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Roberta Raggioli

In alcune leggende e miti dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, così come peraltro nel resto del mondo, persino fra i Dogon africani, si mette in evidenza il fatto che, in un tempo ormai lontanissimo dal nostro, le forze della natura si siano scatenate contro la terra e i suoi abitanti, con il rischio d’estinzione d’ogni forma di vita, così che il nostro pianeta sarebbe rimasto a lungo sommerso dall’acqua alluvionale. Le cause geologiche sono state studiate e appurate dai ricercatori, e non voglio qui fare disquisizioni di carattere scientifico. Almeno fino alle soglie del Paleolitico e all’introduzione dell’agricoltura, l’uomo non aveva apportato ancora alcun cambiamento rilevante all’ambiente. Questo almeno fino ad epoca storica, quando invece comincerà ad utilizzare indiscriminatamente le risorse naturali, giungendo oggi a danneggiare seriamente, ed in certi casi irreversibilmente, l’ecosistema, come ad es. è avvenuto in Sardegna, la terra emersa, geologicamente più antica del Mediterraneo (Cambrico e Silurico, 600-400 Milioni d’anni fa) ormai da decenni a rischio di desertificazione.

Eppure i geologi contrastando ogni previsione catastrofica informarono le istituzioni del rilevamento di veri e propri corsi d’acqua o addirittura piccoli laghi sotterranei, nelle zone calcaree situate fra il centro e il Nord dell’Isola, in particolare nella Barbagia Seulo, in territorio di Ulassai, i cosìdetti “Tacchi Calcarei” (Taccu Arboredo, Taccu Esterzili etc.).

Questi fiumi spesso fuoriescono in superficie dando origine a sorgenti vere e proprie(carsismo), e comunque anche le acque del sottosuolo sono facilmente raggiungibili, dato che non si deve escavare a grandi profondità essendo la roccia di per se friabile. Eppure esse restano inutilizzate.

Le stesse pianure del Campidano e della Nurra, sono di natura alluvionale, cioè formatesi attraverso vari processi di subsidenza ed emersione dal mare di depositi vulcanici, che diedero origine ai rilievi, i quali a loro volta furono erosi dalle acque di scorrimento e piovane, che depositarono tali detriti sedimentandole sul fondo di quelli che erano veri e propri canali marini. Il che testimonia non solo che l’acqua è alla base della vita ma che la stessa Sardegna è nata emergendo da tale elemento, e che perciò da sempre i sardi, come tutti i popoli antichi, l’hanno considerata sacra.  

Di miti sardi(paristorias) che riferiscono tali fatti geologicamente comprovati, che vedono questa “zolla di terra” nascere proprio dall’acqua, in modo ovviamente leggendario e fantasioso, ve n’è più d’uno ma ne ricorderò qui solo alcuni, che si ritrovano codificati in due explanatory tales: L’orma Divina (Ichnussa), cioè il nome che i greci diedero all’Isola, e Sa B(h)ia de sa B(h)adza, sardo lugudorese, tradotto letteralmente La Via della Paglia, e cioè la Via Lattea, come è facile evincere dal racconto, rappresentata, sul territorio sardo, dalla catena montuosa de Sos Settes Frades (I Sette Fratelli)situata a sud-est della Sardegna, punto di riferimento per i naviganti e per i pastori dell’entroterra, visibile dalla costa in prossimità dell’antico porto di Caralis. Terra, acqua, fuoco, aria dicevano i filosofi di Mileto questo l’arkè da cui genera la vita. E vedremo perché.

