Home»Città possibile»La città ideale, secondo Marc Augé

Marc Augé

Marc Augé è un etnologo e antropolo francese celebre per la sua teoria della Surmodernità. Il brano che segue, e che porta la sua firma, è comparso su City 2.0 – Il futuro delle città , una raccolta di saggi pubblicata in occasione del Festival dell’energia 2012.

Il linguaggio corrente riserva delle sorprese. Per esempio, oggi facciamo spesso ricorso al privativo “ senza”. Parliamo di persone “ senza domicilio fisso”, o “ senza documenti” (“sans papier”, espressione francese che indica i clandestini), e poiché sappiamo che la loro condizione è certamente problematica, siamo indirettamente portati a credere, come se fosse automatico, che avere un domicilio fisso e dei documenti sia condizione sufficiente di felicità. 

Altri esempi potrebbero facilmente convincerci del contrario. I più benestanti in questo mondo accumulano domicili. Hanno residenze secondarie in diversi continenti, yachts, soggiorni in hotel di lusso del mondo intero. Hanno dei documenti, certamente, ma sono così sicuri di loro stessi e così certi della loro identità, che a malapena si capacitano di doverli mostrare, i documenti, se proprio sono costretti a farlo. Mi si potrebbe dire giustamente che queste persone accumulano i vantaggi: domicili fissi così come le prove della propria identità o le carte di credito. 

E sarebbe corretto dirmelo, ma mi permetto d’insistere: l’accumulo di residenze e la sicurezza dei più ricchi provano che l’ideale della vita individuale non è necessariamente nel restare attaccati a un luogo fisso, come la cozza al suo scoglio, né nel poter declinare le proprie generalità all’occorrenza, mostrando i propri documenti, ma, al contrario, nella libertà effettiva di circolare e di restare relativamente anonimi. 

L’attrazione che esercitavano le città nell’Ottocento su quanti fuggivano alle campagne, la stessa che oggi esercitano le grandi città del Nord sui migranti provenienti dal Sud, è nata dallo stesso tipo di rappresentazione. Il carattere largamente illusorio di questa rappresentazione è certo, ma per chi si interroga sull’ideale della vita urbana ai giorni nostri è essenziale prenderla in considerazione. 

La città non smette di espandersi. La maggioranza della popolazione mondiale vive nelle città e la tendenza è irreversibile. Ma di che città si tratta? 

Ho proposto alcune nozioni per descrivere ciò che potremmo chiamare l’urbanizzazione del pianeta, che corrisponde grosso modo a ciò che chiamiamo globalizzazione quando ci riferiamo al mercato, all’interdipendenza economica e finanziaria, all’estensione delle vie di comunicazione e allo sviluppo delle reti di comunicazione elettroniche. Da questo punto di vista, potremmo dire che il mondo è come un’immensa città. Paul Virilio ha utilizzato, a questo proposito, l’espressione di “ meta-città virtuale”. Il “ mondo città”, come l’ho chiamato io, è caratterizzato dalla mobilità e da una progressiva “ uniformatizzazione”.

Da un lato, le grandi metropoli si estendono e in esse si trovano tutte le diversità del mondo (etniche, religiose, sociali, economiche), ma anche tutte le sue divisioni. Così, si può opporre la “ città-mondo”, le sue divisioni, i suoi punti di ancoraggio e i suoi contrasti al “mondo-città” che ne costituisce il contesto globale e che spettacolarmente pone su qualche punto forte del paesaggio urbano il suo marchio estetico e funzionale: grattacieli, aeroporti, centri commerciali o parchi di divertimento. 

Più questa grande città si estende, più si “ decentra”. I “centri storici” diventano musei visitati dai turisti arrivati da fuori e luoghi di consumo di beni di lusso di tutti i tipi. I prezzi sono alti e il centro delle città è sempre più abitato da persone benestanti, spesso di origine straniera. L’attività di produzione si sposta “extra muros”. I trasporti sono il problema principale dell’agglomerato urbano. Le distanze sono spesso considerevoli tra il luogo di abitazione e il luogo di lavoro. Il tessuto urbano si estende lungo vie di circolazione, lungo i fiumi e le coste. In Europa le periferie urbane si fiancheggiano, si saldano, si confondono e può farsi strada l’impressione che con la generalizzazione dell’urbano, stiamo perdendo la città. 

