Home»Ecologia»Agricoltura biologica»La mela che non annerisce inquieta l’America

Paolo Valentino

Se fosse già stata sull’albero biblico, forse Eva non l’avrebbe neppure mangiata. E se la strega l’avesse scelta per offrirla a Biancaneve, la fanciulla probabilmente l’avrebbe rifiutata. Ma questo difficilmente impedirà a Okanagan Specialty Fruits, piccola azienda americana, di lanciare sul mercato l’ultima meraviglia del cibo geneticamente modificato. È entrata in dirittura d’arrivo, con l’apertura ufficiale da parte del ministero federale dell’Agricoltura di un periodo di 60 giorni dedicato al commento pubblico, l’approvazione della Arctic Apple, la mela che non diventa marrone. Nel senso che quando viene sbucciata o affettata in un piatto non scurisce, grazie a un gene sintetico che riduce drasticamente la produzione di ossidasi di polifenolo, l’enzima responsabile del processo.

È una svolta epocale. Anche se gli americani e tanti altri popoli del mondo mangiano cibi geneticamente modificati sin dagli anni Novanta, questa sarebbe la prima versione sintetica di un prodotto agricolo che viene mangiato direttamente, non subisce cioè procedimenti come la macinazione o la cottura. Nulla di pericoloso ovviamente, come ammette la stessa US Apple Association. Che però è in allarme e protesta contro la prospettiva che il più celebre e celebrato frutto del mondo perda l’immagine di naturalezza e salute che lo ha sempre accompagnato. Un mela geneticamente modificata al giorno, toglierà ancora il medico di torno, quantomeno nella convinzione popolare? «Non è nel miglior interesse dell’industria delle mele degli Usa avere questo tipo di prodotto sul mercato in questo momento», ha detto al New York Times Christian Schlecht, presidente del Northwest Horticultural Council, che rappresenta il settore nello Stato di Washington, dove si produce il 60% di tutte le mele d’America.

Neal Carter, titolare della Okanagan, adduce motivazioni intriganti a sostegno della sua scelta. «Una mela intera è troppo impegnativa per molta gente, se portate un vassoio pieno di mele a tavola solo pochi ne prendono una, ma se portaste un piatto con tante fette di mela, ognuno si servirebbe». È un fatto che oggi un americano mangia 2 chili di mele l’anno in meno del 1980, 8 invece di 10. Inoltre, fa notare Carter, le mele affettate sono già popolari come snack e vendute presso McDonald o altri fast food, ma per evitarne il decadimento sono trattate con calcio o limone che ne alterano il gusto. L’Arctic Apple invece sarebbe modificata con un gene non estraneo, che viene cioè da altre specie di mele. Se lanciata sul mercato, sarebbe disponibile all’inizio nelle varietà Golden Delicious e Granny Smith.

Ma un’altra critica alla mela-Frankestein è quella che viene dalle organizzazioni per la difesa dei consumatori: «Visto che non scurisce, se una mela è marcia continuerà a sembrare fresca?», si è chiesta Lucy Sharrat, coordinatrice di un gruppo canadese che si batte contro gli Ogm. Il Canada è l’altro mercato dove Carter sua tentando di piazzare il suo pomo delle meraviglie (e inevitabilmente della discordia) e dove però, secondo un sondaggio a campione, il 70% della popolazione è contrario alla sua approvazione da parte delle autorità. Negli Stati Uniti, invece, un’indagine di mercato ha rivelato che tra i consumatori abituali di mele, il 60% è pronto ad acquistare l’Arctic Apple. Molto preoccupati sono soprattutto i produttori biologici, i quali temono che il gene anti-ossidante contamini anche le loro mele, attraverso l’impollinazione. Sarebbe il colmo, una modifica in laboratorio trasmessa naturalmente.

Fonte: www.corriere.it

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