Home»Ecologia»Un occhio sul ciclone

Maurizio Ricci

Maledetto 2013. Se non vi siete ancora rimessi dall’estate rovente appena finita, preparatevi: l’anno prossimo sarà peggio. Il clima è imprevedibile, ma, se non ci si mette di mezzo qualche vulcano a oscurare il cielo e schermare la terra, gli esperti sono pronti a scommettere che il 2013 sarà un anno da record, in cima a un decennio che, in termini di clima, ha già inanellato un record negativo dopo l’altro. Il brutto è che, in materia, sono d’accordo sia gli scienziati che conducono la crociata contro l’effetto serra e le emissioni di anidride carbonica della nostra società, sia quelli che negano il riscaldamento globale o, almeno, lo riducono a cause perfettamente naturali. Perché nel maledetto 2013, i due motori del cambiamento climatico – quello umano e quello naturale – coincidono. Peggio, si sommano. Nessuno crede, infatti, che le emissioni di anidride carbonica che produciamo, possano, l’anno prossimo, smettere di aumentare e, d’altra parte, poco o nulla si sta facendo per ottenere questo risultato. Contemporaneamente, però, il grande termosifone del mondo, cioè il sole, dopo avere toccato il minimo di attività negli ultimi anni, scalderà sempre di più. In aggiunta, ci sono i due ragazzini terribili. Il 2012 è stato un anno sofferto, eppure era un anno della Niña, la bambina, cioè un anno in cui, nelle grandi distese del Pacifico, le acque di superficie erano fredde. Sta iniziando l’anno del Niño, il bambino, in cui in superficie, al contrario, si installano acque calde. Di solito, il Niño significa tempo pesante.

A cominciare dagli uragani. Oceani più caldi vogliono dire un volano più potente per alimentare cicloni, uragani e tifoni. Il Niño sta iniziando ora e la stagione degli uragani, nell’Atlantico settentrionale, è ancora in corso, ma, probabilmente, gli effetti si vedranno l’anno prossimo. O, magari, anche più avanti: troppi fattori in gioco per fare una previsione. Quello che i climatologi sanno, però, è che, per le grandi tempeste, il XXI secolo è un’era nuova. La buona notizia è che ci aspettano meno tifoni. Fra il 10 e il 30 per cento in meno dei decenni passati. Quella cattiva è che saranno sempre meno roba da notiziario locale e sempre più materia da prima pagina e da attesa angosciata da parte di milioni di persone. Gli uragani saranno, infatti, meno frequenti ma, mediamente, più potenti. Più esattamente, il numero degli uragani più forti è destinato, grosso modo, a raddoppiare. E, per una fetta importante di mondo, la cattiva notizia ha un corollario significativo: la rotta dei cicloni tropicali si sposterà, probabilmente, un po’ più a Nord. Ne abbiamo avuto un assaggio con lo sbarco di Irene a New York.

È uno degli effetti di un pianeta più caldo. Sulle cause di questo riscaldamento qualcuno discute ancora, ma, sui risultati non c’è discussione. Il meccanismo è relativamente semplice. Più calore vuol dire più evaporazione. L’umidità sottratta rende più aridi i suoli e più facili le grandi siccità. Allo stesso tempo, quella umidità non resta ferma, quel vapore acqueo si sposta con il vento e, quando trova condizioni favorevoli, determina, altrove, più pioggia. Le quantità sono considerevoli: un grado in più di calore determina un 7 per cento in più di vapore acqueo nell’aria. Quella stessa umidità, per tornare agli uragani, è il serbatoio di energia delle tempeste. Dentro questo schema, quella del 2012, dice un climatologo tedesco, Stefan Rahmstorff, è stata «un’estate normale nell’era dell’effetto serra». Dove è il contenuto di questa normalità che impressiona. Da maggio ad agosto si sono registrate temperature fra le più alte dal 1880. Per la precisione, assicura la Noaa, l’ente Usa che studia il clima, abbiamo attraversato il trentaseiesimo agosto consecutivo e il trecentotrentesimo mese di seguito (cioè 27 anni e mezzo) con temperature più alte della media del secolo scorso. Per gli Stati Uniti è stato un record assoluto. Per l’Europa, con il 2003, l’estate più calda degli ultimi 500 anni: per capirci, dall’anno in cui moriva Amerigo Vespucci e i Medici rientravano a Firenze, dopo le penitenze del Savonarola. Usa, Europa orientale, India sono state devastate dalla siccità. La distesa di ghiaccio dell’Artico non si era mai ridotta tanto e qualche esperto prevede che, nel giro di quattro anni, al Polo Nord si andrà in barchetta. Più o meno alla stessa data, l’Everest non sarà più scalabile, perché il ghiaccio non sarà abbastanza solido.     

