Home»Ecologia»State of the World, un check-up alla terra

Martina Pennisi

Il pianeta terra ha bisogno della decrescita economica dei paesi sviluppati. Il concetto, che così espresso non è attualmente facilissimo da digerire, è alla base dell’analisi dello State of the World 2012, rapporto edito dal Worldwatch Institute e presentato oggi, 29 maggio, a Milano nella versione italiana. Giunto alla 29esima edizione, lo studio è dedicato quest’anno alla green economy e ai temi della conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile che avrà luogo a Rio de Janeiro il 20 e 22 giugno. 

Dall’ultimo summit, avvenuto nella città brasiliana nel 1992, la popolazione globale è cresciuta del 28% e l’economia si è espansa del 75%, recitano i primi dati del rapporto. Negli ultimi 50 anni, le classi medie e alte del pianeta hanno più che raddoppiato i loro livello di consumo. Iscritte alla lista d’attesa dei privilegiati ci sono un miliardo di persone e, se le cose non cambieranno, nel 2050 saranno necessari 140 miliardi di tonnellate di minerali, combustibili fossili e biomasse all’anno, rispetto ai 60 attuali. Il letto, insomma, si allarga a dismisura e la coperta risulta sempre più stretta. Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, intervenuto alla presentazione, ha spiegato che a Rio ci si attende la definizione di ” un quadro di riferimento per un lavoro globale” e ha sottolineato la necessità di promuovere una crescita sostenibile. Fa scuola, secondo Clini, il caso della Cina: +8% dell’economia e investimenti nel settore energetico tre volte superiori a quelli degli States. 

Tornando al rapporto, la decrescita citata in apertura non è in contrasto con questo auspicio, in quanto fa riferimento a ” cambiamento volontario delle economie che consenta di rientrare nei ritmi planetari”. In parole povere, un taglio netto al consumismo. Michael Renner, co-direttore di State of the World 2012, ha fatto un esempio molto esplicativo dell’approccio sostenuto: gli incentivi attuali all’acquisto premiano chi compra di più, abbassando il prezzo quando si supera una determinata soglia e contribuiscono alla filosofia del più è, meglio è, anche se inutile. In Sudafrica si gestisce l’acqua nella maniera opposta: ” La quantità minima e necessaria ha un prezzo contenuto, se la superi paghi 3 o 4 volte di più”. 

Un plauso è riservato nel rapporto anche ai governi di Danimarca, Belgio, Brasile, Singapore e Thailandia, che hanno sostenuto programmi di formazione per sviluppare il settore della bioedilizia. Renner ha fatto anche l’esempio del Giappone e del programma Top runner, dedicato alla classificazione dei prodotti in termini di efficienza ambientale. ” I migliori diventano riferimento per gli anni futuri”, spiega, e fa notare come politiche di questo genere incoraggino la concorrenza e diano conseguentemente una scossa (positiva) al mercato.

Tiene inoltre ad aggiungere che il gap del cartellino fra i cosiddetti prodotti verdi e quelli meno rispettosi dell’ambiente andrebbe colmato: ” Siano i governi a sostenere finanziariamente i prodotti virtuosi”. 

La sensibilità nei confronti di determinati argomenti può portare benefici anche dal punto di vista occupazionale. Le rinnovabili hanno creato 4,3 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, dato in crescita rispetto ai 2 milioni del 2008. La rincorsa ai 10 milioni che hanno a che fare con i combustibili fossili è ancora lunga, ma siamo al cospetto di un ” progresso rapido e positivo”. I trasporti pubblici, alternativi agli 800 milioni di auto che affollano le strade e sono responsabili di più della metà del consumo globale di combustibili fossili liquidi e di un quarto delle emissioni di anidride carbonica derivate dalla produzione energetica, danno lavoro a 26 milioni di persone. Renner cita questo dato e mette per ora da parte le non ancora rilevanti, in termini di incidenza sul totale in circolazione, automobili ibride o elettriche. C’è poi la gestione dei rifiuti: la raccolta differenziata piazza dipendenti numericamente superiori di dieci volte a quelli impiegati normalmente. Occuparsi, inoltre, della condizione dei 15-20 milioni di persone attive nella raccolta dei rifiuti vuol dire farsi carico di un settore già sviluppato e importante (anche) in termini di occupazione. 

Particolare attenzione va riservata alla crescita della popolazione, nel 2011 eravamo 7 miliardi e un controllo è necessario: alla biodiversità – le specie si stanno estinguendo a un tasso di mille volte più alto rispetto al periodo pre-industriale e bisogna invertire la tendenza – e al nutrimento, l’80% degli affamati vive in aree rurali e va incoraggiata la produzione agricola locale.

Fonte: www.wired.it

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One Response to "State of the World, un check-up alla terra"

  1. Nando Marincione   30 maggio 2012 at 14:28

    L’economia liberista del mondo globalizzato rischia oramai di trascinare l’umanità nel baratro per cui occorre, come già si evince nell’articolo, ridurre drasticamente i consumi con meno sprechi recando così meno danni permanenti ai delicati equilibri degli ecosistemi del pianeta esposto ai pericoli insiti nel processo distorto della crescita imposta dai ritmi eccessivi dello sviluppismo capitalista

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