Home»Diritti umani»E negli Stati Uniti l’uomo bianco è minoranza

Angelo Aquaro

Ciao ciao uomo bianco: adesso sei davvero una minoranza. O meglio, come sarebbe più corretto dire in questo enorme calderone razziale chiamato America, maggioranza tra le minoranze. Sì, adesso è ufficiale: gli Stati Uniti Wasp, cioè White, Anglo-Saxon and Prostestant, sono un concetto da consegnare alla storia, non proprio tutta da andarne orgogliosi, degli ultimi tre secoli. I dati del censimento non lasciano dubbi. Nei dodici mesi dell’anno che statisticamente si è concluso lo scorso luglio – cioè sugli ultimi dati disponbili – i neonati bianchi non ispanici ammontano al 49,6 per cento. Dall’altra parte, invece, ispanici, asiatici, neri e gruppi misti salgono al 50,4 per cento: diventando per la prima volta maggioranza.

I demografi per la verità lo avevano previsto da tempo. E il fatto che sullo scranno più alto di questa nazione che fino a meno di mezzo secolo fa tollerava le leggi di Jim Crow, come veniva chiamato il “corpus” legislativo che giustificava l’orrore del segrazionismo, oggi sieda appunto il nero Barack Obama, la dice lunga sull’evoluzione del paese. E la scoperta che ne nascono più di altre razze che bianchi va d’altronde in perfetta sintonia con la previsione – rilanciata da Isabel Wilkerson nel suo “Al calore dei soli lontani: il racconto epico della migrazione afroamericana” – che da qui a trent’anni i votanti saranno in maggioranza appunto “non bianchi”.

D’accordo: il lasso di tempo è purtroppo un po’ troppo largo per lasciare sperare in una facile riconferma proprio di Obama. Anzi. Le polemiche sulla morte di Trayvon Martin, il diciassettenne nero ucciso da un vigilantes bianco, ma per metà ispanico, sembrano fotografare la confusa battaglia delle identità. E che il potere decisionale stia ancora saldamente in mano ai visi pallidi è dimostrato dall’arma fine di mondo che i rivali repubblicani di Barack si avviano a lanciare per spedire alla Casa Bianca Mitt Romney. E cioè una serie miliardaria di spot che incredibilmente accuseranno il presidente di essere quello che tutti sanno: un nero. Di più: un nero razzista che nel suo passato avrebbe coltivato l’ideologia di supremazia nera. 

Follie? Gli spot verranno lanciati tra qualche settimana: vedere per credere. Sì, alla guerra come alla guerra. E la resa dell’America bianca sarà sicuramente la guerra più lunga che questo paese abbia mai affrontato. Ma per adesso almeno i numeri danno ragione agli altri. Alle minoranze. A quelli per troppo tempo esclusi.

Ma come si è arrivati fin qui? L’ondata infinita delle migrazioni alla lunga ha vinto: questo è chiaro. Quella stessa ondata che tre, quattro secoli fa portò qui i primi coloni europei, da decenni ormai portava latini e asiatici. Da tempo ormai i bianchi non erano più maggioranza in quattro stati e nel distretto di Columbia, quello cioè che amministra Washington: quindi addirittura nella capitale. E sotto la metà, la popolazione bianca era già scesa nelle metropoli da New York a Lasa Vegas: per non parlare di quella Memphis, Tennessee, che quarant’anni fa assistette inerme all’assassinio del sogno di Martin Luther King. 

E che cosa significherà tutto questo, adesso, per l’America? Dice al New York Times William H. Frey, noto demografo, che il dato strombazzato dal censimento segna “la trasformazione da una cultura di baby boomer, soprattutto bianchi, a quella di un paese globalizzato, multietnico, come quello che siamo diventati”. Infatti. Con i latini al 12 per cento, i neri all’11, e gli asiatici lì a inseguire, il mito del melting pot, il calderone appunto delle razze, non è stato mai così fecondo. Tenendo però presente che il calderone è stato acceso qui: su questo suolo.  Colpisce, per esempio, che per quanto riguarda i latini, dal 2000 al 2010 ci sono stati più bimbi nati qui, sul suolo americano, che immigrati. Come colpisce poi l’ascesa di quelli che si definiscono “multiracial”: una generazione che dalla star Alicia Keys (metà nera e metà italiana) appunto a Barack Obama stanno rivoluzionando l’immagine del paese. 

D’altronde non sono questi gli Stati Uniti d’America? D’accordo: i Padri Fondatori, tra cui tanti razzisti, non avevano mica in testa questo tipo di unione. Ma tant’è. Uomo bianco non avrai il mio scalpo: anche perché, da oggi, te lo faccio prima io.

Fonte: www.repubblica.it

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