Ritorno per un istante su una distinzione che feci anni fa tra luogo e non-luogo. Questa distinzione posa su una definizione teorica: un luogo è uno spazio sul quale si possono decifrare le relazioni sociali che vi sono inscritte (per esempio, in alcuni villaggi tradizionali, a partire dalla divisione in quartieri, dalle regole di residenza e dalla collocazione nello spazio di simboli della storia e della cultura condivisa); un non-luogo è uno spazio dove quest’opera di decodifica è impossibile. Empiricamente, non esistono luoghi o non-luoghi nel senso assoluto del termine, ma possiamo individuare nella moltiplicazione degli spazi di circolazione, di consumo e di comunicazione, gli elementi che caratterizzano il mondo globalizzato di oggi: luoghi di passaggio in cui il decifrare gli elementi costitutivi di un “luogo” è meno evidente, e dunque in questo senso “non luoghi”. 

Il luogo non si oppone al non-luogo come il bene al male, o lo stare bene allo stare male. Il luogo assoluto sarebbe uno spazio dove ciascuno sarebbe costretto a una residenza in funzione dell’età, del sesso, della discendenza familiare e delle alleanze matrimoniali: uno spazio dove il senso sociale, inteso come l’insieme delle relazioni sociali autorizzate o prescritte, raggiungerebbe il suo apice, dove la solitudine sarebbe impossibile e la libertà individuale impensabile. Il non-luogo assoluto sarebbe uno spazio senza regole né obblighi collettivi di alcuna specie: uno spazio senza alterità, di solitudine infinita. L’assoluto del luogo è totalitario, l’assoluto del non luogo è la morte.

Evocare questi due estremi significa definire allo stesso tempo la posta in gioco di ogni politica democratica: come salvare il senso sociale senza uccidere la libertà individuale e viceversa? 

Nel mondo globale, la risposta si pone in termini di spazio: ripensare il locale. Malgrado le illusioni divulgate dalle tecnologie della comunicazione, dalla televisione a internet, noi viviamo lì dove viviamo. L’ubiquità e l’istantaneità restano metafore. 

L’importante, con i mezzi di comunicazione, è prenderli per quello che sono: mezzi in grado di facilitare la vita, ma non di sostituirvisi. Da questo punto di vista, il compito è immenso. Si tratta di evitare che la sovrabbondanza di immagini e di messaggi porti a nuove forme di isolamento. Per frenare questa deriva, che possiamo già osservare, le soluzioni saranno necessariamente spaziali, locali e politiche, nel senso più ampio del termine. 

Come conciliare nello spazio urbano il senso del luogo e la libertà del non luogo? È possibile ripensare la città nel suo insieme e le abitazioni nel loro dettaglio? Una città non è un arcipelago. L’illusione creata da Le Corbusier di una vita centrata sull’appartamento e sull’unità abitativa collettiva ha portato ai casermoni (“barres”) delle nostre periferie, subito abbandonati dal commercio e dai servizi che avrebbero dovuto renderli eminentemente vivibili. Si è trascurata la necessità della relazione sociale e del contatto con l’esterno: è proprio questa esigenza che a modo loro i giovani delle periferie esprimono quando si spostano regolarmente dai bassifondi dei loro quartieri popolari verso i quartieri del centro che sono al tempo stesso il cuore della città storica e i simboli della società dei consumi: per esempio nell’agglomerato parigino, Champs Élysées o il quartiere Chatelet – Les Halles. 

