Home»Articoli»King, Grandi: “il caso King ha cambiato il modo di fare informazione”

Luciana Coluccello

Domenica 17 giugno è morto Rodney King, l’uomo che è stato al centro delle proteste e delle rivendicazioni dei neri di Los Angeles nel 1992. King divenne celebre dopo essere stato vittima di un violento pestaggio da parte della polizia nel marzo 1991 che fu ripreso casualmente da un uomo. Siamo nel 1991, appunto, e se quell’uomo non avesse mandato quel video alle principali televisioni statunitensi ma, soprattutto, se queste ultime non avessero deciso di diffonderlo, il reato commesso dagli agenti di polizia sarebbe probabilmente rimasto impunito. Si tratta, indubbiamente di un fatto che ha rotto alcuni rigidi schemi giornalistici, inaugurando un nuovo modo di fare informazione. Ne abbiamo parlato con un massmediologo, il Professor Roberto Grandi.

Professor Grandi, come è cambiato il modo di fare informazione a partire dal caso di Rodney King? Innanzitutto bisogna dire che la particolarità di quel fatto è che è stato veramente casuale. Chi ha ripreso quel che stava succedendo nascosto dall’alto non pensava nemmeno di fare giornalismo. Era un uomo che semplicemente aveva con sè un videoregistratore, ha visto la scena e l’ha ripresa. Dopo poche ore l’ha mandata alle televisioni locali. Consideriamo, poi, che stiamo parlando di un’epoca in cui c’era ancora il dominio della televisione. Un’epoca in cui le persone ritenevano che una volta che le immagini venivano mostrate da network con una certa legittimità, queste dovevano avere necessariamente delle conseguenze. Da qui la convinzione che quelle immagini parlassero da sole e che, quindi, chi aveva colpito Rodney King doveva essere per forza condannato. La cosa importante, infatti, è che la rivolta di Los Angeles non ha seguito questo evento ma il fatto che, meno di un anno dopo, il processo agli agenti che avevano pestato King si fosse concluso senza la condanna di due di loro. Date le immagini, quella fu considerata una sentenza che andava contro il sentire comune.

Ma perchè le televisioni dell’epoca hanno accettato di diffondere un video girato da una persona “della strada”? Il caso di King è stato il primo caso in cui un’immagine girata in maniera fortunosa è riuscita a bucare il video, e questo le televisioni lo avevano probabilmente intuito. Era talmente forte la violenza contenuta in quelle immagini che i mezzi di comunicazione tradizionali hanno deciso di andare contro il loro concetto di professionalità e hanno mandato un video la cui qualità dal punto di vista tecnico non era adeguata e, a maggior ragione, non era stata girata da un loro professionista. In questo modo hanno determinato una prima rottura, nel momento in cui i telespettatori che seguivano un dato network si sono resi conto che stavano guardando una ripresa che proveniva “dalla strada”.

Quindi, la vera rottura determinata da quell’episodio è stata il fatto che chiunque, non solo i giornalisti, potevano iniziare a produrre informazione. Esatto, e infatti ai giorni nostri è cosi. Oggi è cambiata anche la definizione della fonte e anche il lavoro del giornalista. Basti pensare che ci sono giornalisti in alcune redazioni che esplorano quotidianamente i vari media sociali per vedere che cosa dicono. Quindi, questi ultimi oggi sono diventati addirittura una fonte. Poi, è ovvio, l’informazione viene verificata ma c’è la consapevolezza che questo è il nuovo modo di fare informazione da parte di chi è dentro alle cose. Ma oggi un’informazione per essere credibile non deve più passare dai media tradizionali. Al contrario, tutte le ricerche dimostrano che l’informazione ufficiale è, insieme alla politica, l’istituzione di cui il cittadino si fida sempre meno.

Bisogna aggiungere, poi, che oggi il video di King non susciterebbe più quell’effetto sorpresa che suscitò allora, perché sappiamo che quando c’è una qualsiasi iniziativa oggi ci sono più i telefonini che riprendono che persone che si muovono. Siamo abituati oggi a questo tipo di immagini. Allora c’era solo il videoregistratore, un oggetto pesante che, peraltro, era difficile avere a portata di mano. Oggi siamo di fronte ad una realtà diversa. Qualsiasi poliziotto che oggi dovesse reagire in quel modo, saprebbe che nell’ottanta per cento dei casi ha su di sè una telecamera pronta a riprenderlo. Oggi siamo su una scena pubblica. Un fatto del genere non farebbe scalpore come allora anche perché siamo assuefatti a certe immagini.

Cioè, un episodio di quel tipo oggi potrebbe paradossalmente rischiare di passare inosservato? Non proprio, però voglio fare un paragone. Le immagini che oggi vengono dalla Siria sono immagini che hanno quella forza, eppure non producono molte reazioni. È ovvio che molto dipende dagli interessi che stanno dietro ad un evento.

Tempo fa in Francia si è parlato di una legge per bandire la diffusione di immagini o video contenenti episodi di violenza che non fossero stati girate da giornalisti. Ma quanto sarebbe utile secondo Lei un provvedimento del genere? Io lo ritengo assolutamente inutile. Anche perché, volendo, esiste il modo per censurare quello che non si vuole diffondere in rete, e Google o Youtube lo sanno bene. E poi lo ritengo inutile anche perché il web è una rete a maglia molto larga, c’è sempre la possibilità di bypassarla. Basti pensare che ci sono degli hacker che riescono ad andare dentro al sito del Pentagono. Quindi, provvedimenti di questo tipo si possono annunciare, ma poi sono molto difficili da attuare anche perché rischierebbero di essere controproducenti per lo stesso governo che li adotta. Non a caso, ci sono stati dei tentativi di imbavagliare la rete ma non sono mai riusciti. Si possono limitare certi fenomeni, certi reati che possono avvenire anche su internet con alcune leggi specifiche che in molti casi già esistono. Ma è impensabile usare degli strumenti classici, come le norme, per regolare un ambiente che è nuovo proprio da un punto di vista antropologico. In questo modo, non si fa che mettere a nudo l’impotenza di chi vuole limitare.

Fonte: www.eilmensile.it

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