Home»Libri»Facebook, pericolo per i ragazzi o risorsa da usare in chiave pedagogica?

Andrea Gilardoni

Sarà presto nelle librerie “Facebook, internet e i digital media. Una guida per genitori ed educatori”, nuovo libro di don Paolo Padrini – autore di iBreviary ed esperto di media digitali -, che prova a rispondere ad una serie di domande pratiche sull’uso e il “consumo” di internet da parte dei giovani. Con una convinzione: Facebook non è il male assoluto, ma può essere utilizzato come strumento educativo.

I social network e soprattutto Facebook nel giro di pochissimo tempo hanno trasformato internet da semplice mezzo di comunicazione a vero e proprio spazio relazionale e sociale per le nuove generazioni. Un quadro complesso e per molti versi ancora in divenire che non può essere ignorato da genitori, educatori e da tutti coloro che hanno a cuore i ragazzi. Ad aiutare ad orientarsi in questa nuova dimensione, entro pochi giorni sarà disponibile nelle librerie italiane “Facebook, internet e i digital media. Una guida per genitori ed educatori” (San Paolo, 96 pagine, 10 euro), scritto da don Paolo Padrini, sacerdote di Novi Ligure, esperto di comunicazione e media digitali (è un collaboratore del Pontificio Consilio per le Comunicazioni sociali) e conosciuto nella comunità dell’App Store per iBreviary, il primo breviario cattolico in formato app per iOs.

«Il libro cerca di essere una guida semplice ed immediata per tutti coloro che hanno a che fare con i “nativi digitali” – dice il sacerdote – e cerca di rispondere ad alcune delle domande più frequenti che mi sento fare durante il mio impegno pastorale quotidiano: “Mio figlio trascorre troppo tempo su Internet? Come gestire un profilo Facebook? Come funzionano gli altri social network?”»

Che tipo di risposte sono quelle che dà? Facebook è un elemento pericoloso e da tenere sotto controllo, oppure ci si può fidare della rete? «Direi né l’una né l’altra. Vede queste sono proprio le posizioni che emergono da giornali e mas media tradizionali quando parlano di internet o dei social network. O vengono descritti come pericolosi motori di nuove tendenze potenzialmente pericolose per i nostri ragazzi, oppure vengono quasi del tutto ignorati. Il primo obiettivo che mi sono posto con questo libro, è stato quello di riportare dentro un ambito di normalità questa discussione, per cercare di capire realmente – senza paure, ma senza nemmeno sottovalutare i problemi – la realtà dei social network».

Insomma, Facebook non deve spaventare, ma non può nemmeno essere ignorato? «Esattamente. Come genitori ed educatori dovremmo comprenderlo e riappropriarcene come uno dei tanti “luoghi” abitati dai giovani e che possono essere utilizzati in chiave formativa». 

In che modo? «Faccio un esempio. Molti mi chiedono se è giusto sapere la password dell’account Facebook dei propri figli. La domanda di fondo è: che fiducia vogliamo dare loro? Lasciarli completamente liberi equivarrebbe a rinunciare a dare delle regole. Dunque rinunciare ad educare. Ma se nel contempo il controllo è troppo asfissiante, i ragazzi percepiranno immediatamente il deficit di fiducia. La strada giusta è il negoziare delle regole, che lascino autonomia. Ad esempio chiedendo di sapere la password, ma non utilizzandola mai. Il patto di fondo con i ragazzi è “la conosco perché tu ti fidi nel darmela, ma io mi fido di te e quindi non la userò per invadere il tuo spazio personale”. Un altro modo di dare fiducia in un quadro di regole, potrebbe essere chiedere ai ragazzi di non utilizzare il computer il luoghi appartati. Magari proponendo di usare quello che è in salotto. Ovviamente anche in questo caso non invadendo la loro privacy, ma insieme, evitandoli che navighino di nascosto. Perché lo spazio reale, modula, definisce anche lo spazio virtuale». 

Quindi, no a divieti rigidi e stringenti? «Come ho detto la dimensione virtuale e quella reale sono legate. Se le regole non sono negoziate, ma imposte, il rischio è che Facebook diventi il luogo della fuga. Un posto cui accedere clandestinamente per cercare di fuggire all’autorità degli adulti».

Facebook, come le uscite serali, la scuola o lo sport, diventa un “luogo” da inserire in un contesto educativo. Ma qual è l’errore più grave che in questo senso si può fare? «Senza dubbio quello di lanciare messaggi incoerenti. Ad esempio chiedendo trasparenza ai ragazzi, magari volendo controllare le loro amicizie, e poi, proprio per farlo, nascondersi dietro ad un account finto per chiedere loro l’amicizia».

Errori grossolani, ma fatti in buona fede e generat forse dalla troppa apprensione. Qual è la più grande preoccupazione dei genitori? «Quella più grande viene proprio dagli incontri che possono essere fatti on line. Magari con persone che si fingono ciò che non sono. In realtà, però, questa dimensione dell’incontro on line è solo adulta. In Facebook non ci sono o sono minimali quelle dinamiche delle chat di fine anni ’90, che venivano usate per incontrare persone nuove. Anzi tutto il contrario. Spesso Facebook è lo specchio di ciò che avviene nel reale: gruppi di “amicizie” piuttosto ristretti o comunque troppo chiusi. A mio avviso, per questa generazione il rischio più grande è proprio questo: avere a disposizione uno strumento di comunicazione che in un click ti permette di parlare con tuoi coetanei in tutto il mondo, e usarlo solo per consolidare uno stile nel gestire i rapporti troppo chiuso».

Fonte: www.macitynet.it

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