Intanto, questa estate i ghiacciai della Groenlandia si sono sciolti in una misura mai registrata, da quando i satelliti li osservano. A scorrere le agende dei meteorologi, tutti gli ultimi dieci anni, del resto, sono un susseguirsi di record, spesso contrastanti: nel 2010, la grande siccità in Russia e, contemporaneamente, le grandi inondazioni in Pakistan. In Inghilterra, l’autunno, nel 2000, e la primavera, nel 2007, non erano stati così piovosi dal 1766. Nel 2009 c’è stato il record assoluto di pioggia per i sudditi di Elisabetta: 30 centimetri d’acqua in 24 ore.

L’era nuova ha già un nome ufficiale: l’età degli estremi. Cioè un mondo in cui, rispetto ad un più mite ventesimo secolo, i record nei fenomeni climatici e meteorologici vengono sistematicamente battuti, quasi anno dopo anno, si tratti di siccità, piogge, inondazioni, uragani, ondate di calore. Uno dei climatologi più noti, James Hansen, della Nasa, ha calcolato che, fra il 1951 e il 1980, il supercaldo avvolgeva non più dello 0,1-0,2 per cento del pianeta. Nei trent’anni successivi, le temperature record si sono allargate al 10 per cento della superficie terrestre. In Europa abbiamo assaggiato sempre più spesso quella micidiale combinazione di temperature roventi e umidità altissima, che va sotto il nome di ondata di calore. Fra il 1880, quando sono iniziate le misurazioni, e il 2005, queste ondate sono diventate due volte più lunghe e tre volte più frequenti. Cioè, un’ondata di calore che, prima, in Europa, durava una settimana, adesso ne dura due e, se prima ce n’era una in tutta una estate, adesso ce ne sono tre. Fatti i conti, su 90 giorni di estate, vuol dire passarne la metà, già in questi anni, con il condizionatore a palla.

È colpa, in gran parte, nostra, naturalmente e i dubbi, in proposito, sono sempre di meno. Tre ricercatori italiani – Antonello Pasini, Umberto Triacca, Alessandro Attanasio – hanno appena pubblicato uno studio in cui dimostrano che il caldo attuale non è colpa del sole. O, meglio, il sole resta, ovviamente, la maggior fonte di calore della terra, ma le sue variazioni incidono poco o nulla sui cambiamenti di temperatura che abbiamo registrato. C’è una conferma empirica: il 2010, l’anno record per la temperatura media del globo, coincide con il punto più basso dell’attività solare dal 1970, cioè da quando sono iniziate le osservazioni via satellite.

La conclusione è che il riscaldamento attuale è, soprattutto, responsabilità dell’uomo. E potrebbe essere anche troppo tardi per fare ammenda. Sommersa dalla crisi economica, la crisi climatica è uscita dal radar, ma le temperature continuano a crescere. Secondo gli scienziati, se l’aumento, rispetto all’era preindustriale, supererà i 2 gradi, le conseguenze potrebbero essere drammatiche. Siamo già a 0,8, ce la faremo a fermarci? Non ci scommetterei il condizionatore. Secondo il rispettato Met Office inglese, il tempo è quasi scaduto. Di fatto, con le emissioni di Co2 già avvenute abbiamo incorporato, per i prossimi anni, quell’aumento di 2 gradi. A scanso di equivoci, i climatologi britannici chiariscono cosa vuol dire: comunque vada, nei prossimi decenni la temperatura media del globo crescerà di quei due gradi. Per evitare che cresca di più, innescando una vera e propria catastrofe climatica, occorre fare molto di più che rimboccarsi le maniche. Bisognerebbe bloccare subito l’aumento delle emissioni e farle scendere al ritmo del 3,5 per cento l’anno. Neanche gli ottimisti più sfegatati ci credono: finora, nessun Paese è stato capace di ridurre le emissioni oltre l’1-2 per cento l’anno, in modo continuativo. L’alternativa, però, è un mondo, letteralmente, con il mare alla gola, sempre più assetato o fradicio di pioggia, sconquassato dagli uragani.

Fonte: www.repubblica.it

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