meglio guardare al risultato», continua la presidente di Assonidi.

Anche il mix tra vita privata e professionale ne trarrebbe giovamento. Un nodo centrale, secondo la presidente di Assonidi. Che, forte della sua esperienza anche di mamma imprenditrice, spiega: «I bambini sanno adattarsi e stare bene meglio dei loro genitori che invece sono stressati, corrono contro il tempo, quasi sempre senza la rete sociale delle famiglie che abitano altrove. Ancora oggi, poi, ci sono tanti “genitori per caso”: coppie che hanno un figlio senza averlo programmato né a livello economico né emotivo. Quando non si è pronti e manca un supporto i bambini ne pagano le conseguenze».

Ecco perché il “coworking-asilo” sarebbe un valido strumento. Il problema è che la realizzazione di strutture di questo tipo è «frenata dalla burocrazia». La forma ideale con cui realizzarle, secondo Ortalli, «sarebbe l’impresa sociale: oggi ci sono dei bandi ma sono quasi sempre pensati per startup under 35. E la social responsibility delle aziende è scarsa: basterebbe, ad esempio, fornire dei voucher alla mamma lavoratrice possa pagare le ore o i giorni di ingresso nella struttura di coworking con il figlio.

Di spazi, ad esempio in una città come Milano, «ce ne sono tanti, inutilizzati, di proprietà di Comune, Provincia e Regione». Ma il punto chiave, conclude, sta in un cambio di mentalità: «Invece di flessibilizzare i servizi per andare incontro al lavoro dell’adulto, flessibilizziamo gli orari di lavoro per andare incontro alle esigenze del bambino».

Fonte: www.corriere.it

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