Home»Ecologia»Il negazionismo climatico non è ignoranza scientifica ma una scelta ideologica di gruppo

I ricercatori del Cultural cognition project della Yale Law School hanno terminato uno studio finanziato dalla National Science Foundation, che ha coinvolto un campione nazionale rappresentativo di 1500 adulti americani, per rispondere alle seguenti due domande: una parte dell’opinione pubblica non è convinta dell’esistenza dei cambiamenti climatici perché non capiscono la scienza? Se gli americani conoscessero meglio la scienza alla base del global warming e fossero più abili nel comprendere i ragionamenti tecnici, il consenso dell’opinione pubblica corrispondere all’enorme consenso scientifico? 

I risultati dello studio “The polarizing impact of science literacy and numeracy on perceived climate change risks”, pubblicati su Nature Climate Change, suggeriscono che la risposta a entrambe le domande è no. Infatti, tra le fasce di popolazione più scientificamente alfabetizzate e in grado di comprendere calcoli abbastanza complicati, gli individui appartenenti a gruppi politico/culturali opposti si dividono ancora di più sui rischi posti dal cambiamento climatico.

Due componenti del team che ha realizzato la ricerca, Dan Kahan ed Elizabeth K. Dollard, rispettivamente professori di  diritto e psicologia alla Yale Law School, spiegano che «l’obiettivo dello studio era quello di testare due ipotesi. La prima era la controversia politica sulla limitata capacità dell’opinione pubblica di comprendere la scienza del cambiamento climatico, e la seconda riguardava gli opposti insiemi di valori culturali. I risultati sostengono la seconda ipotesi e non la prima». 

La “cognizione culturale” è il termine usato per descrivere il processo attraverso il quale i valori condivisi da gruppi di persone plasmano la loro percezione dei rischi sociali. Si riferisce alla tendenza inconscia degli individui di valutare le prove dei pericoli esistenti attraverso le posizioni che predominano nei gruppi a cui appartengono. «I risultati dello studio – sottolinea la Yale Law School – sono coerenti con gli studi precedenti che dimostrano come gli individui con più valori egualitari siano nettamente in disaccordo con le persone che ne hanno di più individualistici sui rischi connessi ad energia nucleare, possesso di armi e  vaccinazione Hpv per le ragazze in età scolastica». Insomma, i progressisti sul global warming la pensano diversamente dai conservatori/liberisti, e quest’ultimi sono difficilmente convincibili – per una sorta di convenzione di pensiero “tribale” – a riconoscere l’evidenza scientifica della quale sono comunque consapevoli. 

Nello studio i ricercatori hanno misurato l’alfabetizzazione scientifica con test sviluppati dalla National science foundation ed hanno misurato nei soggetti coinvolti la capacità di “”numeracy”, cioè la loro capacità e disponibilità a capire le informazioni quantitative. «In effetti – spiega Kahan – i membri comuni  del “public credit” respingono le informazioni scientifiche sulle questioni controverse basandosi sul ruolo dell’informazione in oggetto, questa rafforza o indebolisce i loro legami con altri che condividono i loro valori. Almeno tra i membri comuni dell’opinione pubblica, gli individui con maggiore comprensione della scienza sono in grado di contrastare ancora meglio l’evidenza in base al loro coinvolgimento in un gruppo. Lo studio non supporta nessuna conclusione riguardo al ragionamento degli esperti scientifici del cambiamento climatico». 

La ricercatrice Ellen Peters, dell’Ohio State University, è convinta che «Le  persone che hanno un livello più alto  in matematica e scienze, in genere prendono decisioni migliori in complesse situazioni tecniche, ma lo studio getta chiaramente in dubbio sull’idea che,  più si capisce la scienza e la matematica, più si prendono le decisioni migliori in situazioni tecnicamente complesse. Quello che questo studio dimostra è che le persone con un’alta comprensione della scienza e della matematica possono pensare ad un modo di trarre le loro conclusioni che sia meglio per loro in quanto individui, ma non è necessariamente migliore per la società».

Secondo Kahan, «Lo studio suggerisce la necessità di strategie di comunicazione della scienza che riflettano una comprensione più sofisticata dei valori culturali. Ulteriori informazioni possono aiutare a risolvere il conflitto sul cambiamento climatico, ma questo ha più a che fare con l’informazione che col comunicare l’evidenza scientifica. Occorre anche a creare un clima deliberativo nel quale  nessun gruppo percepisca  che l’accettazione di qualsiasi elemento di prova è simile al tradimento del proprio gruppo culturale». 

Fonte: www.climaticgreenreport.it

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