La Sardegna non dimentichiamolo ha restituito i più antichi resti dell’antica cultura megalitica insieme a gran parte del sud della penisola italiana, e dell’Europa, che si sviluppa durante tutto il neolitico, riduttivamente chiamata civiltà della pietra, giacchè come gli studiosi hanno dimostrato fu proprio questo il periodo di formazione embrionale del pensiero scientifico e filosofico, che dalle coste dell’Asia Minore (Lidia e Frigia) si diffonderà dapprima nelle Isole dell’Egeo e nelle coste del Mediterraneo, con i Sardiani-Lidi che fermatisi in Sardegna faranno di questa una testa di ponte per giungere in piccoli drappelli all’Elba e poi sulla terra ferma dando luogo alla civiltà sardo-tirrenica da cui originò solo in seguito quella etrusca. Tutto questo è avvalorato da persistenze culturali e linguistiche all’interno della civiltà arcaica agro-pastorale, la quale ha conservato numerose usanze appartenenti alla sfera del “sacro” di quel passato remoto, stratificandole sincreticamente via via che incontrava le nuove culture impostesi su quella protosarda e sardo-nuragica in seguito alle varie conquiste secondo le tesi dello studioso sardo più accreditabile in materia il Prof. M. Pittau, linguista e Preside della facoltà di Lettere e Filosofia di Sassari. 

Il pantheon delle divinità sarde, annovera alcune divinità autoctone protosarde e nuragiche, fra le quali quella maschile dominante, delle acque e perciò ctonia(Ade, per intendersi)e del cielo, raffigurata infatti dagli etruschi con in mano un fulmine, e che corrisponde al dio greco Zeus, che i romani denominarono Sardus Pater, Maymone per i sardiani-tirreni, e Mainoles per i greci, appellativo di Dionysos, il cui corrispettivo al femminile era la dea Mania, divinità sardiano-tirrenica ctonia della terra ma anche del cielo anch’essa Grande Madre, che corrisponde alla Dione greca, dea dell’Acqua e del cielo luminoso (Nyx, la luna), dunque Afrodite Urania o Astrea.

Due divinità ctonie, legate cioè alle ricchezze del sottosuolo e della terra in generale, ma anche al cielo, prime fra tutte l’Acqua: Gli gli antichi sapevano che tali risorse si erano generate in epoche remotissime, di cui l’uomo non ha più memoria, ma ne conserva la conoscenza archetipica, intuendone e studiandone i fenomeni attraverso le scienze esatte. Queste divinità “plutoniche”, dunque generarono l’universo, la terra e il suo sistema solare, secondo la mitologia mediterrana, e le loro storie leggendarie non sono altro che testimonianze di quel protopensiero scientifico e filosofico da cui ha preso le mosse la stessa cultura scientifica alla base della nostra cultura moderna,  che secondo studiosi della storia del pensiero scientifico e filosofico quale ad es. il Preti, e come oggi è stato chiaramente dimostrato dall’archeologia e astronomia chiaramente, non affonda le proprie radici in occidente ma nell’Asia Minore, in cui la “speculazione” ossia l’osservazione del cielo ha preso le mosse e da cui deriva quella filosofica.

Le notizie mitologiche e soprattutto archeologiche sul culto di Maymon e Mania, sono avvalorate anche dalla toponomastica, e più in generale dalla linguistica, oltre che dagli studi di etno-antropologia (M. Pira   – M. Pittau – Dolores Turchi Sunto et altri), su cui mi soffermerò con particolare attenzione.

Nella Sardegna centro-settentrionale sono presenti in prevalenza montagne e altipiani, e proprio nella zona delle così dette “Barbagie”, e in particolare la Barbagia Seulo, a 13 Km da Bitti, si trova una località di montagna detta Maimone, non lontana dalle sorgenti del fiume Tirso, il più importante fra i fiumi sardi. Sulla direttrice che da Bitti conduce a Maimone, si trova uno dei complessi nuragici più grandi e antichi dell’Isola “Su Romanzesu” (XVI sec. a.C, ampliato nel XIII sec. a.C), all’interno del quale sono presenti emergenze archeologiche di vario genere, fra cui i resti di più di cento capanne (pinnettos) e due Templi a Tholos adibiti al culto delle Aque-Fertilità e dell’orgheono (Pozzi Sacri). Il territorio è quello de “Sa Crastazza”, la cui geomorfologia si connota per la prevalenza di ripidi 

canaloni(canyons)che partono dall’altopiano e giungono fino a valle, in cui si gettano scroscianti salti d’acqua, uno fra i maggiori è quello stagionale de “S’Illorai”, che si sviluppa nel periodo delle piogge insieme alle cascate de “Sar Lappias”. Nelle vicinanze si trova il Monte Albo, massiccio calcareo-dolomitico, alto 1127 m s.l.m , sui cui fianchi si aprono ampi canyon, depressioni, grotte.

