Home»Diritti umani»Iniquo e non solidale

Solidale [so-li-dà-le]:  agg.1 Che approva e condivide le idee e i comportamenti di altre persone: essere, dichiararsi s. con qlcu 2 dir. Che è legato da un vincolo di solidarietà: debitore, creditore s 3 mecc.

Equo agg. 1. imparziale, giusto, oggettivo, obiettivo, onesto, retto, corretto, equanime, moderato

Tranquilli, non ho fatto colazione con latte e vocabolario e ora ne state pagando le conseguenze. E non sto neppure cercando di insegnarvi l’esatto significato di alcuni vocaboli della lingua italiana.

Parto con due definizione perché, con questo post, sarebbe bello riuscire a catalizzare l’attenzione sul concetto di “equo e solidale”. Con queste due paroline spesso e volentieri si definisce quel mercato del lavoro – il più delle volte in via di sviluppo – nel quale lavoratori e produttori garantiscano (o usufruiscano) di un trattamento economico e sociale rispettoso e, appunto, equo.

Insomma, non è altro che una sorta di certificazione (nobilissima) il quale intento possa essere garantire un mondo del lavoro più giusto e dove la “follia” del profitto, nei limiti del possibile, passi in secondo piano a vantaggio del rispetto dell’individuo. Gli inglesi lo chiamano Fair Trade e anche qualche italiano, quando vuole riempirsi la bocca di qualche suono anglofono, utilizza la stessa parola. I prodotti, quindi, equo solidali (o Fair Trade che dir si voglia) rappresentano una garanzia che quel maglione indossato o quel caffè bevuto non abbiano sfruttato nessuno e il prezzo richiesto sia frutto della più accurata e corretta valutazione di tutte le variabili esistenti sul mercato del lavoro.

E’ bellissimo – non trovate? – essere equi e solidali. E’ come se si ammettesse che il mondo del lavoro (dei paesi in via di sviluppo, ma mi permetto di affermare anche di quelli beatamente sviluppati come il nostro) sia iniquo e non solidale. E’ un ammettere, inconsciamente ma dannatamente, che questa società odierna sfrutti i lavoratori, sia ingiusta, scorretta e speculi sull’individuo in modo incurante e dissacrante contro ogni regola etica e del buon senso ma in nome della “produzione”. Per questa ragione, ogni tanto, dobbiamo ricordarci che ci sia un mercato del lavoro “regolare” e per questa ragione ecco pronto l’etichetta da attaccargli. Rendiamoci conto: la voglia odierna dell’uomo è quella di sfrecciare a velocità supersoniche con il solo obiettivo di andare avanti. Distruggiamo, umiliamo, sfruttiamo e risparmiamo, l’importante è che si produca e – ancor più importante – che si produca con profitto. L’esistenza del Fair Trade è l’ammissione che l’uomo ha perso e con lui il buon senso.

Sarebbe bello, però, che questo uomo sconfitto riuscisse un giorno a rialzarsi e rinascere catapultando e ribaltando il tutto. Quello che occorrerebbe, infatti, all’umanità di oggi (me incluso) è di un’anti-certificazione da affibbiare ad ogni tipo di contesto “iniquo e non solidale”. E’ come quando bevendo alcolici o fumando tabacco leggiamo quanto quelle sostanze danneggino la salute. Non troviamo, al contrario, una certificazione sull’acqua che beviamo e sull’aria che respiriamo nella quale è possibile leggere “buona e  salutare”. Non la troviamo perché diamo per scontato che lo sia. Il mondo del lavoro, invece, non permette generalizzazioni o affermazioni del caso. Il mondo del lavoro, ahimè, è infimo, ingiusto, tirannico, arrivista e perfido. E per questa ragione ogni tanto va ricordato che ne esista uno anche “equo e solidale”.

La nostra sete di ricchezza, capiamolo, ci sta distruggendo lentamente allontanandoci anni luce dagli aspetti che veramente andrebbero messi a fuoco. Per questa ragione in un universo sempre più ingiusto essere giusti diventa (tristemente) un valore aggiunto.

Mi spingo oltre, allora: chiedo provocariamente di estendere il concetto di “Fair Trade” ad ogni settore del mercato del lavoro, non limitandosi solo a quello in via di sviluppo. Voglio, esigo e pretendo che equi e solidali siano anche tutti i contratti a dei giovani precari di oggi e di tutte le persone che in stati “occidentali” subiscano orari e proposte di lavoro indegne. Perchè, in quel caso, nessuno ricorda quanto siano iniqui e, senza ombra di dubbio, veramente poco solidali.

In un mondo in tormenta un giorno di sole sembra la piacevole eccezione. Iniziamo a  cambiare e, fidatevi, il sole un giorno potrebbe tornare ad esser regola.

Fonte: www.greenme.it

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