Home»Ecologia»Pianeta Terra. La sesta ‘estinzione di massa’ è già arrivata?

Bruno Giorgini

E’ il titolo inquietante di un articolo comparso su Nature il 7 giugno, dove si evoca il rischio di una estinzione di massa, a firma di Anthony Barnosky (Berkeley University) con una decina di coautori. Essi hanno analizzato in fino i risultati prodotti negli ultimi due decenni nel campo della biodiversità e delle estinzioni di massa, arrivando a conclusioni piuttosto “drammatiche”.

La biosfera, l’ambiente della vita, potrebbe in un tempo non lungo collassare, o avere un break down con una riduzione irreversibile e catastrofica della biodiversità, fino all’estinzione di massa. Più precisamente potrebbe accadere una transizione nel giro di alcune generazioni verso uno stato quale mai l’homo sapiens ebbe a vivere negli ultimi 200.000 (duecentomila) anni. I paleontologi caratterizzano le estinzioni di massa come quei periodi in cui la terra perde i tre quarti delle speci viventi. L’ultima transizione, risale a 11.000 (undicimila) anni fa quando finì il periodo glaciale e cominciò l’attuale epoca temperata. Ma adesso il clima sta cambiando. Con qualche numero: su una parte cha va dal 10 percento al 48 percento della superficie terrestre i climi dei secoli precedenti sono scomparsi, e condizioni climatiche del tutto nuove regnano su un territorio che va dal 12 percento al 39 percento del totale, per non dire degli oceani dove già oggi zone morte molto ampie sono osservabili. Questa possibile transizione, se si raggiungerà la soglia critica, è dovuta anche, in misura consistente, all’azione antropica, e gli autori sottolineano che “ la crescita della popolazione, il consumo delle risorse, la frammentazione degli habitat naturali”, nochè vari altri fattori, hanno fatto sì che circa il 43 percento degli ecosistemi terrestri sono ormai antropizzati, cioè utilizzati per i bisogni dei 7 miliardi di attuali umani abitanti il pianeta. Ma gli ecosistemi, si pensi alla foresta amazzonica, sono fondamentali per la biosfera e la biodiversità. E qui arriva il secondo articolo, sullo stesso numero di Nature, condotto da 17 ricercatori coordinati da Bradley Cardinale, della Michigan University, dove si argomenta che la riduzione della biodiversità impoverisce in modo sempre più drastico il parco di risorse a cui attingere per i bisogni umani. Insomma devastiamo gli ecosistemi per ottenere risorse, per esempio il legno della foresta amazzonica, disboscandola anche per farne campi da coltivare, mentre invece ne riduciamo la potenza creativa e produttiva.

Anche qui esiste un limite di soglia oltre il quale il degrado diventa irreversibile, e ci siamo molto vicini. Evidentemente sia l’uno che l’altro lavoro scientifico sono sottoponibili a critica, e le previsioni sono di tipo statistico e non contemplano la certezza, però ci invitano a riflettere sul fatto che è necessario operare al più presto una riconversione ecologica del nostro modello di civiltà e sviluppo. Per di più il cambiamento climatico incombe, così come la penuria di materie prime dall’acqua, vitale per i nostri corpi, al silicio vitale per i nostri calcolatori. Col che una finale considerazione: ormai esiste una scienza sempre più sviluppata che prevede catastrofi a largo spettro temporale e di vario tipo, però poi siamo impotenti a prevedere la catena di terremoti che abbatte le case e i capannoni industriali nella pianura padana da Ravenna a Mantova, da Ferrara a Modena, e non sappiamo come metterci mano. A meno che sul serio non si cominci a prendere sul serio la protezione civile come scienza della prevenzione e riparazione, scienza di cui ogni cittadino deve acquistare i rudimenti, se non l’expertise. Perchè, a esempio, forse non posso controllare l’estinzione di massa o le tempeste solari, ma cosa dire quando si legge che oggi il reattore n. 4 della tristemente nota centrale nucleare di Fukushima è in situazione critica: Ovvero la Tepco ha comunicato il 6 giugno che che c’era un problema per una delle due pompe di raffreddamento, problema che ora è stato dichiarato risolto. Nell’ipotesi peggiore, ci sarebbe un rilascio di “Cesio 137 dieci volte superiore a quello di Tchernobyl “ dichiara Robert Alvarez, ex responsabile del dipartimento USA dell’energia. E nessuno ha ancora trovato una soluzione al problema della collocazione delle barre di combustibile nucleare, dato che i siti di stoccaggio giapponesi sono tutti quasi completamente pieni. Chissà, forse è il momento di cambiare pianeta, o almeno di cambiare umanità.

Fonte: www.eilmensile.it

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