Home»Ecologia»Raccontare il bene, con parole semplici

Susanna Tamaro 

In un pomeriggio di calura estiva, rovistando nel disordine delle mie librerie, ho ritrovato un libretto a me molto caro. Risale al 1973 e raccoglie otto conferenze di Konrad Lorenz incentrate sui peccati capitali della nostra società. Ho sempre considerato Lorenz uno dei miei grandi maestri, senza la ricchezza della sua opera la mia visione del mondo probabilmente sarebbe molto più povera. La mia formazione, infatti, è da naturalista e con lo sguardo da naturalista ho sempre osservato la realtà che mi circonda. Con lo stesso sguardo umile e appassionato provo a fare delle riflessioni sulla crisi che ha investito il mondo occidentale e che ora, a quattro anni dal suo inizio, sembra essere arrivata al culmine.

Lo spirito generale che si respira in Europa è simile a quello di Lucignolo e Pinocchio che, dopo aver gozzovigliato nel Paese dei Balocchi, scoprono l’amara realtà del mondo di Mangiafuoco. Se mi guardo in giro, infatti, mi sembra che molti padiglioni auricolari si stiano allungando e coprendo di una morbida peluria grigia: appartengono a tutti coloro che, in questi anni, avrebbero dovuto vigilare sul bene comune e immaginare un progresso in cui l’umano, nella sua accezione più alta, ne costituisse il fulcro e invece non l’hanno fatto. Orecchie pelosi e nasi lunghi! Come sarebbe bello se accadesse davvero, se si potessero individuare tutte quelle persone che hanno perpetrato allegramente il Grande Inganno; coloro, cioè, che, con certosina precisione, hanno ridotto la complessità della natura umana a un’unica dimensione, quella del consumo edonista e della sua inestinguibile sete. Si è trattato di un processo lungo, abile e ambizioso il cui risultato è sotto gli occhi di tutti. Le società dei paesi occidentali non sembrano ormai molto diverse da quelle dei lemming, quei piccoli mammiferi nordici che, senza una ragione apparente, si suicidano in massa lanciandosi in mare dalle scogliere.

Proprio per tentare di scongiurare la catastrofe finale c’è bisogno adesso di parole semplici, di parole vere, di uno sguardo capace di fare una diagnosi e di saper proporre una cura. Allora, per prima cosa, è necessario dire che la grande vittima di questi ultimi quarant’anni di progresso economico è stato il buonsenso. Che cos’è infatti il buonsenso? Cito dal vocabolario: L’equilibrio di giudizio e di comportamento. Capacità di giudicare, soprattutto tenendo presente le necessità pratiche. Sinonimi: saggezza, assennatezza, giudizio, discernimento: Contrario: scellerataggine e dissennatezza. Il buonsenso è dunque, da sempre, il fondamento della vita umana. Non è innato ma lo si conquista vivendo. I giovani sono per natura dissennati, l’acquisizione del discernimento è proprio un attributo della maturità.

E a cosa serve il buonsenso? A capire ciò che per noi è utile e ciò che non lo è, dove «utile» è sinonimo di «bene». Nella logica naturale dell’essere umano, infatti, è compresa l’idea che crescere e invecchiare consistano proprio nell’acquisire la capacità di distinguere tra bene e male. Diventare saggi – cioè mettere a frutto l’esperienza – è sempre stata la mèta ideale della vita umana. Mèta non sempre raggiunta da tutti ma comunque desiderata e rispettata. Gli anziani nelle varie comunità servivano proprio a questo, ad offrire riflessione e consiglio. Si tratta, però, di una realtà solo apparentemente culturale. Basta leggere un qualsiasi trattato sulle grandi scimmie antropomorfe per rendersi conto che non è una caratteristica unicamente della nostra specie. Le foto di scimpanzé anziani raccolti da Jean Goodal parlano molto di più di dozzine di dotti trattati. E come potrebbe essere altrimenti? Condividiamo il 98% del patrimonio genetico. Così, in qualche modo, si può dire che la rimozione della scimmia, cioè della nostra natura fisica potentemente legata ai processi evolutivi, costituisce uno dei grandi autogol della cultura moderna.

L’uomo contemporaneo, lontano dalla natura, ha incanalato tutte le sue energie unicamente nella sfera mentale, creando un’idea di sé sempre più smaterializzata, e distante dalle basi etologiche della nostra specie. Possiamo aver letto tutti i libri di filosofia di questo mondo ma se qualcuno, in treno, entra nel nostro scompartimento tutti i segnali fisiologici di allarme si attivano ugualmente. Attenzione! Invasione del territorio!

L’uccisione del buonsenso ha trascinato con sé un altro fondamento della vita umana, vale a dire l’idea che ci sia un bene a cui tendere e che questo bene sia patrimonio condiviso di tutti gli uomini. Mai come negli ultimi quarant’anni l’idea del bene è stata ridicolizzata, aggredita, derisa. Gli unici segni della vera intelligenza – ci è stato ripetuto ossessivamente per anni – sono il cinismo, la cattiveria, l’assenza di scrupoli, il disprezzo per l’altro, a cui ci si sente e sempre comunque superiori. Il fine giustifica i mezzi è il vessillo sotto cui si raccolgono folle oceaniche. La ricerca e la pratica del bene sono stati quindi relegati nei limbi confusi della subcultura, considerate pratica per deboli, per persone ingenue, ignoranti, per lo più vittime bigotte del giogo oppressivo del cattolicesimo. Questo ostracismo, così caro alle élites culturali e ai media capaci di suonare soltanto la musica delle tre S – Soldi, Sangue, Sesso – ha corroso come un tarlo la grande cattedrale che ha sostenuto per millenni la nostra civiltà.

