Home»Tecno»Il virus informatico perduto e l’aiuto venuto dai russi

Guido Olimpio

L’ufficiale lavora ad uno degli snodi strategici della Nato. Gli passano sotto gli occhi molti rapporti dove sono segnalati episodi degni di nota. Compresi i grandi colpi delle gang informatiche. Quelle che usano i computer per rubare di tutto. Segreti. Denaro. Identità. «Spesso la pista ci porta a est, nel Caucaso», dice con l’esperienza di molte indagini. Ed è forse da queste parti che si nasconde una delle menti di un piano sofisticato. Un’operazione che per ora è stata sventata ma che potrebbe essere ritentata. Con criminali – probabilmente russi – decisi a sfruttare virus ideati per neutralizzare i computer iraniani e scappati al controllo. Contro di loro si sono mossi gli 007 ma anche speciali team mobilitati dai russi «buoni». Come il «Great», una squadra di hacker ingaggiata da . Diplomato all’accademia di criptologia del Kgb, direttore dell’omonimo laboratorio, grande passione per il vulcani della Kamchatka, un debole per il Chivas, è un cacciatore di «mostri elettronici». Ne segue le tracce, poi prova a stopparli con software di sicurezza che piazza in tutto il mondo. Ha amici e nemici, sostengono che sia troppo vicino ai servizi del suo Paese. Mosca vuole dare una mano a Teheran – attaccata più volte dai «bachi» – ma al tempo stesso cerca di chiudere i buchi attraverso i quali sono pronti ad infilarsi i gangster. Con stangate su scala internazionale che fruttano solo in Russia più di 4 miliardi di dollari. Ed è lo scenario di questa storia, la cui prima pietra è stata posata un po’ di tempo fa.

Siamo nel 2009. È in quell’anno che la Casa Bianca rilancia un progetto ideato da George Bush. Lo hanno battezzato «Olympic Games». Prevede di sabotare gli impianti nucleari iraniani introducendo un virus. Un «vermetto» che va in cerca di una scatoletta, la Plc. Sigla che indica il sistema di controllo delle centrifughe necessarie all’arricchimento dell’uranio. Piano scaltro che – secondo fonti diverse – trova però uno sbocco solo dopo l’intervento degli israeliani dell’Unità 8200. Sarebbero loro a creare la prima «bestia», lo Stuxnet. Lo testano con gli americani su vecchie centrifughe ottenute dalla Libia, poi lo liberano. E il virus infetta gli impianti di Natanz. Solo che non si ferma e si diffonde pericolosamente. Quando gli Usa se ne accorgono – estate 2010 – alla Casa Bianca non la prendono troppo bene. Barack Obama convoca i capi dell’intelligence e chiede: «Dobbiamo fermarci?». No, nessuno si ferma. Perché il virus – che intanto è stato scoperto – ha dei nuovi concorrenti. Se non possiamo bombardare l’Iran – è la scelta – allora colpiamol con la guerra segreta via computer. E gli effetti si vedono. Dopo Stuxnet, nel 2011 arriva «Duqu». Nel maggio di quest’anno è «Flame» a contagiare. E a giugno «Mahdi». Come gli iraniani trovano la medicina, gli avversari escogitano un altro malanno. Quasi sempre attribuito al Mossad e all’Unità 8200. Ma non manca chi tira in ballo i cinesi in un complesso gioco mirato a frenare gli ayatollah.

Alcuni dei «bachi» distruggono, mentre le versioni più aggiornate copiano, spiano, osservano. Da Teheran denunciano l’attacco contestualmente alla «parata». Poi, finalmente, ammettono qualche guaio. Cercano aiuti. I virus non sono soltanto un’arma ma rappresentano un affare. Per chi li maneggia e per chi li neutralizza. Ed ecco che spunta il crimine organizzato. Si è detto che alcuni regimi – Iran, Siria – si siano rivolti ad hacker «neri» dell’Est, persone legate alle famiglie mafiose, per attaccare siti degli oppositori. Un rapporto poi cresciuto in parallelo all’infezione generata dalla guerra cibernetica. Si creano sistemi che fanno gola a certi padrini, tra i più veloci a intuire che si sono aperte praterie immense dove depredare. E persone che seguono questo mondo raccontano delle contromosse per impedirlo. Con i russi che tirano fuori tutta la loro esperienza. Insieme agli israeliani e ai cinesi sono stati tra i primi a menare colpi via computer. Contro l’Estonia nel 2007 e l’anno dopo ai danni della Georgia durante il breve conflitto per l’Ossezia. Non sarebbe strano se la storia si fosse ripetuta. Con qualche hacker che – con divisa o meno – dopo aver compiuto incursioni contro gli avversari di Mosca, si sia messo in proprio. Magari al servizio del crimine. E adesso devono fermarlo.

Fonte: www.corriere.it

 

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