Nella zona sono presenti le famose “Domus de Janas” (Case delle Fate) di “Rujas” e “Caradianas” (Posada), ipogei funerari e luoghi sacri del Neolitico, in cui si celebravano sia il culto dei Morti che quello dell’Acqua, e in cui non a caso sono stati rinvenuti in tutta la Sardegna (Montessu, Anghelu Ruju, Cuccuru S’Arriu-Cabras, Su Cungiau Mannu-Decimoputzu, Ozieri) i più antichi esemplari di “figurines” della Grande Madre Mediterranea, che come ho già fatto notare è la dea della Vita, dunque legata all’acqua, e della Morte, la cui caratteristica somatica più comune negli esemplari più antichi è la steatopigia. La Grande Madre, Mania, era conosciuta anche con il nome di Orga, termine paleosardo che significa “terreno umido” (M. Pittau), da cui origina il toponimo Orgosolo, anch’essa località dell’interno della Sardegna a Sud di Nuoro. Chiudo il discorso sulle prove linguistiche  dell’esistenza delle due divinità maggiori del pantheon sardo, riportando quello che era un’antica “pregadoria”(invocazione)che gli abitanti di Ghilarza, Neoneli, Orotelli e Ottana usano  rivolgere ancora oggi proprio a Maymone, portando in processione degli stendatos o labari fatti di pervinche intrecciate, in periodi di siccità. Curioso è il fatto che i bimbi sfilino con delle corone fatte con la stessa pianta, persistenza sincretica che riporta ancora una volta a constatare l’affinità con la divinità greca di Dyonisos Anthroporraites, i cui rituali prevedevano la stessa usanza e una vera e propria “Commedia dell’Innocenza”, messa in scena del sacrificio di un vitello travestito da essere umano, e il linciaggio simbolico presso un corso d’acqua dell’uccisore, e gli oranti infatti durante la sfilata in onore di Maymone dicono “M’ucchidan che t’ucchidimus”. Ecco Il testo nelle due versioni, quella di Aidomaggiore riportata da M. Pira in “Sardegna tra due lingue” (1968) e quella trascitta in un quaderno teatrale per l’opera “Ojos” dai ricercatori della Cooperativa Teatru “Fueddu e gestu” di Villasor – Cagliari, note al testo poetico “Deus de Sas Abbas”,  da “Maschere, Miti e feste della Sardegna”, Dolores Turchi Sunto.

I) M. Pira                                                       II)D. Turchi Sunto 

Dadennos abba , Segnore,                              Maimone Maimone                                

in custa nezessidade:                                       abba cheret su laore  

sos anzones cheren erva                                 abba cheret su siccau  

e nois cherimus pane.                                     Maimone laudadu.                    

Abba a terra a sos laores,

abba a terra, a nonne dare.

Alla fine tutti rispondevano con la frase di buon auspicio:

“Isperemos che Deus bos Intendat”.