Cosa nelle città reali può evocare qualcosa che potremmo considerare come la città ideale? Mi vengono in mente due esempi. Li idealizzo certamente, ma l’esercizio è precisamente questo: trovare delle tracce dell’ideale. Il primo esempio, di gran lunga il più convincente, è quello delle città di medie dimensioni del Nord Italia, Parma o Modena, per esempio. Nel centro di queste città la vita è intensa, la piazza pubblica resta un luogo di incontro, si circola in bicicletta, si cammina naturalmente lungo i luoghi di rilevanza storica. Il visitatore di passaggio ha l’impressione di poter entrare in intimità con questo mondo piacevole senza farsi notare, quasi scivolando, stabilire delle relazioni senza esservi obbligato e passare da una città all’altra per il semplice piacere degli occhi. 

Ma, mi si obietterà, bisogna proprio chiuderli gli occhi per ignorare tutto ciò che contraddice questa miope visione turistica: la povertà, l’immigrazione, gli atteggiamenti di rifiuto… Ancora una volta mi fermo all’ideale, che esige, in effetti, una forma di miopia. Altro esempio: la vita di quartiere in un arrondissement parigino.

Potremmo fare molti altri esempi, sappiamo che nelle più grandi metropoli del mondo (Messico, Chicago) esistono forme di vita locale molto vivaci. La vita di quartiere è quella che si può osservare nelle strade, nei negozi, nei bar… A Parigi, città dove da diversi anni la vita è diventata più difficile, è solo sulla scala ridota che riusciamo a vedere dei legami fragili resistere al disincanto: le chiacchiere al bistro, gli scherzi tra una persona anziana e la giovane cassiera al supermercato, gli scherzi dal droghiere tunisino: si tratta di piccole forme di resistenza all’isolamento che sembrerebbero provare che l’esclusione, il ripiegamento su se stessi e il rifiuto dell’immaginazione non sono una fatalità. 

Cosa possiamo concludere da questi segni sparsi? 

Che ogni programma generale e ogni progetto nel dettaglio dovrebbero associare riflessioni di genere diverso: una riflessione da urbanista sulle frontiere e sugli equilibri interni al corpo della città, una riflessione da architetto sulla continuità e le rotture dello stile; una riflessione antropologica sulle abitazioni odierne che deve conciliare la necessità di aperture multiple sull’esterno e il bisogno di intimità privata. 

Un ampio cantiere di “rammendi” (nel senso che gli davano le sarte un tempo, le “ magliaie” che “riprendevano” i vestiti strappati e le calze smagliate). Bisognerebbe, per quanto possibile, tracciare di nuovo le frontiere tra i luoghi, tra l’urbano e il rurale, tra il centro e la periferia. Delle frontiere, cioè delle soglie, dei passaggi, delle porte ufficiali per far saltare le barriere invisibili dell’esclusione implicita. Bisogna restituire la parola al paesaggio. 

Ci si potrebbe assegnare come compito a lungo termine quello di rimodellare il paesaggio urbano moderno, nel senso che gli attribuisce Baudelaire, dove gli stile e le epoche si mescolerebbero consapevolmente, come le classi sociali. In Francia, i Comuni e le circoscrizioni delle città hanno l’obbligo di assegnare una certa quota di appartamenti popolari, ma oltre al fatto che spesso quest’obbligo è raggirato, spesso stile e materiali scelti portano a un effetto di stigmatizzazione. 

Ancora uno sforzo verso l’ideale… Questo ideale dovrebbe essere riconoscibile anche nella disposizione interna degli appartamenti più modesti dove, su scala ridotta, dovrebbero coesistere le tre dimensioni essenziali della vita umana: lo spazio individuale privato, eventualmente lo spazio pubblico (a l’occorrenza il familiare) e la relazione con l’esterno. Formulato in questo modo, l’ideale è utopico e non è evidentemente di competenza esclusiva dell’architetto. Ma la materia dell’ideale o dell’utopia è già là. 

Per concludere, torno all’immagine della sarta o meglio della magliaia. Non è una metafora che riguarda esclusivamente progetti grandiosi in grado di offrire bellezza a tutti, né si tratta di rimodellare grandi paesaggi dove ciascuno può perdersi e ritrovarsi. Serve solo a ricordarci che tutto comincia e tutto finisce con l’individuo più modesto e che le imprese più grandi sono vane se non lo riguardano almeno un po’. 

Fonte: www.wired.it

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