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Vaticano, lefebvriani e veleni

Mario Di Vito

Sono giorni intensi in Vaticano. I documenti del Papa che spariscono e la questione della tomba di Renatino De Pedis a Sant’Apollinare non sono che la cornice dentro la quale si muove una delle trattative più complicate dai tempi del Concilio Vaticano II: quella con la Fraternità Sacerdotale San Pio X, i lefebvriani, protagonisti di un clamoroso scisma nel 1988.

La questione va avanti ormai dal 2009 – quando cioè venne revocata la scomunica nei confronti di quattro vescovi della Fratellanza –, ma nelle ultime settimane i contatti sono sempre più intensi e un ritorno tra i ranghi vaticani degli impresentabili seguaci del vescovo Marcel Lefebvre appare ormai dietro l’angolo, pur tra tanti dubbi sull’opportunità di una mossa del genere e un inevitabile spostamento delle gerarchie in direzione di un conservatorismo che sembrava essere finito in soffitta qualche decennio fa. La Santa Sede continua a prendere tempo, ma alcune dichiarazioni rese dai cardinali lasciano trasparire la possibilità che un punto d’incontro tra gerarchie cattoliche e lefebvriani non sia introvabile, anzi. Al centro del dibattito ci sarebbe la dichiarazione ‘Nostra aetate’, quella che ha, praticamente, alleggerito la posizione della dottrina cattolica nei confronti degli altri credo, nel nome dell’amore e della fratellanza universale. Le parole del cardinale tedesco Walter Brandumueller in merito fanno riflettere e mostrano come un ritorno alla base da parte dei lefebvriani sia qualcosa in più di uno spiraglio.

“La dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’ – ha detto il porporato – va presa sul serio come espressione del magistero vivente senza però voler vincolare tutta la Chiesa a questa formula”, questo perché “non ha un contenuto dottrinale vincolante, allora si può dialogare”. In mezzo a tutto questo, però, c’è la posizione dell’Opus Dei, intimorita dalla possibilità di vedersi ‘scavalcata a destra’ e assolutamente non disposta a cedere parte della sua ascendenza sui cattolici più duri e puri. Qualche tempo fa, ai microfoni di Radio Vaticana, il cardinale Mauro Piacenza, vicino all’Opus Dei, ha risposto duramente a chi intende rivedere la dottrina in funzione di un ritorno della Fraternità Sacerdotale San Pio X: “Si dovrebbe dire basta ai tradimenti del Concilio Vaticano II e spalancare la porta all’obbedienza ai testi del Concilio, le cui parole sono da leggersi in ginocchio”. Anche Benedetto XVI è entrato a gamba tesa nella questione, sostenendo in un comunicato  ufficiale diramato nel marzo scorso che la volontà dei lefebvriani di aderire – pur con qualche aggiustamento – ai dettami del Concilio Vaticano II “non è sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura tra la Santa Sede e detta Fraternità”. Parole che hanno suscitato non poche perplessità tra i cardinali, che puntano a ritrovare unità tra i cattolici di tutto il mondo entro l’elezione del prossimo pontefice.

Dal canto suo, Ratzinger – che con la Fraternità non ha proprio ottimi rapporti – può contare sull’appoggio della base, che non ha mai visto di buon occhio il movimento fondato da Lefebvre. I motivi sono presto detti: al di là dei dissidi dottrinali, le tendenze antisemite dei lefebvriani sono ben note e l’opinione pubblica potrebbe non digerire questo ritorno di fiamma. Una questione che un Papa deve tenere in considerazione. Il Vaticano è anche un organo politico e le sue decisioni – tutto sommato come accade a un partito politico – devono prendere in considerazione le reazioni che possono avere i fedeli. Ma la linea dei cardinali sembra puntare dritta verso un consolidamento della dottrina in senso reazionario. La crisi si sente anche in quel di San Pietro e i porporati credono che la risposta debba essere più incentrata sulla fermezza  nel difendere i dogmi che sul dialogo.

Fonte: www.eilmensile.it

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