Durante la processione agli adulti veniva offerto il vino, e alla fine il “Maymone”, lo spauracchio veniva gettato in mare, altri segni sincretici tangibili dei riti dionisiaci a cui ho accennato sopra. C’è da dire inoltre che il lemma Maymone in Barbagia sta ad indicare sia lo “spauracchio o spaventapasseri”, che la “Maschera carnevalesca” dei “Mamuthones” di Mamoiada, che sfilano per le strade del paese nel numero di 12, come gli antichi Sacerdoti Salii durante i Giochi Capitolini nell’antica Roma, che a loro volta in verità erano manifestazione di un antico retaggio Etrusco. Il Carnevale di Mamoiada si celebra guarda caso ancora secondo le date del rito antico, e non a febbraio, ma il giorno di Sant’Antonio Abate nella sera fra il 16 e il 17 gennaio, e che in Sardegna è detto “Santu Antoni ‘e su fogu”, e in cui i ragazzi vanno in giro per il paese a chiedere “Arina e Faso’ “(farina e fagioli), e accendono il fuoco nei pressi di un antica Pietra Fitta o Menhir fuori dal paese. Ciò ci riporta ancora una volta a quei riti arcaici riconducibili alla civiltà megalitica che accomuna la nostra cultura a quella del nord-europa. Come ben si può comprendere, la geomorfologia del territorio in questione, ha ispirato e influenzato la stessa cultura del sacro isolana, compresa ovviamente la stessa toponomastica, giacchè ad un territorio ricco di acque sorgive e di scorrimento corrisponde una civiltà incentrata sul culto delle acque e che su esso ha modellato la propria cultura millenaria. In passato infatti la Sardegna, grazie all’abbondanza d’acqua e alla sua natura verdeggiante e florida, godeva di un clima mediterraneo con estati meno secche e inverni più umidi, un pò come l’odierna Corsica. In epoca moderna, si è passati invece ad un clima secco e poco favorevole alla povera economia agro-pastorale, in conseguenza dei disboscamenti subiti nel corso dei secoli, e degli incendi, che nel corso del tempo hanno devastato ettari di territorio boschivo, e che sono spesso commissionati da chi ha interesse a convertire quei territori finora adibiti ad attività agro-pastorali, in aree edificabili, facendo leva sui mali atavici dell’ Isola, e cioè la penuria di mezzi economici e la conseguente disoccupazione, che si sono acuiti sempre più dagli anni ’60 e ‘70 in poi, come bene fece notare l’uomo di cultura sardo Francesco Masala, autore de “S’Istoria” in lingua sardo-lugudorese,  periodo in cui nella terra dei sardi fu impiantato il grande polo industriale petrolchimico di Macchiareddu e Sarroch, nel cagliaritano, nonchè quello delle fibre sintetiche di Ottana nel nuorese, e il polo chimico di Porto Torres, che all’inizio hanno illuso i sardi di avere risolto finalmente una grossa parte dei loro problemi legati ad un’economia agro-pastorale di sussistenza secolare, povera ma sicura anche se poco remunerativa, alla quale si imputava il ritardo con cui l’Isola si affacciava all’era moderna, e il suo mancato progresso, ma che in realtà nel corso dei decenni, si sono rivelate delle vere e proprie “Cattedrali nel Deserto”, e che, come bene ha messo in evidenza lo storico sardo Francesco Casula, rappresentano ormai il segno tangibile di “ […] un duplice contestuale fallimento cinquantennale della così detta Rinascita ed Autonomia, che tradendo le aspirazioni e le speranze del popolo sardo, si sono rovesciate nella realtà del sottosviluppo e nella involuzione ai limiti della tolleranza. 

Dunque ad essere messo sotto accusa è proprio “ […] quel modello di sviluppo incentrato sulla grande industria, di stato e privata…che ha devastato e depauperato il territorio: la nostra risorsa più pregiata;  ha degradato e inquinato l’ambiente e il mare, con danni incalcolabili per il turismo e la pesca; ha sconvolto gli equilibri e le vocazioni naturali; ha distrutto quel tessuto economico tradizionale e quel minimo di industrie e imprenditorialità locale, attentando all’identità dei sardi, con l’eliminazione delle specificità linguistico-culturali, con il pretesto di combattere la violenza e il banditismo…senza creare peraltro occupazione e progresso. Così oggi Stato e Privati ci lasciano un cimitero di ruderi…” (“Sul fallimento dell’industrializzazione in Sardegna” – Le colpe di un’industria malata – Il Giornale di Sardegna, 09/02/2010, articolo di Francesco Casula). E concludeva il Casula, anche le multinazionali come l’Alcoa che foraggiata dallo stato doveva ristrutturare il polo di Ottana, incassato il malloppo si defilano facendo rotta per altri lidi, dove il costo della manodopera è più basso, sicuri così di ottenere dei profitti maggiori che non nella ormai dissanguata Isola dei “Sardi venales”!

