Home»Città possibile»La storia dell’Ilva è la storia di questo Paese

Marco Boschini

Dietro alla questione dell’ILVA, tra le più grandi acciaierie attive in Europa, si consuma il dramma di una società che non ha cura del proprio futuro, che non sa mettersi in gioco con le armi della fantasia e della concretezza insieme.

La disputa, con un dibattito fermo a trent’anni e oltre fa, è tra lavoro e salute, occupazione o morte… Come se nel frattempo, nel mondo, non fosse accaduto nulla. Come se dalla sua fondazione, era il lontano 1905, non ci fosse stato di mezzo un secolo intero in cui le cose, e il mondo, sono nel frattempo profondamente cambiati.

Si dice che non è compito della magistratura chiudere una fabbrica e fermare la produzione. Posto che sarà la Consulta a pronunciarsi visto il probabile ricorso promosso addirittura dal Governo, quasi che l’ILVA fosse ancora un’impresa pubblica, la questione è un’altra: dov’è stata la politica in tutti questi anni in cui, a scadenze irregolari ma costanti, è emerso spesso grazie alle denunce di associazioni e comitati locali, la questione gigantesca dell’inquinamento e della messa a rischio della salute dei cittadini?

Quanti permessi di costruire sono stati rilasciati dal Comune per consentire la realizzazione di case e appartamenti nel quartiere Tamburi, pur sapendo che non solo non si doveva più costruire ma anche spostare le famiglie che vivevano in quella zona?

Cosa hanno fatto e chiesto i sindacati per tutelare il lavoro dei propri iscritti, secondo il sacrosanto diritto a lavorare in sicurezza senza mettere in alcun modo a repentaglio la propria salute?

Perché le varie USL, Arpa e compagnia cantante non si sono accorte di quanto stava accadendo?

Per quale motivo, la politica locale e nazionale, nei decenni che precedono questo dramma, non ha saputo o voluto avviare o pretendere una lenta ma radicale trasformazione della lavorazione negli stabilimenti, una bonifica certa, un investimento (non solo economico) finalizzato a tutelare il lavoro ma anche il presente e il futuro della comunità?

E’ troppo facile, oggi, puntare il dito contro il GIP di turno, troppo semplice e intollerabile metterla sul piano del “si rischia di lasciare a casa 15.000 persone…”.

E, soprattutto, è giunto il momento di cambiare strumenti, paradigma, per affrontare la crisi dell’Ilva che è, in fondo, la crisi di questo modello folle di sviluppo. Serve una politica seria, degna del ruolo e delle responsabilità che è chiamata ad assumere in questo momento. Servono istituzioni, di ogni ordine e grado, capaci di scaraventare il tavolo del prendere o lasciare (morte o lavoro, appunto) ed iniziare subito un’altra strada, un’altra storia.

Che consenta a quei lavoratori di non essere lasciati a casa, valorizzando invece la loro storia e la loro conoscenza del cantiere per un’immensa e necessaria bonifica dell’area, e riconversione della produzione.

Si investa nel futuro: basta ricatti e miopie tipiche di sanguisughe in cerca di consenso facile, immediato, utile a strillare tutto, purché nulla cambi nella sostanza.

La storia dell’Ilva riassume bene le contraddizioni, lentezze, scandali, follie, insite nel nostro malandato Paese. Di tanto in tanto è capitato, nella nostra storia, di avere slanci e capacità inattesi, che hanno permesso di risollevarsi da situazioni apparentemente incontrovertibili.

Sta a tutti noi fare dell’Ilva un nuovo capitolo a lieto fine.

Fonte: www.marcoboschini.it

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