Home»World News»Africa»Manca l’acqua nei Paesi in via di sviluppo ma non per i turisti di lusso

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Acqua fresca, pulita, abbondante e decontaminata a disposizione dei turisti nei resort di diverse località turistiche dei Paesi in via di sviluppo mentre spesso le popolazioni locali fanno la sete. Direte: vivono di turismo di massa, godranno almeno dei benefici economici di questi sacrifici. Niente affatto: spesso, infatti, sono i tour operator e le catene di alberghi internazionali a trarne quasi tutti i vantaggi, mentre chi cerca di vivere, di pesca, agricoltura ma anche di turismo in scala più piccola, soccombe sotto la concorrenza spietata dei pesci grandi.

L’allarme sulla distribuzione poco equa delle risorse idriche lo lancia Tourism Concern nel rapporto Water Equity in Tourism – A Human Right, A Global Responsibility. L’ente non profit si batte da anni contro ogni forma di sfruttamento nell’industria turistica. In questo caso si parla di sfruttamento poco equo delle risorse vitali per le popolazioni locali. L’acqua, un bene primario, un diritto, viene monopolizzata dal turismo di lusso a discapito dei villaggi.

Diamo qualche cifra per capire l’entità del fenomeno. In Zanzibar un hotel di lusso può arrivare a consumare fino a 3.195 litri di acqua per camera al giorno; il consumo medio di una famiglia nel Paese è di 93,2 litri di acqua al giorno. Gli alberghi vengono pattugliati per evitare atti di vandalismo, la gente del posto è esasperata. Quattro abitanti di un villaggio sono morti dopo aver consumato acqua di pozzo contaminata, questo è il sospetto, proprio dalle acque reflue degli alberghi presenti nelle vicinanze.

A Goa, in India, un resort a cinque stelle consuma circa 1785 litri di acqua per persona al giorno, il consumo pro capite degli abitanti è di solo 14 litri di acqua al giorno. I pozzi comunitari subiscono un progressivo abbandono proprio a causa dell’inquinamento delle falde acquifere. A Kerala, in India, vanno di moda le case galleggianti per i turisti, altamente inquinanti per le acque, influiscono anche sulla pesca e dunque sulle economie locali.

A Bali, in Indonesia, vanno perduti 1000 ettari di risaie all’anno a causa dell’aumento dei prezzi dei terreni e del dirottamento, sempre più massiccio, delle acque verso i resort. In Gambia le donne sono costrette a mettersi in coda sin dalle quattro del mattino alle fontanelle. La maggior parte degli hotel dispone invece di pozzi privati e pompe ma spesso non paga il conto dell’acqua, risorse finanziarie che invece sarebbero a dir poco necessarie per il miglioramento delle infrastrutture dell’acqua pubblica.

Tourism Concern chiede una gestione più democratica e partecipata delle risorse idriche a Governi e industria turistica. Qui i principi chiave per l’equità nella distribuzione dell’acqua nelle località turistiche dei Paesi in via di sviluppo. Tutti richiamano ad un obiettivo comune: il turismo non deve mai compromettere la disponibilità idrica delle popolazioni locali, al fine di tutelare la salute pubblica, ambientale e l’economia agricola e ittica. Noi possiamo evitare di finanziare il turismo insostenibile, optando per un turismo rispettoso delle comunità locali.

Fonte: www.ecoblog.it

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