Dunque l’unica via d’uscita per la Sardegna, dalla dipendenza e dal sottosviluppo, così come per il resto del Sud d’Italia e del mondo,  resta quella dell’autodeterminazione e della progettualità basata sulle risorse legate all’ ambiente e alla cultura. Questo non vuol certo dire che dobbiamo e possiamo tornare a “Su Connottu” (ciò che è conosciuto)senza fare i conti con il nostro vivere globalizzato, anzi bisognerà far tesoro di ciò che di buono è insito nella cultura moderna come gli interscambi culturali che si son potuti amplificare proprio grazie ai moderni mezzi di comunicazione e di spostamento, a tutti i livelli, e soprattutto nel commercio dei beni di consumo,  che possono e devono tornare ad essere fonte e veicolo di progresso e del sapere condiviso dei popoli: ne sia un esempio proprio la sapiente ricerca che studiosi come Antony Allan del King’s College di Londra hanno definito della “Acqua Virtuale”, cioè la quantità d’acqua necessaria a produrre le merci di scambio, che se non controllata a dovere rischia di prosciugare il terzo mondo su cui grava la pressante domanda occidentale. Per questo l’UNESCO grazie a tale saggia riflessione ha introdotto il “Water Footprint Calculator”, che calcola il nostro peso idrico sulla terra. Ma a pensarci bene non era proprio questa la filosofia alla base del modello di sviluppo economico, sociale e culturale, delle società agro-pastorali,  attuato attraverso le forme della cooperazione e dello autoaiuto? La risposta è sì, giacchè questo comportava la creazione di un mercato interno ed esterno che, in modo del tutto naturale, accoglieva prodotti di per se idrointensivi. Infatti i vari territori producevano solo ciò che era loro concesso per vocazione, e quindi il flusso di acqua che accompagnava lo scambio di merci poteva comportare solo benefici e non sprechi, non utilizzando un sovrappiù d’acqua, poiché ogni oggetto era prodotto a seconda delle risorse offerte dall’ambiente e nel suo rispetto. Dunque prodotti esportati da aree ad alta produttività idrica danno un risparmio globale.

E allora bisognerà davvero cambiare rotta, e recuperare quel rispetto e senso del sacro nei confronti della natura e  delle cose, diceva Carlo Levi in “Tutto il miele e finito”, che l’uomo ha erroneamente accantonato, e ripartire dal ciò che abbiamo vissuto ed esperimentato, di là dal bene e dal male, ritrovando in noi il senso della misura, e dunque tornando ad essere noi stessi misura di tutte le cose.

Non è per vetero-conservatorismo o inutile nostalgia del tempo che fu, che dobbiamo attivare quel processo di Ars Memoriae, che è ricerca e recupero della cultura identitaria individuale e collettiva, ma per costruire dei veri e propri ponti culturali fra popoli, che diano spazio ai saperi condivisi del mondo.

Ma per fare ciò bisogna sapere agire contro il tempo presente, in favore di un tempo venturo, quello della “Utopia”, quello de “Il coraggio dei miti” (Carlo Levi docet), con la coscienza di chi ci crede, e che continua a cercare nei suoi simili la stessa antica speranza che le cose possano cambiare davvero. 

A questo proposito amo sempre ricordare la famosa parafrasi con cui il poeta britannico J. Keats si rivolgeva al fratello George, in una lettera del 1819, cercando di spiegare quale sia la cifra dell’arcano del

sacro che i greci vollero sintetizzare nella formula “Anthropos mikros kosmos”, e che qui riporto integralmente, chiudendo con essa la mia breve riflessione sul tema dell’acqua, bene sacro perchè alla base della sopravvivenza nostra e del pianeta, e che di per se stesso è bene comune.

“Consider the world a vale of soul making, than you will know how to use the world”.

(J. Keats, 1819)

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