Home»Articoli»I blog vanno pagati?

Rocco Rossitto

“I blog non sono un prodotto giornalistico. Sono commenti, opinioni su fatti in genere noti: è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati“. Non si placa la polemica dopo le affermazioni della Annunziata e con le sue parole Silvia Alparone ha aperto il panel della Social Media Week dal titolo Come cambiano le dinamiche dell’informazione.  

“Secondo me – risponde Stefano Maruzzi ex country manager di Google Italia – posizionare ad un secondo livello i blogger è una posizione che un po’ scricchiola. Anche negli Stati Uniti c’è stato questo dibattito, ma per me il punto di vista è diverso: quando qualsiasi soggetto riesce a crearsi un audience ha già realizzato la mission di una media company”. 

Per Nicola Bruno, giornalista, la situazione “va ribaltata: qual è il ruolo del giornalista in una realtà così impregnata di blogger-giornalisti? Il problema è che in Italia le opinioni e i fatti sono spesso mescolate, mentre in America la distinzione è netta. Alla Annunziata chiederei poi perché un opinionista sulla carta stampata debba essere pagato e un blogger opinionista sul Web no”. 

Marco Ferrando de Il Sole24ore aggiunge un altro tassello alla risposta: “Come mai ci si vanta di avere 190 blogger e poi si dichiara che però non li si paga? E sono tutti veramente blogger o sono solo opinionisti? Per me i blogger che faranno informazione e che non cercano solo visibilità dall’Huffintong andrebbero pagati”.  

Archiviata la polemica il dibattito si concerta sul ruolo che hanno oggi i social media nella produzione e diffusione di informazione e su come vengono utilizzati in Italia e all’estero. 

Se tutti i relatori si dichiarano concordi nel ritenere mortificante l’utilizzo dei social media e nello specifico di Twitter solo come megafono per le news prodotte nelle piattaforme digitali dei giornali, Nicola Bruno ricorda come l’agenzia di stampa “Associated Press ha una policy per non fare breaking news su Twitter prima del lancio di agenzia”. Se per Bruno questa scelta può essere capita  al contempo cita due esempi di utilizzo di Twitter come strumento per fare informazione: l’inchiesta di Paul Lewis del Guardian in occasione degli scontri di Londra o la content curation dell’americano Andy Carvin durante la primavera araba. 

E in Italia? Ferrando rilancia: “la verità è che né gli editori né i giornalisti hanno ben chiaro come utilizzare i social media in un ottica di impresa. Forse gli addetti ai lavori, ma non certo gli editori. Il rischio è spesso l’autoreferenzialità dei giornalisti sui canali social, quasi a giustificare il loro ruolo da giornalista”.

E il futuro dell’informazione in che direzione va?

Maruzzi cita esempi di città americane come New Orleans che non hanno più dei quotidiani cartacei, o altre come Seattle dove alcune testate hanno chiuso. Lo scenario è quello e aggiunge “esistono realtà editoriali che sono riusciti a fare numeri sul digitale, ma le revenue provienti dal Web non possono e non potranno mai sostenere i costi della produzione del cartaceo, per cui bisognerà ripensare il modello. Inoltre non credo ci sarà possibilità per delle media company extra large, immagino molte realtà small. Sulla stessa linea d’onda Nicola Bruno che oltre a concordare sulla necessità di non essere grandi sottolinea come sia molto importante specializzarsi e puntare su nicchie. Tutte ipotesi, queste, che già trovano dei riscontri soprattutto all’estero. Conclude Ferrando: “O aspettiamo editori illuminati, e credo ce ne sia da aspettare, o sarà la crisi a creare il cambiamento”.

Fonte: www.wired.it

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