Da tanti, da troppi anni mi scaglio – voce che grida nel deserto – contro la nostra società che tratta i bambini come cassonetti della spazzatura. L’idea che l’educazione sia un «andare verso», imparando a superare gli ostacoli, il bene e il bello siano cardini di una crescita degna di questo nome, la necessità di modelli positivi, sono stati spazzati via da uno psicologismo di bassa lega nutrito abbondantemente dallo spettro del trauma e dall’ombra della naturale bontà e innocenza del bambino di rousseauiana memoria. 

A questa deriva di ignavia e fatalismo educativo si aggiunge il grande impatto delle immagini violente e distruttive che, con straordinaria abbondanza, invadono il sistema sensoriale dei bambini fin dalla più tenera età. Dal seggiolone, un bambino di pochi mesi assiste dalla televisione eternamente accesa ad ogni forma di violenza, violenza che si imprime in maniera indissolubile nella sua rete neuronale. Quando poi approderà al mondo dei videogiochi non è improbabile che uno dei suoi primi divertimenti consisterà nello sparare, fare esplodere e squartare. Non ho visto ancora nessuno domandarsi se per caso la grande escalation di omicidi, uxoricidi, matricidi, patricidi e figlicidi tra persone comuni e insospettabili – ma come? era tanto gentile, tanto perbene ripetono sempre in TV i vicini di casa – non sia imputabile a questo imprinting che da quarant’anni va avanti nel silenzio più assordante. Se a dieci anni un bambino ha già assistito a ottomila omicidi è molto probabile che la fisiologia del suo sistema nervoso abbia incorporato l’idea che quella sia una via normale per risolvere un problema. E quando poi il problema si porrà il suo corpo ci metterà davvero poco ad aderire a questo programma perché non conosce – e non gli sono state insegnate – altre vie per affrontare le difficoltà e e le delusioni della vita.

Ma come, adesso che è tutto finito, perché non si rialzano? mi ha chiesto una volta un bambino, passando vicino ad un grave incidente stradale. Già, perché nei videogiochi succede sempre così: i corpi virtuali si ricompongono, sempre pronti a una nuova avventura. Probabilmente è la stessa cosa che si chiedono molti neo assassini di questi tempi.

L’idolatria del mentale e la supremazia della parte culturale ci hanno fatto dimenticare che noi siamo soprattutto fisiologia e che, prima di qualsiasi filosofia o fede, a gestire il nostro sistema di emozioni c’è un comportamento etologico. Così la mia indignazione per i bambini/cassonetto non ha un’origine moralistica o spirituale ma deriva dall’umile osservazione della realtà. La scoperta dei «neuroni a specchio» tra gli anni 80 e 90 del secolo scorso – neuroni esistenti, seppur in modo diverso, nelle grandi scimmie e nell’uomo – ha dato conferma a questa mia intuizione. Il sistema dei neuroni a specchio, infatti, ci rende capaci di comprendere, codificare e decodificare, di osservare i comportamenti e di farli nostri, imitandoli. Se io vedo sgradevolezza, brutalità, cinismo, violenza, crescerò seguendo devotamente questi canoni. E proprio per questa ragione che, per migliaia di anni, le società umane, desiderose di rimanere tali, hanno sempre posto davanti a sé modelli positivi da imitare e seguire.

Perché i neuroni a specchio ci permettono di sviluppare l’empatia, il primo e più importante fondamento del vivere civile. Solo una società totalmente impazzita come la nostra può pensare che i bambini possano venir nutriti con il peggio per poi diventare magicamente dei cittadini onesti, responsabili e maturi. È inutile mentire, procrastinare, perdere tempo continuando ad esaltare modelli che hanno dimostrato la loro cecità evolutiva. Riportare in vita il buon senso, riposizionare al centro del discorso umano l’idea del bene è una priorità urgentissima. Il bene non è uno scarto di lavorazione della vita, ma il fulcro intorno a cui tutto deve ruotare. Il bene non è una mielosità illusoria per esseri pavidi o soggiogati ma una conquista per persone forti che non hanno timore di mettersi in gioco, accettando la sfida di essere impopolari.

Tanto quanto il male è monotono nella sua ossessiva e cupa trivialità, altrettanto il bene è creativo, gioioso, comunque e sempre portatore di vita. il bene non è strettamente legato a un’ideologia o a una fede ma a quella cosa molto più misteriosa che si chiama «coscienza umana». L’idea di bene comune struttura e stabilisce una società sana e alla fine dovrebbe essere proprio il nostro buonsenso di specie a spingerci in questa direzione. Recentemente ho parlato con un giovane padre. A mio figlio, diceva, faccio vedere tutti i documentari e i film sugli animali feroci perché voglio che sappia come va la vita. E come va? gli ho chiesto. Va che sopravvivono i più forti, i più adatti. E gli altri? ho insistito. Soccombono, mi ha risposto con apparente saggezza. Hai mai pensato che un giorno sarai vecchio e debole e sarà tuo figlio a prendersi cura di te? La sua espressione è cambiata di colpo. Dopo un lungo e pensieroso silenzio mi ha risposto: No, non ci avevo mai pensato. Ecco, forse ora è giunto il momento di cominciare a pensare. Alle tigri e ai lupi il loro mondo, e a noi esseri umani lasciamo la delicatezza e la fragile complessità del nostro.

Fonte: www.corriere.it

 

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