Home»Ecologia»La civiltà dell’empatia

Jeremy Rifkin

Negli ultimi anni abbiamo assistito a sviluppi notevoli nella biologia evoluzionista, neuroscienze cognitive, psicologia dello sviluppo e altri ambiti di ricerca, che hanno iniziato a scalfire alcuni dei nostri miti sulla natura umana e il significato del nostro percorso come uomini. Ma c’è un altro paradigma altrettanto interessante e critico nei confronti di tali miti. E critico nei confronti delle istituzioni che abbiamo costruito su di essi: il sistema educativo, i modi di fare business, i modi di governare, ecc. Ma torniamo ai primi anni 90. In un modesto laboratorio di Parma, in Italia.

I ricercatori avevano collegato un’unità MRI su un macaco che cercava di aprire una noce. Volevano vedere quali neuroni si accendevano. Quindi il macaco sta cercando di aprire la noce, i neuroni si attivano e per pura coincidenza, come avviene talvolta nella scienza, un essere umano entra nel laboratorio, forse per errore, ha fame, vede le noci e ne apre una; cioè, cerca di aprirla. Il macaco ci rimane malissimo, tipo “chi è questo intruso?” Immobile osserva l’uomo che cerca di aprire la noce, proprio come aveva fatto lui stesso poco prima e i ricercatori che guardano lo scanner MRI vedono attivarsi nella scimmia che osserva l’umano gli stessi neuroni attivatisi mentre cercava di aprire la noce. I ricercatori non capiscono cosa stia succedendo, pensano che l’MRI sia rotto. Così iniziano a collegare l’MRI su altri primati, in particolare scimpanzè, in quanto la loro neo-corteccia è simile alla nostra. Passano poi agli umani e ciò che osservano ogni volta sono i cosiddetti “Neuroni Specchio”: cioè che apparentemente noi umani siamo predisposti come alcuni primati. Si pensa anche agli elefanti, non sappiamo i delfini e i cani..siamo agli inizi.

Ma tutti gli umani possiedono questi neutroni specchio, cosicché se ti osservo, la tua rabbia, frustrazione, rifiuto, felicità, qualunque emozione, io sento ciò che sta avvenendo in te; gli stessi neuroni si accendono in me, come se stessi sperimentando personalmente quella cosa. Niente di nuovo. sappiamo che se un ragno si arrampica sul braccio di qualcuno e io lo vedo, anche a me vengono i brividi. E’ una cosa scontata, ma in realtà siamo programmati per sentire i disagi altrui come se fossero i nostri. Ma i neuroni specchio sono solo l’inizio di un filone di ricerca che coinvolge neuropsicologia, neuroscienze, psicologia evolutiva, e che propone che siamo programmati non per l’aggressione, non per la violenza e l’egoismo o l’utilitarismo, bensì per la socievolezza.

L’attaccamento, come proposto da Bowlby, la propensione all’altro, gli affetti, il nostro impulso primario ad “appartenere”: si tratta di una pulsione empatica. Cos’è l’empatia. Argomento complesso. Quando i neonati sono nella nursery e uno inizia a piangere, anche gli altri piangeranno, senza saperne il motivo. E’ il disagio empatico, radicato nella loro biologia. Verso i due anni e mezzo d’età, il bambino inizia a riconoscersi allo specchio. Ha così avvio lo sviluppo dell’empatia come fenomeno culturale. Ora che il bambino si riconosce, capisce che sta osservando qualcuno che prova un’emozione, e la prova anche lui perchè l’ha vista nell’altro. Sono due esseri distinti. L’ipseità è accompagnata dallo sviluppo empatico. Maturando l’ipseità aumenta l’empatia. Verso gli otto anni il bambino sa della nascita e della morte, impara da dove proviene, che la vita è una sola, che essa è fragile e vulnerabile e che un giorno morirà. E’ l’inizio di un percorso esistenziale. Perché quando il bambino comprende nascita e morte e che la vita è una sola capisce quanto essa sia appesa a un filo.

Non è semplice la vita nel nostro pianeta, che tu sia un essere umano o una volpe che corre nei boschi. Quindi, quando il bambino comprende la fragilità della vita e che ogni momento è prezioso e che ognuno ha una storia personale unica è in grado di identificarsi nelle sofferenze altrui. Quell’altra persona, essere o cretura, ha anch’essa una sola vita, dura e spesso in bilico. Ripensando ai momenti in cui abbiamo empatizzato con gli altri o con i nostri amici animali, è perché comprendiamo la loro lotta. Nell’empatia abbiamo il sentore della morte e la celebrazione della vita. E mostriamo solidarietà attraverso la compassione. Empatia è il contrario di Utopia. Non c’è empatia in paradiso, ve lo garantisco, ve lo dico prima che ci arriviate. Non c’è empatia in paradiso perché non c’è mortalità. Non c’è empatia in Utopia perché non c’è sofferenza. L’empatia si basa sulla consapevolezza della morte e la celebrazione della vita e sullo spronarsi a vicenda per evolvere ed essere. Si basa sulle nostre fragilità e imperfezioni.

