Home»Articoli»Scalfaro: Twitter brucia le agenzie. Ma è giornalismo?
Oscar Luigi Scalfaro

 

Philip Di Salvo

Qualche giorno fa Jack Dorsey, Ceo di Twitter, aveva annunciato come la sua creazione non fosse più un social network, bensì uno strumento di informazione. E la scomparsa di Oscar Luigi Scalfaro ha messo proprio Twitter al centro dell’attenzione dei media italiani, per il suo veicolare le notizie e la sua funzione di fonte giornalistica.

Come molte testate, indifferentemente tv, radio, carta stampata e Web hanno enfatizzato, la notizia della morte dell’ex Presidente della Repubblica è arrivata prima tramite twit che lancio di agenzia. Non è la prima volta che accade e anzi in passato i cinguettii avevano annunciato al mondo intero l’uccisione di Osama Bin Laden prima che qualsiasi fonte ufficiale potesse darne riscontro, per via del rumore di elicotteri percepito da un ingegnere pakistano. Eventi internazionali e nazionali sempre più spesso arrivano al pubblico tramite i social network per via della loro immediatezza, velocità di utilizzo e costante connessione. Inevitabile che avvenga, data la diffusione di questi strumenti e della frequenza con cui Twitter viene utilizzato a margine dell’attività professionale anche da giornalisti e professionisti dell’informazione. La questione, però, pone almeno due spunti di riflessione: la prima riguarda cosa, tra la notizia in sé e la sua veicolazione, debba fare notizia; la seconda, al contrario, investe i giornalisti che usano Twitter come strumento di lavoro. 

Per quanto riguarda il primo aspetto: Twitter fa ancora notizia? Molti media mainstream italiani hanno annunciato la morte di Scalfaro – anche su Twitter stesso – puntando l’attenzione sul fatto che il social network li avesse bruciati sul tempo. C’è da chiedersi se abbia ancora senso sottolineare questo aspetto, relegando Twitter a una funzione altra rispetto agli organi di informazione: è necessario stupirsi ancora che Twitter funzioni come mezzo di informazione? Forse la sua funzione di media outlet deve essere data per assodata e accettata, fatti alla mano. Siamo convinti, e le parole di Dorsey capitano alla perfezione, che i social network svolgano ormai questa funzione e che Twitter in particolare – e il caso di Scalfaro lo conferma anche nel panorama italiano – sia stato digerito con questa accezione. 

Preso atto di questo stato delle cose, è necessario però riflettere su come l’informazione debba essere letta e fruita tramite Twitter, senza perdere di vista il fondamentale ruolo delle fonti. Twitter è fonte di spunti di ogni tipo ma ciò che esso veicola deve, da una prospettiva giornalistica, essere vagliato dalla tradizionale verifica delle fonti. Su questo aspetto è intervenuta Elvira Pollina, giornalista professionista e blogger, mettendo alcuni paletti su cosa sia giornalismo e cosa, invece, qualcos’altro. Nel caso di Scalfaro, è stato Alberto Gambino, giurista già collaboratore di Scalfaro, a dare per primo la notizia che poi si è rapidamente diffusa tramite i retwit, costringendo le agenzie a inseguire.

Per via di questo ritardo sarebbe troppo facile, come però è stato fatto, annunciare la morte del giornalismo tradizionale e la vittoria dell’informazione via Twitter. I media professionali, e i giornalisti, si muovono in modo diverso, fanno qualcosa di diverso:  verificano

Un twit, per quanto proveniente da una fonte primaria, non è una notizia fatta e finita. Può, ed è normale che sia così, essere una fonte. Il ritardo delle agenzie di stampa e dei media, nell’epoca in cui anche Twitter diventa uno strumento di informazione, è endemico ma è, come ha scritto la Pollina, il succo dell’attività giornalistica ed è il paletto che separa i due ambiti e li rende complementari, non necessariamente in competizione. Per questa ragione Twitter e giornalismo, nel processo di creazione delle notizie sono due cose diverse. Se dal primo il secondo può trarre molti benefici – e molti modi di rinnovarsi e aggiornarsi – non si può pretendere che il secondo venga soppiantato dal primo solo sulla base del criterio della velocità. Si correrebbe il rischio di affrettare conclusioni su questioni più complesse, e come tali non riassumibili nei canonici 140 caratteri e di fare di Twitter qualcosa che non è.

Fonte: www.wired.it

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