Home»Ecologia»Rio+20, 3 giorni per decidere il destino del pianeta

Di solito, quando i grandi della terra siedono a un tavolo per trovare una soluzione comune per il bene dell’umanità, l’umanità che li guarda da fuori, ha l’impressione che stiano perdendo tempo. Non è il caso di Rio+20, che si terrà dal 20 al 22 giugno e a cui parteciperanno 193 delegazioni mondiali, 50mila persone e un centinaio di capi di stato e di governo. 

Lo United Nations Conference on Environment and Development (UNCED) – questo il nome per intero – conosciuto anche come Erath Summit, quando si riunì sempre a Rio, 20 anni fa, produsse importanti risultati e una coscienza della situazione ambientale che  portò al protocollo di Kyōto. Quest’anno, l’ansia è tanto più grande quanto la preoccupazione per le sorti del pianeta. 

In queste ore è in fase di vaglio un documento di un ottantina di pagine dal titolo Il futuro che vogliamo che i rappresentanti dei governi dovranno approvare e siglare, un documento delicato di cui le parti coinvolte soppesano ogni parola. Le news che ci giungono al momento non sono delle più incoraggianti: la delegazione Ue ha fatto sapere che il testo “non sembra tenere in conto la necessaria ambizione per puntare ad uno sviluppo sostenibile, economia verde compresa”

Quando pensiamo a Rio+20, però, non dobbiamo immaginare degli esperti che dibattono chiusi in una stanza, ma a un evento a cui, direttamente partecipano anche attivisti non legati alla politica invitati a Rio, e, indirettamente, possiamo partecipare tutti. Ad esempio, attraverso la rete. Il Wwf insieme ad altre associazioni ambientaliste raggruppate nel network 350.org (il nome si deva alla battaglia per abbassare a 350 parti per milione la concentrazione di CO2 in atmosfera che ormai sfiora quota 400 a causa dell’abuso di petrolio e carbone) ha postato nelle ultime ore a ritmo martellante sui social network – soprattutto Twitter – un messaggio contro i sussidi ai combustibili fossili. Lo scopo: persuadere, prima delle firme finali, i grandi della Terra che il petrolio fa male, convincerli a non farsi condizionare dall’influenza di chi detiene il business dei combustibili fossili. 

Il timore è che per interessi contrastanti, si arrivi a un accordo non vincolante che non scontenterà nessuno, tranne il pianeta. Un accordo dove le stesse tematiche proposte sul sito del summit – green economy e un nuovo quadro istituzionale che spinga per uno sviluppo sostenibile – saranno ignorate. In questo senso, una questione che non è stata affrontato con la dovuta serietà è quella degli oceani, legata al problema delle risorse. ” I ladri colpiscono spesso al buio, di notte. E questa notte, un gruppo di ladri – USA, Russia, Canada e Venezuela – ha rubato  l’ultima speranza per un accordo mondiale per la protezione delle acque internazionali“, scrive il sito di Greenpeace Italia, mentre il direttore di Greenpeace International, Kumi Naidoo, ha dichiarato: “I governi non vogliono raccogliere le sfide poste della crisi economica, ecologica e sociale: non c’è alcun segnale di una visione che sappia trasformare le crisi nell’opportunità di creare una prosperità durevole“.

La preoccupazione cresce mentre si avvicina l’inizio del summit in cui verranno prese importanti decisioni. Vi terremo aggiornati con news fino al 22, data in cui si arriverà all’accordo finale. Un accordo che, speriamo, non si preoccupi di accontentare i pochi, ma i molti, cioè l’umanità che guarda da fuori a questo evento come a un’occasione unica per migliorare l’attuale situazione ambientale ed economica.

Fonte: www.wired.it

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