Home»World News»America Latina»Conclusioni Social Forum Mondiale: “Se il presente è di lotta il futuro è nostro!”

Elvira Corona

Con questa frase in calce alla Dichiarazione finale si è concluso lo scorso 29 gennaio sotto il sole cocente di Porto Alegre, il Social Forum Mondiale. Summit altermondialista che, dal 2001 anni, si svolge in parallelo al World Economic Forum della gelida e innevata Davos. E oltre alle differenze climatiche, non passano inosservati gli opposti approcci e le soluzioni proposte per l’uscita dalla crisi mondiale.

Il capitalismo, nella sua forma attuale, non è più adatto al mondo intorno a noi”, ha dichiarato Klaus Schwab – presidente e fondatore del forum svizzero – all’apertura dei lavori lo scorso 25 gennaio. “Non siamo riusciti a imparare la lezione dalla crisi finanziaria del 2009. Una trasformazione globale è urgente e deve iniziare con il ripristino di un senso globale di responsabilità sociale. Stiamo cercando disperatamente in tutto il mondo le persone in grado di offrire soluzioni”, ha aggiunto. “Rischiamo di perdere la fiducia delle generazioni future”.

E a milioni di chilometri di distanza in realtà alcune migliaia di persone erano lì a offrire soluzioni, ma agli occhi dei 40 capi di stato e di governo e dei 18 rappresentanti di altrettante banche centrali presenti a Davos, sembrano essere invisibili. E a dirla tutta agli occhi delle generazioni future – almeno quelle degli Indignados, dei ragazzi della Primavera Araba, di Occupy, degli studenti cileni e di quelli che partecipano attivamente in movimenti per i cambiamenti reali – è certo: la fiducia in questo sistema è già persa.

Per Joao Pedro Stedile storico rappresentante del Movimento dei Senza Terra brasiliano ha affermato che il potere del capitale finanziario oggigiorno è pericolosamente superiore alla capacità di intervento degli stati nazionali. Secondo la visione del La Via Campesina di cui il MST fa parte, le multinazionali e il capitale finanziario cercano di appropriarsi delle risorse naturali, per potersi garantire alti tassi di profitto e secondo Stedile questi sono i peggiori nemici da combattere.

A Porto Alegre però si va oltre, oltre la protesta e oltre l’indignazione. Si mettono sul tavolo vie percorribili. Il risultato della 6 giorni brasiliana è stato prima di tutto una coincidenza nell’analisi e nelle valutazioni sulla situazione. Tutti i partecipanti si sono trovati d’accordo sul fatto che questo è solo l’inizio di una crisi prolungata e strutturale del capitalismo globalizzato, causata dal capitale finanziario e dalle sue multinazionali. Altrettanto chiaro appare che gli stati nazionali e i loro governi sono alla mercé degli interessi dei grandi capitali e sopratutto appaiono sempre più con le mani legate, non potendo prendere misure effettive che possano risolvere la crisi senza colpire i lavoratori e le categorie più deboli. La paura a Porto Alegre è anche che la prossima conferenza Rio+20 possa essere utilizzata come sipario internazionale per i paesi che vogliono mostrare un falso interesse alla sostenibilità, e creare un nuovo quadro legale capace di dare credibilità a soluzioni ancora più dannose dei problemi, marchiando il tutto con l’etichetta della green economy, che di verde in realtà ha solo il colore dei dollari.

Anche per questo dalla città brasiliana si è giunti a un documento finale unitario, nel quale tra le altre cose si denunciano gli Stati e i governi che stanno elaborando misure solo in favore del capitale; si esprime preoccupazione per un’economia verde utilizzata come maschera per ingannare i cittadini e nascondere la vera causa dei problemi ambientali che si stanno verificando in tutto il mondo cioè l’attuale sistema di produzione distribuzione e consumo; ci si impegna a lottare per una vera democrazia che superi la mera formalità e a contrastare la manipolazione che multinazionali e banche stanno operando in collaborazione con i governi, anziché costruire nuove forme di partecipazione popolare.

Ci si impegna anche a realizzare grandi mobilitazioni per difendere la sovranità nazionale e popolare contro le offensive delle appropriazioni private del capitale; esigere politiche a protezione dei deboli e dei lavoratori ossia la maggioranza della popolazione. Molta attenzione è stata dedicata al delicato ruolo che i media e il mondo dell’informazione sono chiamati a giocare in questo frangente. A partire della constatazione che la maggior parte dei mezzi di comunicazione appartengono a monopoli legati a grandi interessi economici. Nella dichiarazione finale si fa cenno all’importanza delle riforme agrarie e della giustizia ambientale, sopratutto nei paesi dei Sud del mondo, entrambe fondamentali per garantire la sovranità alimentare di ogni paese e contrastare azioni pericolosissime azioni come il land grabbing. Alcuni passi del documento sono poi dedicati all’importanza dell’educazione pubblica, della conservazione dei saperi tradizionali, e dei beni comuni.

Il Forum si è concluso con due nuovi appuntamenti: il 5 giugno per una giornata di mobilizzazione globale contro il sistema, e uno per il Vertice dei Popoli in concomitanza con il summit delle Nazioni Unite Rio+20 a partire dal prossimo 20 giugno.

Fonte: www.unimondo.org

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