Home»Nonviolenza»Biofilia e necrofilia

La biofilia, e la tendenza ad essa opposta, la necrofilia, raramente si presentano nella loro forma estrema con forza tale da soffocare la tendenza opposta nella struttura caratteriale dell’individuo. Esse sono più spesso coesistenti in misura diversa in ogni individuo, la cui inclinazione affermatasi come dominante ne determina in larga misura il comportamento.

L’orientamento necrofilo, caratterizzato dall’amore per la forza, la devozione alla legge e all’ordine costituito, ed in definitiva da una fondamentale paura ed avversione per la vita e tutto ciò che è vivente, può talvolta coesistere nello stesso individuo con opposte tendenze biofile che lo contrastano attenuandone l’espressione. Tuttavia Fromm considera la necrofilia non come un semplice costrutto teorico, ma come un orientamento fondamentale, un approccio alla vita nel quale la vita stessa è disprezzata ed in cui ci si oppone ad essa.

Fromm indica una serie di tratti osservabili nella persona di preponderanti tendenze necrofile, da quelli fisici, quali la tipica espressione del volto ‘come di chi stia costantemente annusando un cattivo odore’, a quelli psicologici e comportamentali, quali il loro approccio freddo e distante ad ogni rapporto umano, il desiderio di riportare l’organico all’inorganico e quindi la preferenza per ogni cosa sia morta, per il meccanico, per il passato, per il controllo e il potere rispetto a quanto esprima vita e desiderio di vivere.

La necrofilia risulta essere, come afferma Fromm, il prezzo da pagare per una vita non vissuta, per le proprie possibilità disattese e le proprie capacità frustrate. Ciò che è vivo vuole vivere, e l’uomo è vivo: se egli non può, non riesce a vivere, deve comunque riuscire a trascendere la vita in qualche modo, perché il trascendere la vita è caratteristica specifica della natura umana. Un modo per farlo è distruggere la vita stessa, vendicandosi su di essa della propria inettitudine e della propria incapacità a vivere.

L’individuo travolto da passione necrofila cerca di ottenere il controllo sulla vita, di cui ha paura, trasformandola in morte. Il timore del futuro e dell’incerto, tipici del necrofilo, lo portano a perseguire la morte in ogni sua forma come unica certezza possibile della (non) esistenza.

La biofilia, espressione dello sviluppo delle proprie qualità umane, costituisce come la necrofilia un orientamento totale, coinvolgente la persona nella sua interezza, le sue emozioni ed i suoi pensieri, gesti ed azioni.

Fromm osserva l’evidenza della biofilia già a livello biologico, nella tendenza di ogni organismo vivente a crescere ed a fondersi con entità diverse ed opposte. Essa si manifesta, secondo Fromm, tanto a livello biologico quanto emotivo e razionale. Nell’orientamento biofilo la polarità fondamentale della vita umana è quella maschio-femmina, costituente il nucleo del bisogno di fusione da cui dipende la stessa sopravvivenza della specie.

Fromm ritiene che la passione biofila sviluppata si esprima nell’orientamento produttivo del carattere, e che condizione fondamentale perché ciò avvenga è la libertà, intesa come libertà sia da costrizioni esterne che da ostacoli interiori presenti nella misura in cui le altre passioni irrazionali sono presenti nell’individuo.

Il concetto di necrofilia presenta, come afferma lo stesso Fromm, notevoli analogie con il ‘carattere anale’ descritto da Freud, pur differenziandosene in parte ed a prescindere dalla diversa teorizzazione relativa alla sua genesi. In particolare, Fromm considera la necrofilia come l’estremo di un continum al cui opposto sta il carattere anale, che ne costituisce la forma benigna.

Nella moderna società industriale, l’insorgere di tendenze necrofile risulta favorito da un approccio alla vita meccanico, astratto, burocratico, impersonale, da un sistema socioeconomico che induce a considerare se stessi e gli altri alla stregua di merci, che valuta le persone in funzione della loro vendibilità, dove non sono le loro individualità, ma le parti vendibili di esse ad entrare in relazione.

La subordinazione della felicità umana ai fini economici, l’ideologia del lavoro coatto che nel delirio arrivistico induce all’attività frenetica riducendo l’uomo ad automa, l’attività nevrotica e alienata come fine in sé, prescindendo dalla sua utilità, hanno reso gli individui indifferenti alla vita, estraniati rispetto a se stessi e alle loro stesse capacità, avvalorate in funzione delle leggi della domanda e dell’offerta di un sistema socioeconomico in cui ad avere maggiori possibilità di sopravvivenza ed a godere di maggior riconoscimento non sono i migliori, i più virtuosi o i più saggi, ma coloro che hanno qualcosa da vendere e che meglio sanno offrirsi sul ‘mercato delle personalità’.

Fonte: www.rossovenexiano.com

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