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Massimo Sandal

Perdere peso: problema di molti che richiama sudate palestre, diete improbabili, televendite più o meno truffaldine e altre piccole tristezze quotidiane. Ma oggi, forse, anche le ben più nobili lavagne delle aule di matematica. Il fisico e matematico Carson C. Chow, in un congresso dell’ American Association for the Advancement of Science (l’Accademia delle Scienze americana), ha presentato una singola equazione capace di predire come e quanto perderemo peso nel tempo, a seconda della nostra dieta, esercizio e costituzione fisica. 

Il modello, sviluppato assieme a Kevin Hall al National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases di Washington, predice correttamente che perdere o guadagnare peso dipende da quanto pesiamo già: più una persona è grassa, più (ahinoi) ingrassa facilmente. E il corpo ha una profonda inerzia a regolare il suo metabolismo: secondo il modello, bisogna mangiare regolarmente di meno per almeno tre anni, perché il corpo si riassesti su un metabolismo diverso e mantenga il suo nuovo peso. Inutile quindi fare diete affamanti e rapide: conviene cambiare il proprio comportamento di poco, ma costantemente per anni e anni. Chow e Hall hanno pubblicato una Web applet che vi permette di sfruttare il modello per calcolare come e quanto potete perdere peso. 

Intervistato dal New York Times, Chow ha spiegato che l’origine della corrente epidemia di obesità è, alla radice, economico: in Usa si produce troppo cibo. Negli anni ’70 infatti il governo statunitense ha tolto i limiti alla produzione di allevamenti e agricoltura. Quindi più cibo a minor costo, dando la stura all’industria del fast food. In pochi anni gli americani hanno avuto rapidamente fino a 1000 calorie in più disponibili allo stesso prezzo – e siccome siamo fatti per mangiare quanto possibile (noi esseri umani ci siamo evoluti in una savana dove grassi e zuccheri erano scarsi e preziosi), ne abbiamo approfittato. Fino ad arrivare alla statistica corrente: 2 americani su 3 sono sovrappeso, e 1 su 3 è clinicamente obeso. 

Se tutto questo vi sembra già sentito o addirittura ovvio, è perchè probabilmente lo è. In fondo, cosa c’è di più banale del dire “ siamo grassi perché mangiamo troppo”? L’intervista del NY Times ha infatti dato l’avvio a una polemica su Scientific American, dove si punta il dito sul fatto che il modello di Chow non tiene conto veramente della complessa fisiologia umana. 

I fisici e i matematici hanno infatti un difetto: non si capacitano della complessità del mondo. Tra gli scienziati gira una barzelletta dove un fisico vuole inventare un metodo per vincere alle corse dei cavalli, e inizia il suo ragionamento con: “Supponiamo che ogni cavallo sia una sfera omogenea…”, come a dire che semplificano talmente tanto, per poter trattare il problema, da rendere la soluzione talvolta priva di senso. Carson C. Chow non fa eccezione a questa mentalità: al New York Times ha dichiarato orgogliosamente: “Questo è quello che fanno i matematici applicati: rendiamo le cose semplici”. L’approccio funziona molto bene per la fisica di base: talmente bene però che spesso i matematici e i fisici hanno una piccola sindrome di onniscienza, facendo anche figure barbine quando esternano al di fuori del campo di loro stretta competenza. 

Michael Moyer su Scientific American fa notare infatti i numerosi studi biochimici che dimostrano che non tutte le calorie sono uguali. Per esempio lo zucchero può dare dipendenza, modificando in peggio il nostro comportamento, e sballando il sistema di ormoni insulina e leptina che sono alla base delle nostre reazioni sul cibo. Mangiare 100 calorie di zucchero o 100 calorie di pesce ha effetti completamente diversi sul nostro metabolismo – e quindi sull’obesità. Senza contare possibilità ancora più esotiche, come l’influenza dell’inquinamento e addirittura virus che (forse) fanno ingrassare. E la nostra genetica ci influenza parecchio: in replica all’intervista a Chow, la nutrizionista Suzanne Koven fa notare che esistono persone che restano obese pur non mangiando quasi nulla (e viceversa). 

Questo non significa che l’equazione di Chow e Hall sia sbagliata: significa che è un modello semplificato, che non può tenere conto delle differenze che ci sono fra noi e dei dettagli del nostro stile di vita. Ci dà delle indicazioni, ma non può sostituire l’unicità della nostra biochimica e della nostra personalità. Non a caso la Koven ci dice che nei casi in cui i suoi pazienti hanno perso peso con successo, hanno sì seguito piccoli cambiamenti nella nutrizione e nello stile di vita prolungati nel tempo, come sostiene il modello di Chow. Ma hanno dovuto legare questi cambiamenti anche alle proprie relazioni umane, per sostenerli: camminare insieme ogni giorno con il proprio partner, o madre e figlia che imparano a cucinare sano assieme. Difficile inserire questo aspetto così umano -ma non per questo meno fisiologico, visto che alla fine i nostri sentimenti sono biochimica – nell’equazione di Chow. 

Fonte: www.wired.it

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