Home»Città possibile»Uribu: piattaforma per denunciare disservizi

Silvio Gulizia

Andrea Stroppa è uno studente diciottenne di un istituto tecnico informatico di Frascati. È anche la persona che ha fondato Uribu, la startup premiata dai partecipanti allo scorso TechCrunch Italy e il cui obiettivo è affermarsi come piattaforma per denunce sociali. Il progetto è nato alla fine del 2011 e si è sviluppato in rete aggregando persone differenti dal febbraio di quest’anno. Del team oggi fanno parte altre sette persone fra cui il co-founder Carlo de Micheli e Claudia Vago, la @tigella di Twitter che ne ne cura la comunicazione. Attualmente Uribu ha circa seimila persone iscritte e poco meno di duecento utenti attivi ogni giorno. In occasione di TechCrunch ha lanciato la beta della propria applicazione per Android. 

Qual è il progetto di Uribu?

“Il nostro obiettivo è promuovere la trasparenza tra cittadino, governo, istituzioni e grandi aziende in caso di disservizi. Vogliamo offrire ai cittadini un collegamento diretto con chi spesso sembra irraggiungibile”. 

Quindi anche istituzioni e aziende possono avere il proprio account?

“Certo, è quello che auspichiamo. I primi ad aprirlo saranno un comune della provincia di Roma di circa 50mila abitanti e poi un capoluogo di regione del Sud. Ancora non posso fare i nomi, ma ci hanno contattato dopo TechCrunch”. 

Che differenza c’è fra voi e Decoro urbano?

“Loro moderano le segnalazioni, cosa che noi non facciamo, e si avvalgono il diritto di non pubblicarle. Noi invece puntiamo sulla moderazione degli utenti e interveniamo solo in casi estremamente particolari. Fin ora non ce n’è stato bisogno. Inoltre le categorie di Uribu sono state studiate in modo accurato, mentre quelle di Decoro Urbano solo limitate appunto al solo decoro urbano”. 

Chi sono i vostri competitor?

“In termini di trasparenza, condivisione e target abbiamo creato un modello nuovo, meno macchinoso, più user friendly e alla ricerca di trasparenza. In questo senso non abbiamo rivali diretti”. 

Siete in cerca di finanziamento?

“Al momento non ci stiamo preoccupando di questo perché dobbiamo prima verificare il progetto e capire se l’Italia è pronta per una cosa del genere. In apparenza parrebbe di sì, a giudicare dalle risposte che abbiamo ottenuto, ma abbiamo appena rilasciato l’applicazione e quindi ora contiamo di avere più dati su cui lavorare. Per far decollare Uribu in Italia avremmo bisogno di un centinaio di migliaia di euro, ma non abbiamo ancora iniziato a cercare fondi perché siamo all’inizio e stiamo ancora verificando le metriche”. 

Come pensate di scalare il modello?

“Dopo TechCrunch siamo stati contattati da una fondazione fra le più importante del settore dell’open source e di cui avevamo incontrato all’evento di Roma i rappresentanti. Ci hanno chiesto di fare una riunione per capire com’è possibile esportare il nostro modello anche all’estero e speriamo di riuscire a farlo con il loro aiuto”. 

Come pensate di generare ricavi?

“Per il momento non siamo focalizzati su questo. Abbiamo già ricevuto un paio di richieste di vendita del progetto o di acquisizione, ma abbiamo preferito proseguire da soli per vedere che cosa riusciamo a fare”. 

Avete studiato dei modelli di business?

“Certo, abbiamo pensato di vendere personalizzazioni alle grandi aziende e alla pubblica amministrazione e in questo senso stiamo cercando di capire se possiamo trarre vantaggio dalle agevolazioni del decreto sull’agenda digitale come startup sociale. Inoltre stiamo cercando di capire se è possibile analizzare il sentiment dei dati che riceviamo per vendere alle aziende report statistici su come i cittadini percepisco i loro servizi e quali sono i punti deboli di questi”.

Fonte: www.wired.it

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