Quando parliamo di costruire una civiltà empatica, non si tratta di Utopia. Parliamo dell’abilità umana di mostrare solidarietà verso gli altri e verso i nostri compagni animali in questo pianeta, anch’essi mortali. Siamo “homo empathicus”, e quindi ecco la domanda: sappiamo che le conoscenze cambiano con la storia, il nostro cervello ha collegamenti diversi da quello di un contadino medievale, entrambi diversi da quello di un raccoglitore/ cacciatore di 30.000 anni fa. La domanda che mi sono posto sei anni fa, all’inizio di questo studio è: come cambia la coscienza nel tempo? Perché mi immaginavo questa possibilità. E’ possibile che noi umani programmati per “sentire” gli altri estendiamo la nostra empatia all’intero genere umano come famiglia estesa e ai nostri compagni animali come parte della nostra famiglia evolutiva e alla biosfera come nostra comunità condivisa? Se è possibile immaginarlo potremmo forse salvare le nostre specie e il nostro pianeta. E vi dico che se questo è impossibile persino da immaginare, allora non vedo come potremo cavarcela. L’empatia è la mano invisibile, è ciò che permette alla nostra sensibilità di alimentarsi a quella altrui formando unità sociali più estese. Empatizzare è civilizzare, civilizzare è empatizzare.

Nelle società primitive, la comunicazione si estendeva solo alla propria tribù e fin dove arrivava la voce.  Chiunque fosse al di là della montagna era l’”alieno”. L’empatia si esprimeva solo tra consanguinei. Passando alle grandi civiltà idraulico- agricole, la scrittura permise di estendere il sistema nervoso centrale annullando una frazione di tempo e spazio, accomunando più gente, e la diversificazione delle abilità e l’emergente ipseità portarono alla coscienza teologica e diedero all’empatia una nuova espressione. Ossia, invece di rimanere ancorati ai legami di sangue ci siamo detribalizzati e abbiamo avviato legami basati su legami religiosi. Un nuovo modo di raccontarsi quindi. Gli ebrei iniziano a vedere gli altri ebrei come famiglia estesa ed empatizzano con loro. I cristiani iniziano a vedersi come una famiglia estesa ed empatizzano tra di loro. Lo stesso i musulmani. Arrivando al diciannovesimo secolo, Rivoluzione Industriale, estendiamo i nostri mercati ad altre aree e ci inventiamo la storia dello “Stato Nazione”. All’improvviso i britannici iniziano a vedere i vicini come famiglia estesa, i tedeschi si sentono fratelli dei tedeschi e gli americani degli americani. Ma prima non esisteva la “Germania”. Non c’era la “Francia”.

Queste sono invenzioni che ci permettono di estendere la nostra famiglia e di costruire relazioni  e identità basate sulle nuove e complesse rivoluzioni informatiche ed energetiche che abbattono il tempo e lo spazio. Ma se siamo passati dall’empatia nei legami familiari all’empatia nei gruppi religiosi fino all’empatia basata sull’identificazione nazionale, è così difficile immaginare che le nuove tecnologie ci permettano di estendere la nostra empatia al genere umano allargato all’intera biosfera? E per quale ragione dovremmo fermarci qui, all’identità nazionale e all’empatia basata sui valori ideologici o teologici o legati alla parentela? Abbiamo la tecnologia che ci permette di estendere il sistema nervoso centrale e di pensarci visceralmente come una famiglia, non soltanto razionalmente. Quando i terremoti hanno colpito Haiti e pio il Cile, ma in particolare Haiti, nel giro di un’ora grazie  aTwitter, e nel giro di due ore, grazie ai filmati dei cellulari – You Tube infine dopo tre ore l’intero pianeta ha abbracciato empaticamente e portato aiuto ad Haiti. Se fossimo, come hanno proposto i filosofi illuministi, guidati da materialismo, egoismo, utilitarismo, edonismo non ci spiegheremmo il sostegno ad Haiti.

Ci risulta che 175.000 anni fa, nella Rift Valley in Africa ci fossero circa 10.000 esseri umani anatomicamente simili a noi, i nostri antenati. I genetisti hanno individuato una donna primaria, una banca dati, i cui geni sono stati trasmessi a ognuno di noi qui presenti, le altre donne non ce l’hanno fatta. Ancora più strano hanno individuato un unico maschio, la baseline genetica, e l’hanno chiamato “Adam cromosoma Y”, di sicuro un tipo dominante e i suoi geni sono arrivati fino a noi. La novità è che 6,8 miliardi di persone, a diversi livelli di coscienza, teologico, ideologico, psicologico, drammaturgico, ognuno contro l’altro a sostenere le proprie idee sul mondo e alla fine? Veniamo tutti da due soli individui. Questo la Bibbia l’ha azzeccato. Saremmo potuti discendere da molti, ma il punto è che dobbiamo iniziare a vederci come una famiglia estesa.

Dobbiamo allargare il nostro senso di identità. Non perdiamo le nostre vecchie identità nazionali, religiose, parentali. Estendiamo la nostra identità in modo da pensare l’intero genere umano come nostro compagno di viaggio. E le altre creature nel pianeta come parte della nostra famiglia evolutiva e la biosfera come la nostra comunità. Dobbiamo ripensare la narrativa umana. Se veramente siamo l’homo emphaticus, dobbiamo portare alla luce questa essenza. Altrimenti se la reprimiamo come genitori, educatori, lavoratori e governanti, le pulsioni secondarie si fanno avanti: il narcisismo, il materialismo, la violenza, l’aggressione. Se vogliamo parlarne assieme iniziamo da qui, dalla British Royal Society for the Arts, come sembra stiamo facendo. Per iniziare a ripensare la natura umana. Per far emergere la nostra socievolezza empatica, im modo da riformare le istituzioni e la società e preparare il terreno per una civiltà empatica.

 

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