Home»Nonviolenza»Educazione»Un gesto d’aiuto che tutti (dovremmo) saper fare

Ruggiero Corcella

Stando ai dati epidemiologici, gli attacchi cardiaci improvvisi mietono 60-70 mila vittime all’anno. Una strage silenziosa, che è possibile però arginare con la diffusione delle tecniche di rianimazione cardiopolmonare e l’uso dei defibrillatori fra la popolazione. Certo è scandaloso che ci siano voluti dieci anni perchè la legge sull’utilizzo degli apparecchi salva-vita al di fuori degli ospedali diventasse operativa. Il decreto interministeriale del marzo 2011, che finalmente stabilisce i criteri e le modalità di diffusione dei Dea con la regia dei Sistemi 118 e stanzia 8 milioni di euro per i relativi programmi regionali, dovrebbe aprire ora una stagione nuova in un settore dove la mancanza di un vero coordinamento ha creato la solita situazione a macchia di leopardo della sanità italiana: Regioni più avanti di altre e poche “isole felici”, nate grazie agli sforzi delle associazioni di volontariato. Resta però un interrogativo di fondo: quanti di noi sono capaci di prestare soccorso e soprattutto quanti poi hanno il senso civico di farlo davvero?

Cinque minuti. In caso di attacco cardiaco, la corsa contro il tempo per salvare una vita intervenendo con una manovra di rianimazione cardiopolmonare non può tardare oltre (GUARDA COME FARE) Ogni minuto in più, infatti, aumenta del 10 per cento il rischio di morire o comunque di riportare danni molto gravi al cervello. Ma quanti di noi cittadini comuni sanno cosa fare se vedono qualcuno a terra in strada ma anche in casa e quanti sono capaci di eseguire il massaggio cardiaco, nel caso il cuore di questa persona non batta più? Un registro nazionale vero e proprio non esiste, anche se dai dati dei Sistemi 118, della Croce Rossa (che da sola ha 80 mila volontari abilitati) e delle associazioni di volontariato più impegnate su questo fronte sembrerebbero centinaia di migliaia. Secondo lo European Resuscitation Council, il Gruppo europeo per la rianimazione cardiopolmonare, le manovre salva-vita messe in atto da testimoni occasionali raddoppiano o addirittura triplicano il tasso di sopravvivenza delle vittime ma l’intervento dei laici si verifica solo in un arresto cardiaco extraospedaliero su 5. Una specie di corto-circuito, che interessa anche l’Italia. «Con i numeri che diamo delle persone formate — ragiona la cardiologa Laura Valagussa, presidente di Italian Resuscitation Council, Comunità, che si occupa di promuovere la lotta alla morte cardiaca improvvisa e diffondere la cultura dell’emergenza sanitaria — , più i soccorritori, più i medici che in teoria dovrebbero farlo nel loro percorso formativo, non dovrebbe più succedere che nessuno intervenga. Invece purtroppo non è così. Cosa manca? Sicuramente una campagna nazionale come quella sull’Aids, le vittime della strada e dell’alcol. Facciamone una sulla morte cardiaca improvvisa».

Nel nostro Paese esiste anche un annoso e importante problema di organizzazione e di “regia” di tutte le realtà che si occupano di soccorso, certo. «Il nuovo decreto interministeriale ha dato delle linee di indirizzo e ha affidato al 118 la regia — dice Fedele Clemente, presidente della Società italiana sistema 118 —. Rispetto al passato in cui c’era libertà d’azione e mancavano gli obiettivi, adesso potremo creare un vero sistema e ottenere risultati coinvolgendo tutti». Sarà questa la chiave di volta del cambiamento o c’è dell’altro? Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario delle Linee guida internazionali sulla rianimazione cardiopolmonare. Non sembra però che siano ancora entrate a fare parte del nostro “senso civico”, le diverse azioni previste dalla “catena della sopravvivenza”, concetto coniato e pubblicato nel 1992 (altra ricorrenza) sulla copertina delle Linee guida sulla rianimazione dell’American hearth association. «Forse non riesce a passare il messaggio giusto rispetto al fatto che questo tipo di tragedie possono capitare a ognuno di noi — riflette Francesco Rocca, commissario della Cri — . O forse la stessa espressione rianimazione cardiopolmonare, un po’ da specialisti in terapia intensiva, spaventa la gente». Eppure così non dovrebbe essere.

Il concetto di “catena della sopravvivenza” è stato scelto proprio perché di facile comprensione. Basta sapere che è formata da quattro “anelli”: riconoscimento e allerta (al 118), rianimazione cardiopolmonare, defibrillazione e cure avanzate, tutte da attuare precocemente. «Questo concetto si è esteso ora con un anello prima e uno dopo — spiega Fulvio Kette, rianimatore capoprogetto di Areu 118 Lombardia e membro del panel italiano delle Linee guida internazionali —. Il primo anello non è più soltanto l’allertamento, ma la prevenzione che vuole dire qualità di vita, riduzione del rischio cardiovascolare, sensibilizzazione al problema. L’ultimo anello è dato invece dalle cure avanzate post-rianimazione. In questi ultimi 5-8 anni sono emerse prepotentemente soprattutto grazie all’introduzione della cosiddetta ipotermia terapeutica cioè il raffreddamento della persona che, recuperata dopo l’arresto cardiaco, viene tenuta a 32- 33 gradi. Questo ha permesso di migliorare l’esito neurologico».

Massaggio cardiaco e ventilazione non sono manovre impossibili e non bisogna avere paura di farle. Ovvio che saranno tanto più efficaci quanto meglio si eseguono. Da qui l’importanza della formazione, tema sul quale le associazioni sono un po’ sul piede di guerra dopo che il Decreto del marzo scorso ne ha affidato la supervisione al 118. In Italia esistono di fatto due correnti di pensiero. Quella più diffusa fra operatori del 118 e società scientifiche, sostiene che tutti gli anelli della catena della sopravvivenza devono essere forti per garantire il massimo risultato. E soprattutto che sia indispensabile la combinazione di massaggio cardiaco (anche senza insufflazioni, come d’altra parte suggeriscono le Linee guida internazionali 2010) e defibrillatore per raggiungere percentuali di sopravvivenza superiori. Dunque per loro, semplificando, è necessario che i cittadini imparino almeno a fare la rianimazione cardiopolmonare in attesa dei soccorsi e se possibile anche a usare i defibrillatori, con un’adeguata formazione L’altra, che ha come capofila Piacenza e il suo Progetto Vita (il primo progetto italiano ed Europeo di defibrillazione precoce sul territorio), punta invece tutto sulla diffusione dei defibrillatori. «La cosa più semplice è quella che porta più risultati — dice la cardiologa Daniela Aschieri, presidente dell’associazione Il Cuore di Piacenza e responsabile medico del Progetto Vita —. Negli Usa lo hanno capito da dieci anni. Il defibrillatore parla, fa la diagnosi e esegue quello che deve fare. Servono solo delle braccia umane che lo mettano in uso anche senza competenze specifiche».

Fonte: www.corriere.it

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